La congiuntura

Vicenza, per il terzo anno consecutivo produzione industriale con il segno meno

Barbara Beltrame Giacomello: «Non si tratta più di una fase congiunturale isolata, ma di una debolezza prolungata: occorre intervenire subito»

di Barbara Ganz

Barbara Beltrame Giacomello

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Una fase ancora caratterizzata da debolezza e assenza di segnali di ripartenza consolidata. L’ultima indagine congiunturale realizzata da Confindustria Vicenza e relativa al primo trimestre 2026r rileva una contrazione della produzione industriale dell’1,7%. Il dato peggiora rispetto al quarto trimestre 2025, quando la produzione era a -0,2%, e rispetto al primo trimestre 2025, chiuso a -0,7%.

«Il dato conferma una tendenza ormai strutturale: per il terzo anno consecutivo le imprese vicentine si trovano a fare i conti con una produzione industriale con il segno meno. Non si tratta più di una fase congiunturale isolata, ma di una debolezza prolungata che coinvolge produzione, vendite e ordinativi», spiega la presidente, Barbara Beltrame Giacomello, che guida la territoriale di una provincia altamente manifatturiera, con una pluralità di settori e un export da record; quarta per valore assoluto (dietro a Milano, Torino e Firenze) ma prima per valore pro capite. Caratteristiche che fanno da sempre di Vicenza un termometro sensibile per capire, in anticipo sui tempi, come si muove l’economia su scala più ampia.

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Quale è la situazione e perché questi numeri sono un segnale da non sottovalutare?

«Questi numeri dicono una cosa semplice: in queste condizioni la nostra economia e i posti di lavoro non reggeranno ancora per molto. La debolezza del mercato interno, colpito più di altri dall’inflazione dovuta in primis ai costi energetici, e l’incertezza globale stanno riducendo gli spazi di manovra delle imprese. Se vogliamo evitare che la manifattura vicentina ed europea perda ulteriore terreno e si arrivi a quella desertificazione industriale che andiamo denunciando da tempo, bisogna intervenire sulle condizioni che rendono possibile produrre, investire e competere».

Quanto pesa il fattore conflitto in Medio Oriente e rincari dell’energia?

«Nel primo trimestre 2026 i prezzi delle materie prime crescono del 6,1%, mentre i prezzi dei prodotti finiti aumentano del 3,3%. Il differenziale continua quindi a comprimere i margini delle imprese, in particolare di quelle con minore capacità di trasferire i rincari lungo la filiera. Sull’energia non bastano bonus temporanei. Serve un programma di medio e lungo periodo, tradotto in misure operative e verificabili. Le imprese hanno bisogno di sapere quale sarà il quadro energetico dei prossimi anni: costi, approvvigionamenti, autorizzazioni, infrastrutture».

La prospettiva di un ritorno al nucleare è sufficiente?

«Non possiamo permetterci altri vent’anni di discussioni per poi scoprire che servono altri vent’anni per costruire una centrale. Se una scelta è strategica, va preparata adesso, con serietà, competenze e tempi compatibili con la vita dell’industria. E serve un coordinamento europeo vero per un mercato unico dell’energia che si affianchi ad un mercato unico dei capitali».

Un altro tema ricorrente è la burocrazia. Dopo la proposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, all’Assemblea di Confindustria, di aprire un lavoro comune per la riforma della burocrazia, Confindustria Vicenza chiede che quel percorso parta subito da alcuni dossier concreti. Quali?

«La disponibilità annunciata dalla presidente Meloni ad aprire un lavoro comune sulla burocrazia è un passaggio che consideriamo positivo e che va raccolto subito. Ora però la differenza la faranno il metodo e il calendario. Servono pochi dossier prioritari, responsabilità definite e scadenze pubbliche. La semplificazione non può restare una categoria generale: deve diventare riduzione reale dei tempi, delle autorizzazioni duplicate e dell’incertezza che oggi blocca gli investimenti».

Quale potrebbe essere un banco di prova?

«Il primo sono le infrastrutture energetiche. Fotovoltaico, nucleare, reti e impianti di stoccaggio necessari alla sicurezza energetica e alla competitività industriale non possono rimanere prigionieri di procedure indefinite. Se un investimento richiede tempi incompatibili con la vita delle imprese, non è solo un problema amministrativo: è un problema competitivo».

Gli investimenti subiscono l’incertezza del quadro generale. Come sostenerli?

«I decreti attuativi sull’iperammortamento non possono più aspettare. Annunciare misure e lasciarle ferme nei passaggi attuativi significa congelare decisioni industriali. Le imprese programmano macchinari, tecnologie, impianti e competenze sulla base di tempi reali. Ogni ritardo riduce investimenti, produttività e capacità di competere».

Infine, le infrastrutture. Vicenza attende da tempo un collegamento con la provincia di Trento.

«Per la Valdastico Nord alla Regione chiediamo di avviare l’iter. Non c’è più tempo. La competitività di un territorio manifatturiero dipende anche dalla possibilità di muovere merci, persone e produzioni in modo efficiente. Ogni rinvio pesa sulle imprese e sul territorio».

Il capitale umano, e la sua mancanza, sono al centro dell’attenzione delle imprese. Come reagisce l’occupazione al quadro attuale?

«L’occupazione, pur in presenza di una produzione debole, resta stabile: il 61% delle imprese segnala organici invariati, il 20% un aumento e il 19% una riduzione. Ma pensiamo che la tenuta dell’occupazione non può essere letta come un segnale sufficiente di solidità. Le imprese stanno tenendo il lavoro, ma non possono farlo indefinitamente se produzione, ordini e margini restano sotto pressione Senza industria non ci sono salari più alti, non c’è welfare sostenibile, non c’è autonomia economica. La responsabilità oggi è distinguere ciò che non possiamo controllare da ciò che possiamo finalmente decidere. Su energia, burocrazia, incentivi e infrastrutture non servono altre parole: servono atti».

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