Non fanno niente di diverso le frotte di pellegrini islamici, per i quali è di precetto l’Hajj, e che, a loro volta, prendono la strada della Mecca e, se si è un musulmano davvero devoto, almeno anche quella verso Medina. Da qualsiasi parte dello sterminato mondo islamico si debba partire.
Ci manca giusto l’inclusive tour. E invece no: c’è anche quello. Ne sanno qualcosa proprio quanti affrontano il pellegrinaggio in Terrasanta. Pellegrino-fai-da-te? No Custodia Francescana? Ahiahiahi! Meglio affidarsi all’organizzazione dei frati minori che conoscono questi posti e che prendono in carico (a pagamento, ovviamente) i pellegrini, organizzano le tappe e i pernottamenti, mettono a disposizione asini, cammelli, cammellieri e guide-interpreti. Puoi anche andare come free walker, ma poi non ti lamentare se ti trovi a fare brutte esperienze, come alcuni resoconti medievali ci testimoniano.
Per via di terra si viaggia a cavallo, a dorso d’asino, su cammelli e dromedari. Parecchio a piedi: ci vogliono buone gambe, buone calzature e buoni bastoni. Il manto stradale è quello che è. Le stazioni di sosta, le osterie, le locande non sono resort a cinque stelle. Però, in compenso, quando si fa sosta si scaricano informazioni, racconti, leggende, storie, e ogni osteria fumosa, ogni pezzente locanda si trasforma in un hub nel quale le notizie arrivano, si trasformano, magari si stravolgono e ripartono. E quando arrivano alla successiva destinazione sono spesso irriconoscibili, in una sorta di fanciullesco «telegrafo senza fili» in cui l’oralità ha un ruolo fondamentale per diffondere, comunque, una qualche conoscenza del mondo e di ciò che vi succede sopra.
Ogni viaggio è un’avventura: la strada non solo spacca le gambe, ma fa paura, piena com’è di bestie feroci e di malviventi più feroci delle bestie. Si gira armati ed è meglio non andar mai da soli: sempre in gruppo. La nave, per parte sua, beccheggia su quel mare nero che si muove anche di notte e non sta fermo mai. Se va bene vomiti l’anima per il mal di mare, mangi roba ammuffita e bevi acqua marcia, e quando il cielo si oscura c’è da raccomandare l’anima a Dio e a tutti i santi. Ma onda su onda si arriva a destinazione, si sbisoria una preghiera di ringraziamento, si stramaledicono gli odiosi, esosi doganieri dell’approdo e si ripone la paura nello smilzo sacco del bagaglio, pronta a essere indossata di nuovo per il viaggio di ritorno.
Si va in cerca del Catai e magari ci si rimane una ventina d’anni, come la famiglia Polo; i missionari si muovono verso il gelido Nord o il profondo Oriente, passando fra terre ignote, imbattendosi in strana gente, che parla lingue sconosciute, che mangia schifezze, che ha costumi sessuali aberranti e adora strani dei e che bisogna convertire alla svelta, sennò finisce dritta all’inferno. Viaggiatori islamici vanno in giro per le terre musulmane e magari ci rimangono poco meno che trent’anni, come Ibn Battuta che, al ritorno nella sua terra nordafricana, dove muore fra il 1368 e il 1369, riassume lo stato d’animo di tutta questa gente, ringraziando Allah che ha esaudito il più grande desiderio della sua vita: viaggiare e conoscere il mondo.