Viaggi nello Spazio: perché il cielo è sempre più affollato
La competizione delle orbite passa da Torino. Qui David Avino ha trasferito la più importante azienda italiana di microsatelliti. E parla di un futuro più interessante di una gita su Marte.
5' di lettura
5' di lettura
I nostri cieli sono sempre più affollati. E i nuovi satelliti per l’osservazione della terra non si limitano a scattare immagini dallo spazio, ma le processano in tempo reale e danno informazioni che stanno assottigliando il confine fra noto e ignoto. Lo racconta David Avino, fondatore e ceo di Argotec, la space company che da qualche mese, con SpacePark, ha sede nell’ex headquarter delle Cartiere Burgo di San Mauro Torinese, disegnato negli anni Settanta da Oscar Niemeyer. Torino e il suo elegante rigore sabaudo sono poco distanti, e l’estetica futuristica dell’architetto brasiliano, premio Pritzker 1988, è l’involucro perfetto per un’azienda che ha appena messo in orbita il primo satellite del programma Iride, coordinato dall’Agenzia spaziale europea, in collaborazione con l’Agenzia spaziale italiana: curve sinuose, forme organiche e volumi leggeri, sembra di entrare in un’astronave.
Avino ha 54 anni, è nato a Perugia e ha fondato Argotec nel 2008. La sua carriera inizia con la formazione militare nella Brigata Paracadutisti Folgore e una laurea in Informatica e Scienze strategiche. «Ho lasciato l’esercito nel 1998 per lavorare nel settore aerospaziale», racconta. «Ero affascinato dalle prime sonde della Nasa che arrivavano su Marte e dal ruolo che le tecnologie più estreme giocano per tenerle in vita». Entra subito in Esa e presto inizia a occuparsi di alcuni progetti Nasa. Intanto, lavorando di notte, fonda una start up e sviluppa un software che monitora le telemetrie ambientali e mediche di chi va nello spazio (che, poi, Nasa gli acquista). Diventa istruttore certificato a Colonia e addestra astronauti come Luca Parmitano e Samantha Cristoforetti, famosi in tutto il mondo per aver collezionato primati: Parmitano è stato il primo italiano a effettuare un’attività extraveicolare durante la missione Volare del 2013, nonché il primo italiano al comando della Stazione spaziale internazionale durante la Expedition 61, nel 2019-2020; Cristoforetti, invece, è stata la prima donna italiana ad entrare a far parte degli equipaggi dell’Agenzia spaziale europea e la prima europea comandante della Stazione spaziale internazionale, a cui va anche il record femminile di permanenza nello spazio in un singolo volo (199 giorni), durante la missione Expedition 42/Expedition 43, nel 2014-2015.
«Il mio desiderio era di tornare in Italia, volevo rientrare con l’idea di restituire qualcosa al Paese che mi ha formato e cercare di fare la differenza qui», spiega David Avino. Capisce subito che nello spazio ci sono opportunità commerciali, non solo di ricerca, e così coinvolge aziende di altri settori più tradizionali per creare facilities per gli astronauti: Lavazza, per esempio, con cui progetta la prima macchina del caffè che va nello spazio. Ma il suo sogno resta quello di realizzare microsatelliti all-in-house, dall’ingresso delle materie prime alla sonda finale. Magari con il contributo di altre aziende che proprio nello Space-Park trovano un acceleratore d’impresa, che le aiuta a crescere in un mercato in forte espansione, ma dove le idee non bastano, servono grandi capitali. Mentre parliamo, Avino mi accompagna nel Centro di Controllo del Pathfinder Hawk, il microsatellite che il 14 gennaio è partito dalla base statunitense di Vandenberg, California, a bordo di un Falcon 9 di SpaceX. A gestirlo a distanza ci sono una decina di giovani ingegneri, per la maggioranza usciti da ottime facoltà italiane. «In questo momento si trova in una finestra di comunicazione. Ce ne sono diverse durante la giornata. In altri momenti, invece, il microsatellite è in una posizione chiamata sun pointing», spiega indicando un grafico complesso che dovrebbe rendere esplicite le sue parole. Gli chiedo di precisarmi la differenza tra il suo satellite e quelli di Starlink che tanto hanno fatto discutere governo e opposizione negli ultimi mesi. «La costellazione di Elon Musk ha l’obiettivo di offrire connettività velocissima in tutti gli angoli, anche i più remoti, del Pianeta. Il nostro satellite, invece, fa da apripista a Iride, il programma per l’osservazione della Terra realizzato dall’Esa in collaborazione con l’Agenzia spaziale italiana e finanziato con i fondi del Pnrr (circa 1,1 miliardi di euro). Entro la conclusione del progetto (prevista per la fine del 2026, ndr) manderemo in orbita fino a 40 satelliti e li produrremo tutti qui. Scatteranno milioni di immagini e avranno una capacità interna di processare le informazioni inusuale fino a oggi in apparecchi di questo tipo. Così ci daranno un contributo importante nell’ambito della tutela ambientale e nella prevenzione dei rischi naturali. Provo a fare un esempio: se i satelliti che osservano la terra sono tanti e passano a fotografare la stessa montagna più volte e a una distanza di tempo piuttosto ravvicinata, saremo in grado di prevenire valanghe o altri tipi di calamità. Non solo: da questi corpi celesti ci arriveranno indicazioni utili per la cosiddetta agricoltura di precisione, sullo stato delle coltivazioni, sul loro bisogno idrico. Questi dati, combinati con le previsioni meteo, consentiranno di pianificare le irrigazioni, senza inutili sprechi d’acqua, oppure di evitare inaridimenti eccessivi». L’osservazione a distanza della terra ha migliaia di possibili applicazioni, alcune molto pratiche e d’impatto sulla vita quotidiana. «Forse ci diranno anche se c’è un parcheggio libero davanti al ristorante in cui abbiamo prenotato la cena», aggiunge. «Non abbiamo ancora l’esatta misura di quanto tutto questo potrà essere rivoluzionario».
Argotec oggi è l’azienda leader nel nostro Paese, a capitale interamente italiano, nella produzione di microsatelliti. Una delle sue imprese più note risale al 2021. «La Nasa stava lanciando Dart (Double asteroid redirection test) per testare la possibilità di deviare Dimorphos, una luna dell’asteroide Didymos, che si trova a 11 milioni di chilometri dalla terra», dice. «Abbiamo unito alla loro sonda un nostro satellite, che è riuscito nella straordinaria impresa di fotografare l’impatto tra la sonda e l’asteroide, consegnandoci oltre 600 foto. Un modo di prepararci ad altre eventualità alla Armageddon».
Ci pare che lo spazio cominci a essere piuttosto affollato. «Sì, la grande sfida sarà quella di evitare le collisioni tra satelliti, che potrebbe aggravare l’inquinamento in orbita. Non si può, per ora, intervenire con grandi regolamentazioni, perché siamo ancora in una fase in cui è importante incentivare la sperimentazione, ma certo gli investimenti andranno indirizzati alle tecnologie per ridurre l’inquinamento dell’orbita bassa». Intanto Elon Musk, già a ottobre scorso, con la sua SpaceX, ha fatto rientrare con successo a Brownsville, in Texas, il razzo Super Heavy nel quinto volo di prova della nave spaziale Starship. Un successo che Jeff Bezos, con la sua Blue Origin, non è riuscito a replicare con il suo lancio da Cape Canaveral del New Glenn il 16 gennaio scorso: se la parte superiore del veicolo è entrata perfettamente in orbita come previsto, la parte inferiore si è disintegrata senza riuscire a rientrare nella piattaforma predisposta per il suo atterraggio, nell’oceano Atlantico. «Ormai c’è grande competizione nei cieli», prosegue Avino. «Non dobbiamo più temere i monopoli. Gli investitori non mancano e il progresso può venire solo da mirate partnership pubblico-privato, che un tempo in Europa vedevamo con terrore». Il futuro della terra si sposterà su Marte? Sarà quello interplanetario il vero lusso? «Per me oggi il lusso è il tempo che riesco a dedicare ai miei affetti, ma nello spazio viaggeremo di sicuro. Anche se le guerre più recenti hanno dirottato gli investimenti, le rotte suborbitali sono ormai presidiate dalla Virgin Galactic di Richard Branson o da Jeff Bezos. Ma prima di arrivare a Marte o sulla Luna, la vera sfida sarà la costruzione degli Hotel Spaziali e, credetemi, non siamo così lontani».










