Giornata mondiale

«Vi racconto perché donare un rene ha contribuito a migliorare la mia vita»

La testimonianza di Patrizia Babini, co-protagonista con il marito Fabio della prima catena internazionale di scambio di organi che ha coinvolto tre coppie tra loro incompatibili sotto il profilo immunologico

di Barbara Gobbi

6' di lettura

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«Evviva! Avete fatto la storia»: questo si è sentita annunciare dai tecnici del Centro nazionale trapianti Patrizia Babini, all’indomani del primo scambio cross-over di reni (da vivente) in Europa, che il 20 giugno 2023 ha coinvolto tre coppie tra Padova, Barcellona e Bilbao coprendo una distanza di 2.713 chilometri. E che l’aveva vista avviare la catena di solidarietà grazie alla quale in una sola giornata suo marito Fabio Rosi, al terzo trapianto dopo una storia tormentata di malattia renale malgrado l’aderenza terapeutica e gli stili di vita rigorosi, avrebbe lasciato la dialisi per ricominciare a vivere, a lavorare regolarmente, ad allenarsi in palestra e in bicicletta. Mentre lei, rimasta con un rene, nell’arco di pochi mesi avrebbe vinto a Bormio la medaglia d’oro ai mondiali invernali per trapiantati, specialità ciaspole.

«Non sto come prima - avvisa Patrizia -: sto meglio di prima perché fisicamente non è cambiato niente e se mi chiedono quale rene mi sia stato prelevato, devo pensarci su. Neanche una cicatrice visibile. Non c’è un “prima” e un “dopo” e in più abbiamo la fortuna di vivere in un Paese in cui il donatore è tutelato, con l’esenzione dal ticket e con il diritto a essere seguito per tutta la vita, mentre una norma del 2010 mi consente le eventuali assenze dal lavoro. Ma soprattutto - tiene a precisare - ho un marito che non sta più male e ho restituito a nostra figlia Martina suo padre, che per tutta la vita ha visto impegnato nella dialisi e nel contrasto della malattia, quando si ripresentava tra un trapianto e l’altro». Per questi motivi, Patrizia non si sente una “donna-coraggio” ma una persona che semplicemente ha scelto di “condividere”. «Come del resto si fa in una coppia e in un matrimonio - spiega -: io avevo due reni e Fabio nessuno perciò era logico e addirittura “pratico” che gliene donassi uno. Ho fatto quanto di più naturale possa esserci».

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L’impegno in Aned per promuovere il trapianto da vivente

Poi Patrizia, che è dirigente delle professioni sanitarie nell’Azienda Usl Umbria 2, indossa la giacchetta da vice segretaria nazionale di Aned, l’Associazione nazionale emodializzati, dialisi e trapianto, di cui fa parte dal 1989 quando Fabio (anche lui nell’associazione) ha iniziato la dialisi. «Un incontro salvifico -ricorda -: se non ci fossero state le persone già con esperienza di malattia renale cronica ci saremmo sentiti soli e perduti in una situazione più grande di noi. Invece abbiamo visto persone serene, con vite normali, che ci hanno accolto rassicurandoci. Sono stati anni bellissimi, da questo punto di vista. Anni di solidarietà, di amicizia, di scambio di buone pratiche di sopravvivenza».

Il cammino per molti, per troppi, è invece accidentato e drammatico: nel mondo la malattia renale ha i numeri di una pandemia perché colpisce circa 900 milioni di persone. In Italia, sono oltre 5 milioni. Moltissimi arrivano alla dialisi inconsapevoli o quasi della patologia: i sintomi sono difficilmente individuabili e mancano prevenzione e informazione adeguate. Ma è la stessa Aned, in occasione della Giornata mondiale del rene del 13 marzo, a sottolineare che “la malattia renale si può vincere”. A patto che si sciolgano nodi importantissimi che fanno capo alle istituzioni e al pregiudizio.

Trapianti da vivente ancora al ralenti

Sul primo fronte, nella lettera aperta inviata per la Giornata 2025 a soci, amici e familiari, i volontari dell’Associazione ricordano come il Piano di prevenzione diagnostico terapeutico assistenziale (Ppdta) licenziato dalla commissione tecnica presso il ministero della Salute attenda ancora di essere firmato dal ministro Schillaci.
Sul versante dei trapianti, il focus del progetto “Live” promosso da Aned è proprio l’opzione da vivente, procedura ancora limitata a pochi centri e anche per questo scelta da una percentuale decisamente bassa di persone, per lo più donne, come tiene a precisare la signora Babini. “Dobbiamo prima di tutto convincere quei professionisti, medici e infermieri, che ancora hanno un atteggiamento non favorente se non addiruttura negativo”, sottolineano dall’Associazione.
Gli ultimi numeri del Centro nazionale trapianti (Cnt) del resto parlano chiaro: nel 2024 su 2.393 trapianti di rene - in aumento del 6,6% sull’anno precedente - solo 330 sono stati da vivente e si registra addirittura un calo sul 2023 (346 donazioni). Un dato preoccupante se solo si considera che in Italia i pazienti in lista di attesa per un rene sono oltre 6mila e che i costi di una persona in dialisi ammontano a 50mila euro l’anno, al netto di tutto l’esborso indiretto tra altre terapie necessarie, perdita delle giornate di lavoro, limitazioni di vita e negli spostamenti, conseguenze sui caregiver.

Una vita da caregiver

Caregiver come è stata Patrizia Babini per un lungo arco della sua vita, a partire da quel giugno 1989 in cui Fabio a 27 anni, quando ancora sono fidanzati, scopre dopo una banale analisi del sangue la malattia. Due giorni dopo entra in dialisi. Entrambi umbri, si sposano in Assisi l’anno successivo «semplicemente perché mi ero innamorata di Fabio, non dei suoi reni», spiega Patrizia. Gli anni successivi sono sulle montagne russe, scanditi da date cerchiate per sempre in rosso nel calendario della memoria familiare: il 27 aprile 1991, pochi giorni dopo la scoperta della gravidanza da cui nascerà Martina, il primo trapianto all’ospedale di Perugia, che però fallirà in seguito a un’infezione - allora pericolosissima - da cytomegalovirus. Dopo quasi undici anni di dialisi, l’11 gennaio Duemila, il secondo trapianto al Policlinico Gemelli di Roma. Una prima liberazione che durerà circa sedici anni, fino all’esaurimento naturale dell’organo ricevuto. Il 15 ottobre 2015 Fabio riprende la dialisi. «Ma io sono la donatrice perfetta: a quasi 50 anni sono sana, ho due reni ma me ne basta uno», pensa Patrizia. Pare semplice però non lo sarà: l’intervento previsto sempre al Gemelli per aprile 2016 “salta” perché l’ultima prova di compatibilità (cross-match) è risultata positiva. Fabio ha sviluppato troppi anticorpi ed è quindi iperimmunizzato rispetto al rene della potenziale donatrice, sua moglie. La coppia torna a casa in provincia di Perugia ma non rinuncia a fare tentativi e si iscrive al registro di cross-over, che però in quella fase storica è ancora limitato ai confini nazionali. «In tutto in Italia eravamo 38 coppie - ricorda la signora Babini - mentre questo programma per poter funzionare ha bisogno di numeri molto alti. Nessuno dei donatori in Italia poteva andare bene per Fabio».

La svolta con la catena internazionale

Fallito un tentativo di cross-over con gli Usa, la coppia approda a Padova, tra i fiori all’occhiello della trapiantologia nazionale e internazionale. Qui avverrà la svolta: Patrizia e Fabio entrano a far parte, con Patrizia che apre le donazioni, della prima catena di trapianti cross-over tra tre coppie di donatori e riceventi, tra loro incompatibili dal punto di vista immunologico, in tre città diverse nell’ambito del programma Sat (South Alliance for Transplant), accordo internazionale tra Italia, Spagna, Francia e Portogallo. Una combinazione di massima precisione che a intervento fatto lo stesso Centro nazionale trapianti spiegherà alla comunità scientifica e ai cittadini.

Il 20 giugno 2023 alle 8.30 di mattina a Padova la professoressa Lucrezia Furian preleva a Patrizia il rene, che sarà trasportato con il coordinamento del Centro regionale trapianti del Veneto diretto da Giuseppe Feltrin (oggi direttore del Cnt) all’aeroporto di Barcellona, dove alle 14.30 si effettua il primo scambio: l’organo della donatrice italiana (Patrizia) viene preso in consegna dagli operatori dell’Hospital Clinic per realizzare il primo trapianto mentre a bordo dell’aereo viene portato un secondo rene, prelevato intorno alle 12 da una donatrice della prima coppia spagnola. L’aereo riparte per Bilbao, dove alle 16.30 avviene lo scambio successivo: il rene della donatrice di Barcellona arriva all’Hospital Universitario de Cruces per il secondo trapianto e un terzo rene, prelevato dall’ospedale basco, viene imbarcato per Milano. Da qui raggiungerà Padova dove alle 20.30 inizia il terzo trapianto eseguito dal professor Paolo Rigotti sul paziente italiano (Fabio), a chiusura della catena di solidarietà tra le tre coppie di donatori.
Per tutti i protagonisti di questo triplo intervento con scambio di organi è prevista da protocollo la garanzia di totale anonimato. Ma Patrizia e Fabio, con la figlia Martina che oggi lavora al Sole-24Ore, decidono di raccontarla, la loro storia di 36 anni di malattia e rinascita. E continueranno a farlo per far sì che sempre meno sia guardata come un fatto eccezionale.

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