Vi presento il biathlon, l’arte della sofferenza
La fatica di una disciplina che richiede resistenza, tenacia e concentrazione. Il legame con l'Italia. Le ragioni del “no” a “Playboy”
di Michele Weiss
5' di lettura
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Ecco a voi Dorothea Wierer da Anterselva, Bolzano, nuova stella italiana degli sport invernali. Prima era solo una delle tante atlete dedite a una delle discipline più faticose e impegnative della neve, il biathlon, massacrante mix tra sci di fondo e tiro con la carabina con allenamenti durissimi e una “testa” fuori dal normale. Poi il salto nella notorietà, quando vince – prima italiana nella storia – la Coppa del Mondo, togliendo dal limbo uno sport di cui gli italiani non sapevano praticamente nulla. Ora “Doro” si racconta a IL con sincerità in vista dei Mondiali, a febbraio, che l'atleta affronterà “in casa”.
Sulla pista di Anterselva, tu hai già vinto: sensazioni?
«Sarà il clou della stagione, ma preferisco non pensarci troppo. Sarebbe un sogno vincere, perché in casa è più bello e forse anche più difficile, a causa della pressione. Cercherò di arrivare preparata per giocarmi le mie carte al meglio».
(Questa intervista è stata raccolta prima delle gare che si sono svolte dal 13 al 23 febbraio 2020,ndr)
Anche le gare di biathlon alle Olimpiadi di Milano-Cortina si disputeranno ad Anterselva. Tu avrai 36 anni. Ci pensi?
«Da spettatrice (ride). Non credo di farcela, è dura, mancano troppi anni. Ma se il corpo me lo consentirà, ci proveremo».
Mondiali e Olimpiadi non sono arrivati per caso: Anterselva, il tuo paese, punta forte da anni sul biathlon. Sei orgogliosa?
«Certo, ci teniamo tutti: il biathlon ha aumentato moltissimo la visibilità. Abbiamo una passione che è diventata una tradizione e un marchio di fabbrica».
Come si diventa biatlete?
«Per me è stata una cosa naturale: già da bambina vedevo i miei fratelli che praticavano questo sport e ho voluto provare. Mi è subito piaciuto il fattore-tiro, un po' come andare al Luna Park: molto adrenalinico».









