Spazio

Artemis 2: verso la Luna cinquant’anni dopo (stavolta con l’Italia)

Stanotte parte Artemis 2, il primo volo lunare con equipaggio dopo più di mezzo secolo. Intanto, a Washington, il ministro Urso firma un accordo con la Nasa: saranno italiani i primi moduli abitativi e uno dei primi astronauti a camminare fra le lande seleniche

di Emilio Cozzi

Il Multi-purpose Habita italiano

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Quando l’Apollo 17 ammarò nell’Oceano Pacifico il 19 dicembre del 1972, nessuno sospettava sarebbero passati più di cinquant’anni prima che altri esseri umani si avventurassero verso la Luna. Meteo e attività solare permettendo, l’attesa potrebbe finire stanotte, con la partenza di Artemis 2, la seconda missione del nuovo programma lunare statunitense, ma la prima con un equipaggio.

Con una finestra di lancio di due ore dalle 00:24, dalla rampa 39B del Kennedy Space Center — da dove partì Apollo 10, la “prova generale” del primo storico allunaggio del 1969 — il razzo Space Launch System dovrebbe decollare verso la Luna con in testa la capsula Orion e, a bordo, quattro astronauti: il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover e la mission specialist Christina Koch, tutti della Nasa, insieme con il canadese Jeremy Hansen. Saranno la prima donna, il primo astronauta nero e il primo non statunitense a spingersi oltre l’orbita terrestre.

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Non sbarcheranno sulla Luna: Artemis 2 le girerà intorno, in un viaggio di circa nove giorni durante il quale Orion compirà una traiettoria a forma di otto, sfruttando la gravità per tornare automaticamente anche in caso di guasto ai motori. L’equipaggio si spingerà fino a circa 400mila chilometri dalla Terra — potenzialmente battendo il record della maggior distanza raggiunta da esseri umani, oggi detenuto dall’Apollo 13 — sorvolerà a circa 7400 chilometri di quota la faccia nascosta, quindi tornerà indietro per ammarare al largo di San Diego.

Il razzo SLS sulla rampa (GETTY IMAGES)

La nuova architettura di Artemis

Nessuna nuova impronta umana rimarrà sulla Luna. L’obiettivo è un altro e ben più ambizioso: arrivare alla permanenza prolungata e continuativa del genere umano fra le lande seleniche. Perché Artemis non è Apollo: il programma degli anni Sessanta era una dimostrazione di forza in piena Guerra fredda. Artemis punta a costruire sulla Luna un’infrastruttura stabile, abitabile, scientificamente e un giorno economicamente produttiva. Lo ha confermato il 24 marzo l’amministratore della Nasa, Jared Isaacman, rivoluzionando l’architettura originale del programma e promettendo una base permanente entro il 2036, con 30 miliardi di investimento e partner come Giappone, Canada e Italia.

Detto altrimenti, questa volta non si parte per un vessillo, ma per inaugurare un cantiere.

La capsula Orion riflette questa diversa concezione: sebbene sembri una versione più grossa delle Apollo — di cui condivide la forma conica, il fondo bombato e il meccanismo di attracco sulla punta — è completamente computerizzata. I suoi 9 metri cubi di volume abitabile — contro i 6 delle Apollo — ospitano sistemi di supporto vitale, un rifugio schermato contro le radiazioni solari e strumenti biomedici per misurare gli effetti dello spazio profondo sul corpo. HA anche, novità assoluta, una toilette, accessibile attraverso un’apertura nel pavimento della cabina.

Fra i suoi obiettivi principali, che comprendono diversi esperimenti scientifici e il rilascio di piccoli satelliti di partner internazionali, Artemis 2 dovrà anche comprovare per la prima volta il perfetto funzionamento di ogni apparato.

L’equipaggio di Artemis 2

Ritardi, problemi, geopolitica

Lungi dal costituirne il traguardo, la missione sarà un tassello di una progressione a onore del vero non poco accidentata: Artemis 3, che avrebbe dovuto riportare l’umanità sulla Luna, è stata ridisegnata come volo di test in orbita terrestre (partirà nel 2027).

L’allunaggio arriverà con Artemis 4, all’inizio del 2028, e sarà seguito da un secondo sbarco entro la fine dello stesso anno.

Fra gli esperti, le cause della revisione sono note da tempo: la prima afferisce alle lentezze nello sviluppo di Starship, il mezzo per cui a SpaceX la Nasa ha assegnato un contratto da 2,89 miliardi di dollari con l’obiettivo di ricavarne un lander, cioè il veicolo deputato a sbarcare gli astronauti sulla superficie lunare. A oggi, però, Starship non ha ancora completato un volo orbitale e il trasferimento di carburante in orbita — mai tentato e indispensabile per rifornire il veicolo — è in abbondante ritardo.

Per questo, lo scorso novembre, è rientrata in partita Blue Origin: l’azienda di Jeff Bezos punterà a costruire un lander di concezione più tradizionale, in modo da ottenere per prima “il sostegno della nazione”, ha detto senza panegirici Isaacman.

L’altro motivo della riconfigurazione di Artemis è non meno rilevante: la Cina punta al primo allunaggio con taikonauti entro il 2030 e visti i successi dei test effettuati nei mesi recenti è verosimile acceleri. Nel 2019 e nel 2024, con le missioni Chang’e 4 e 6, Pechino riuscì a sbarcare un lander sul lato nascosto della Luna e a portarne sulla Terra dei campioni, imprese mai riuscite ad altri. “Con la credibile competizione del nostro più grande avversario geopolitico che cresce ogni giorno”, ha ammesso Isaacman in un comunicato, rarità per un’agenzia spaziale, “dobbiamo muoverci più velocemente”.

L’Italia sulla Luna

L’Europa non è spettatrice. Il Modulo di servizio di Orion — che garantisce propulsione, energia e le funzioni vitali della capsula — incorpora anche componenti realizzati in Italia.

Leonardo, nello stabilimento di Nerviano (Milano), ha prodotto i pannelli fotovoltaici che compongono le quattro “ali” del Modulo di servizio — ciascuna lunga sette metri, per una potenza totale erogata di oltre 11 kilowatt — e le unità elettroniche per il controllo e la distribuzione dell’energia a bordo. Thales Alenia Space (joint venture tra Thales al 67% e Leonardo al 33%) ha curato la struttura del modulo e i sottosistemi critici, compreso il sistema di protezione dai micrometeoriti e il controllo termico.

Telespazio, altra controllata del gruppo Leonardo, è stata selezionata dalla Nasa per contribuire al tracciamento radio della missione: attraverso le antenne del Centro spaziale del Fucino, in Abruzzo, seguirà ogni istante della traiettoria della capsula verso la Luna e ritorno.

È tuttavia una notizia di ieri, martedì 31 marzo, ad aver esaltato il peso specifico della partecipazione italiana: a Washington, il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha firmato con l’amministratore della Nasa uno Statement of Intent sulla cooperazione per la superficie lunare — alla presenza del presidente dell’Agenzia spaziale italiana (l’Asi), Teodoro Valente.

L’intesa formalizza il coinvolgimento della nostra industria nella progettazione e realizzazione dei moduli abitativi lunari, dei sistemi di comunicazione e delle attività scientifiche sulla superficie.

Al centro dell’accordo c’è il Multi-Purpose Habitat, un modulo pressurizzato a forma cilindrica in fase di sviluppo negli stabilimenti torinesi di Thales Alenia Space, nell’ambito di un contratto con l’Asi firmato nel luglio 2025. È progettato per garantire una vita operativa di dieci anni e operare in sinergia con gli altri elementi dell’architettura Artemis.

“La casa degli astronauti sarà Made in Italy” ha dichiarato Urso, richiamando una tradizione che risale al programma San Marco, quando l’Italia, dopo Unione Sovietica e Stati Uniti, divenne il terzo Paese al mondo a operare in modo autonomo un satellite. Su X, Valente è stato più esplicito: “Una lunga cooperazione spaziale, oggi ancor più profonda tra Nasa e Asi, porterà a realizzare un campo base sulla Luna e un astronauta italiano a camminare sulla superficie lunare”.

Per questo, anche per l’Italia, Artemis 2 non sarà un traguardo, ma una nuova partenza.

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