Venus: da Joana Vasconcelos, un corpo plurale per la memoria della moda
La mostra romana al PM23 non separa l’estetica dall’etica: la bellezza non è solo da contemplare, ma da costruire insieme
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Con Venus, la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti affida a Joana Vasconcelos un progetto concepito in totale libertà creativa, pensato specificamente per gli spazi di Piazza Mignanelli 23. La mostra riunisce dodici opere dell’artista portoghese — tra installazioni monumentali e interventi site-specific — e trentatré creazioni di Valentino Garavani, selezionate dall’archivio storico con la curatela di Pamela Golbin.
Ne nasce un dialogo serrato tra moda e arte contemporanea, in cui visione, materia e linguaggi differenti si intrecciano per offrire una lettura viva e non celebrativa dell’eredità del couturier, riletta alla luce di sensibilità e urgenze del presente.
Interrogare il presente
Entrare nella mostra Venus significa accettare una sospensione: quella tra la memoria di un’estetica assoluta e la sua trasformazione in esperienza viva, collettiva, aperta. Non si tratta di una celebrazione nostalgica né di una semplice rilettura dell’archivio, ma di un dispositivo narrativo che usa la moda come materia sensibile per interrogare il presente.
Stratificazioni
Lo sguardo di Joana Vasconcelos non osserva l’opera di Valentino Garavani da lontano; non la incornicia né la protegge. La attraversa. Gli abiti diventano frammenti di un corpo più grande, cellule di un organismo in continua trasformazione. La Venere che domina lo spazio non è un’icona classica né un simbolo di perfezione immobile, ma una entità ibrida, espansa, costruita per stratificazione, in cui il concetto di bellezza si sposta dal risultato al processo.
La couture, tradizionalmente associata all’idea di unicità e distanza, viene qui riscritta come gesto condiviso. Gli abiti di Valentino, con la loro precisione formale e il loro equilibrio rigoroso, non vengono annullati dal dialogo con l’arte contemporanea, ma resi permeabili. Perdono la fissità museale per diventare superfici narrative, capaci di sostenere nuovi significati senza rinunciare alla propria identità.







