Idee

Venus: da Joana Vasconcelos, un corpo plurale per la memoria della moda

La mostra romana al PM23 non separa l’estetica dall’etica: la bellezza non è solo da contemplare, ma da costruire insieme

di Maria Laudiero

3' di lettura

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Con Venus, la Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti affida a Joana Vasconcelos un progetto concepito in totale libertà creativa, pensato specificamente per gli spazi di Piazza Mignanelli 23. La mostra riunisce dodici opere dell’artista portoghese — tra installazioni monumentali e interventi site-specific — e trentatré creazioni di Valentino Garavani, selezionate dall’archivio storico con la curatela di Pamela Golbin.

Ne nasce un dialogo serrato tra moda e arte contemporanea, in cui visione, materia e linguaggi differenti si intrecciano per offrire una lettura viva e non celebrativa dell’eredità del couturier, riletta alla luce di sensibilità e urgenze del presente.

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La bellezza composita di Venus in mostra a Roma

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Interrogare il presente

Entrare nella mostra Venus significa accettare una sospensione: quella tra la memoria di un’estetica assoluta e la sua trasformazione in esperienza viva, collettiva, aperta. Non si tratta di una celebrazione nostalgica né di una semplice rilettura dell’archivio, ma di un dispositivo narrativo che usa la moda come materia sensibile per interrogare il presente.

Stratificazioni

Lo sguardo di Joana Vasconcelos non osserva l’opera di Valentino Garavani da lontano; non la incornicia né la protegge. La attraversa. Gli abiti diventano frammenti di un corpo più grande, cellule di un organismo in continua trasformazione. La Venere che domina lo spazio non è un’icona classica né un simbolo di perfezione immobile, ma una entità ibrida, espansa, costruita per stratificazione, in cui il concetto di bellezza si sposta dal risultato al processo.

La couture, tradizionalmente associata all’idea di unicità e distanza, viene qui riscritta come gesto condiviso. Gli abiti di Valentino, con la loro precisione formale e il loro equilibrio rigoroso, non vengono annullati dal dialogo con l’arte contemporanea, ma resi permeabili. Perdono la fissità museale per diventare superfici narrative, capaci di sostenere nuovi significati senza rinunciare alla propria identità.

Un ruolo centrale in questo processo è giocato dalla dimensione sociale dell’opera. Venus è stata costruita attraverso un lungo lavoro a uncinetto, tecnica profondamente legata alla pratica artistica di Vasconcelos, qui elevata a strumento di relazione. Alla realizzazione hanno partecipato persone provenienti dalle più diverse condizioni sociali: studenti di Belle Arti e di moda, bambini ricoverati, detenute, donne inserite in percorsi di protezione, realtà associative e singoli cittadini. Il filo diventa così linguaggio comune, capace di unire esperienze lontane, trasformando un gesto tradizionalmente intimo e domestico in un atto pubblico e collettivo. L’opera finale conserva la traccia di queste differenze, facendone una parte essenziale della propria forma.

La Venere che emerge da questo processo non è dunque un simbolo astratto, ma un corpo reale, costruito da mani diverse, portatore di storie, tempi e fragilità. In questo senso, la mostra non separa l’estetica dall’etica: la bellezza non è solo da contemplare, ma da costruire insieme. Il lavoro manuale, spesso relegato ai margini della storia dell’arte, diventa qui dispositivo politico e poetico allo stesso tempo.

Venus rifiuta una lettura cronologica o celebrativa dell’archivio. Non racconta una carriera, ma un’idea: quella di un’estetica che può ancora generare senso, confronto, partecipazione. La grandezza di Valentino Garavani non viene messa in scena come mito intoccabile, ma come materia fertile, capace di accogliere nuove voci. In questa tensione tra memoria e trasformazione, tra alta moda e pratica collettiva, la mostra trova la sua forza più autentica.

All’esperienza collettiva che ha dato forma a Venus è dedicato anche Trame #73, il documentario di Daniele Luchetti presentato all’interno del percorso espositivo. Attraverso un montaggio di voci e gesti, il film restituisce la dimensione umana del progetto, mettendo in luce il valore del lavoro condiviso e della trasmissione del sapere. Il fare manuale emerge come linguaggio comune e atto trasformativo, capace di generare consapevolezza, relazione e nuove forme di appartenenza.

 

 

Venus- Valentino Garavani attraverso gli occhi di Joana Vasconcelos, Roma, PM23, fino al 31 Maggio 2026

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