Interventi

Vent’anni che hanno cambiato il lavoro della comunicazione internazionale

Dalla crisi finanziaria all’intelligenza artificiale, come sono cambiate le competenze richieste a chi opera tra istituzioni, imprese e organizzazioni globali

di Guido Formigoni

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Vent’anni fa il mondo sembrava procedere verso una crescente integrazione. Secondo accreditati interpreti, addirittura verso un’irreversibile uniformazione. La globalizzazione appariva un processo irreversibile, le catene del valore si estendevano oltre i confini nazionali e l’ingresso di nuove economie nei mercati internazionali alimentava la convinzione che interdipendenza economica e stabilità geopolitica fossero destinate a rafforzarsi reciprocamente.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

In quel contesto, la comunicazione internazionale era prevalentemente associata alla gestione delle relazioni istituzionali, ai rapporti con i media e alle attività di diplomazia pubblica. Le imprese la consideravano soprattutto uno strumento di rappresentazione e posizionamento, mentre le istituzioni la utilizzavano per consolidare il consenso e favorire la cooperazione.

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Vent’anni dopo, il quadro è radicalmente cambiato.

La crisi finanziaria del 2008, l’affermazione delle piattaforme digitali, la Brexit e lo stallo dell’Unione europea, la pandemia, il ritorno delle tensioni geopolitiche e del fenomeno delle guerre non solo nelle periferie del mondo, la frammentazione degli ecosistemi informativi e la diffusione dell’intelligenza artificiale hanno modificato profondamente il contesto nel quale organizzazioni, governi e imprese operano.

La politica e la statualità sono tornate in primo piano, influenzando e guidando direttamente strategie industriali, investimenti, filiere produttive e accesso ai mercati. Le decisioni assunte a Bruxelles, Washington, Pechino o nei principali scenari di crisi hanno effetti immediati sulle attività economiche e sulla capacità delle organizzazioni di gestire il proprio contesto operativo.

In questo scenario la comunicazione internazionale ha assunto una funzione diversa rispetto al passato. Non si limita più a raccontare le organizzazioni, ma diventa uno strumento politico e progettuale, contribuendo a interpretare il contesto nel quale i soggetti operano. Non gestisce soltanto flussi informativi, ma aiuta a comprendere e gestire rischi, opportunità e implicazioni derivanti da dinamiche economiche, sociali e geopolitiche sempre più interconnesse.

Anche il mercato del lavoro riflette questa trasformazione.

Se fino ai primi anni Duemila le competenze maggiormente richieste riguardavano le relazioni istituzionali, gli uffici stampa e la gestione dei rapporti con i media, oggi le organizzazioni ricercano professionalità capaci di integrare competenze multidisciplinari. Reputazione globale, public affairs internazionali, sostenibilità, comunicazione interculturale, gestione delle crisi, contrasto alla disinformazione, geopolitica d’impresa e utilizzo dell’intelligenza artificiale sono diventati elementi centrali nella formazione dei nuovi professionisti della comunicazione.

L’evoluzione delle competenze richieste emerge con particolare evidenza anche nei percorsi di alta formazione dedicati alle relazioni internazionali e alla comunicazione strategica. Tra questi, il Master in Comunicazione per le Relazioni Internazionali dell’Università IULM rappresenta un osservatorio interessante per leggere i cambiamenti intervenuti negli ultimi due decenni.

Dal 2006 a oggi il Master ha formato oltre 550 professionisti oggi attivi presso istituzioni europee, organizzazioni internazionali, imprese multinazionali, società di consulenza, ONG e media. Nelle ultime edizioni il tasso di occupazione ha superato stabilmente il 90%, confermando una domanda crescente di figure in grado di muoversi in contesti internazionali caratterizzati da elevata complessità.

Le carriere degli alumni raccontano una trasformazione che va ben oltre il perimetro della comunicazione tradizionale. Sempre più spesso questi professionisti operano all’incrocio tra relazioni istituzionali, analisi del contesto, gestione della reputazione, affari pubblici e supporto ai processi decisionali. Una tendenza che riflette l’evoluzione delle esigenze di imprese e organizzazioni chiamate a confrontarsi con scenari globali sempre più instabili e interdipendenti.

In un contesto segnato dalla competizione geopolitica e tecnologica tra Stati e grandi reti imperiali, le aziende e le istituzioni, infatti, non hanno più bisogno soltanto di specialisti della comunicazione. Hanno bisogno di figure capaci di muoversi in modo critico nella complessità di un mondo frammentato. In un mondo caratterizzato da crescente polarizzazione, volatilità e competizione tecnologica, la capacità di costruire dialogo e generare fiducia rappresenta una risorsa strategica tanto quanto l’innovazione o la competitività economica.

La vera sfida dei prossimi anni non sarà soltanto governare la trasformazione digitale o integrare l’intelligenza artificiale nei processi organizzativi. Sarà soprattutto formare professionisti in grado di dominare la complessità, collegare mondi diversi e tradurre fenomeni globali in decisioni consapevoli. La formazione di queste competenze rappresenta quindi non soltanto una sfida educativa, ma una leva strategica per la competitività del sistema Paese.

(*) Direttore scientifico MICRI e Prorettore Vicario.

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