Food & Drink

Vendemmiare sul tetto di un aeroporto o davanti all’Empire State Building

Nel mese della raccolta dell’uva, fare l’insolita esperienza di un viaggio tra le vigne urbane, con degustazioni a chilometro zero e viti che si integrano con lo skyline.

di Barbara Sgarzi

La vigna di Rooftop Reds a New York, diffusa su 1.000 metri quadrati di tetti, nel Brooklyn Navy Yard.

5' di lettura

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Un tempo era ottobre il mese dei grappoli maturi da raccogliere e vinificare. Oggi, a seconda delle latitudini, la vendemmia si anticipa quasi ovunque a settembre, quando non in piena estate. Non solo nelle campagne vitate: è possibile partecipare alla festa del raccolto caro a Bacco mentre si visita una capitale europea, e passeggiare tra i filari anche in mezzo alle città, grazie alle tante vigne urbane diffuse nel mondo. In Italia, quella attesa con più curiosità troverà posto sul tetto del nuovo aeroporto di Firenze, progettato dallo studio Rafael Viñoly Architects. Otto ettari dove cresceranno 38 filari, il cui vino verrà prodotto e affinato sotto il tetto del terminal. Molte di queste viti cittadine sono riunite nell’associazione Urban Vineyards. «L’idea nasce nel 2019 dalla volontà di proteggere e valorizzare le vigne in contesti urbani», spiega il presidente, Nicola Purrello. «È una sorta di ritorno al passato: un tempo le coltivazioni erano molto più vicine al centro città. Noi riportiamo in vita l’agricoltura storica, anche in chiave di sostenibilità e biodiversità: la vigna in città è quasi un parco, spesso raggiungibile senza auto».

Purrello ne gestisce anche una, la Etna Urban Winery, oggi reimpiantata con barbatelle di Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Carricante. «La nostra contrada, storicamente tra le più vitate sull’Etna, è stata nel frattempo raggiunta dalla città in espansione, conservando però un ricco patrimonio storico e antropologico», precisa. Oggi propone degustazioni, food pairing e laboratori di ceramica in vigna, a pochi passi dal centro di Catania. Sempre in Sicilia c’è la Vigna del Gallo dell’Orto Botanico di Palermo, recentemente intitolata al pioniere del vino siciliano Diego Planeta. È un vero vigneto urbano che, grazie a un progetto del Consorzio di Tutela vini Doc Sicilia, con l’Università di Palermo, custodisce decine di varietà autoctone. Spostandosi a nord, in attesa di quella dell’aeroporto, Firenze darà il benvenuto nel 2025 alla prima vendemmia della vigna urbana sulla collina di piazzale Michelangelo, che dà il nome al vigneto e anche al futuro vino. Quasi due ettari, circa un migliaio di piante a maggioranza Sangiovese e coltivazione biologica per un progetto al femminile creato da Donne Fittipaldi, cantina di Bolgheri.

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Via Mari 10, vigneto nel centro storico di Reggio Emilia.

Più che urbana è apolide la minuscola vigna di Via Mari 10, nel centro storico di Reggio Emilia: probabilmente il vigneto più piccolo del mondo, è di Sangiovese e nasce in venti metri quadrati, nei vasi di una terrazza dove le piante sono lasciate libere di arrampicarsi, crescendo di tetto in tetto. Tullio Masoni, ex broker votato alla viticoltura da terrazzo, ne ha fatto un progetto artistico e provocatorio. Le pochissime bottiglie prodotte ogni anno, circa 30, dopo l’affinamento in barrique – due opere d’arte in legno firmate dallo scultore Lorenzo Menozzi che rappresentano un uomo e una donna – sono vendute (a 5mila euro l’una) in una galleria d’arte della città, Bonioni.

Può sembrare strano, data l’abbondanza di acque salmastre, ma la viticoltura fa parte della storia di Venezia: in piazza San Marco fino al 1100 c’era una vigna. Storia ripresa grazie all’intervento di Laguna nel bicchiere, un’associazione che da anni recupera i vigneti nel centro storico e nell’estuario veneziano, gestendo anche la vendemmia, che diventa così una festa collettiva. Un progetto di ampio respiro è quello di Venissa, recupero viticolo e ospitalità nell’isola di Mazzorbo. La tenuta ospita un clos circondato da mura medioevali e produce il Bianco Venissa, poche bottiglie (circa 3.500) che arrivano dall’unico ettaro al mondo di Dorona di Venezia, vitigno autoctono adattato nei secoli alla grande salinità. Dopo è nato anche il Rosso Venissa, prodotto da Merlot e Cabernet Sauvignon nella vicina isola di Santa Cristina. Incerto per ora il futuro di due delle più famose vigne urbane d’Italia: sia la Vigna di Leonardo, a Milano, che Ludovico il Moro regalò al genio nel 1498, sia quella di Villa della Regina, a Torino, sono recentemente passate di mano e ancora non è chiaro in che modalità torneranno a essere visitabili.

Etna Urban Winery, una vigna alle pendici del vulcano.

Chi scopre Vienna per la prima volta ne rimane colpito. Basta prendere un tram dal centro per trovarsi immersi nei vigneti a bere un calice, con lo skyline cittadino così vicino da poterlo toccare. La capitale austriaca vanta 600 ettari coltivati da 170 viticoltori, un unicum per una metropoli. Accanto alle vigne, gli heurigen, locali tipici che si riconoscono dalle frasche di pino sulla porta, dove degustare il vino nuovo, magari durante le Giornate della Passeggiata enologica, quest’anno il 28 e 29 settembre. La palma della vigna urbana più romantica però va a Clos Montmartre, piccolo miracolo stretto tra i palazzi sotto il Sacro Cuore, che produce circa mille bottiglie da mezzo litro di rosato e attrae migliaia di curiosi per la festa della vendemmia, che dal 1934 si svolge il secondo weekend di ottobre. Sempre in Francia, l’Association des Compagnons des Côtes du Rhône gestisce l’unico vigneto intra-muros Aoc – Appellation d’origine contrôlée –, il Clos de la Vigne al Palais des Papes, che si affaccia sulla città storica e sul Rodano dalla cima del Rocher des Doms: oggi è frequentato anche dagli studenti di agraria e viticoltura. In Spagna, è scenografica Can Calopa de Dalt, vigna sulla prima collina di Barcellona nel cuore del parco di Collserola, gestita dalla cooperativa L’Olivera, che ne ha fatto un progetto no profit e di inclusione sociale. Ospita un uliveto e un wine bar con vista ed è raggiungibile con un trekking dal centro città, che attraversa lo sterminato parco di quasi 8,5 ettari. A Lisbona, accarezzate dal vento atlantico, ci sono le vigne cittadine di Adega Belém, una boutique winery vicina all’omonima, famosissima torre. Vigneto e wine bar sono limitrofi, per un’esperienza a chilometro zero. Qui si sperimenta con i grappoli autoctoni: vini prodotti con tecniche ancestrali, senza solfiti aggiunti, alcuni affinati in anfora. Il viaggio ideale fra le vigne cittadine d’Europa si chiude a Salonicco dove, dal 2013, nello spazio un tempo occupato dall’officina meccanica del Comune, ora svettano piante di Malagouzia, Xinomavro e Agiorgitiko, coltivate anche grazie alla Facoltà di Agraria dell’Università Aristotele di Salonicco. Oggi la vigna è un parco urbano dove i cittadini organizzano feste e incontri. E la vendemmia per produrre il Gorgona diventa un rito collettivo, il cui ricavato va in beneficenza.

Vigna Comunale di Salonicco.

Ci sono poche immagini più urbane dello skyline di Manhattan visto da Brooklyn. È quasi impensabile ammirarlo degustando un calice, circondati dai vitigni che hanno prodotto proprio quel vino. Ma è possibile da Rooftop Reds, wine bar con vigna sparsa su poco più di mille metri quadrati di tetti, nato nel 2016 nel Brooklyn Navy Yard. Realizza la visione di Devin Shomaker, che lo ha pensato quando era uno studente di marketing e viticoltura. Infine, la winery Hollywood Classic non è aperta alle visite, ma la si può lambire per ammirare le viti che quasi raggiungono la scritta bianca “Hollywood”. Adiacente al Griffith Park, è una tenuta di circa 16 ettari, dei quali poco più di tre vitati. Piantata nel 2001, produce le varietà bordolesi più amate negli Usa: Cabernet Sauvignon, Merlot e Malbec che si possono anche degustare nelle enoteche e wine bar locali, sognando il grande cinema.

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