Modelli vincenti

Veloci e audaci, così i challenger vanno all’attacco dei grandi brand

Marchi emergenti e start up cambiano i codici del marketing puntando su idee coraggiose, creatività e rapidità di esecuzione

di Giampaolo Colletti

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Altro che fitness del secolo scorso. Tutto ciò che facciamo oggi è per prepararci al domani. È il manifesto valoriale di Gymshark, azienda inglese che in pochi anni ha scalato mercato, fatturato, interesse e attenzione. Si definisce come conditioning brand, ossia un marchio che agisce in modo proattivo sulla propria community, suggerendole la retta via del benessere. Un concetto più ampio per preparare le persone ad affrontare le sfide della vita: fisiche, mentali e sociali. Insomma, tanta roba.

Tutto nasce nel 2012 dall’intuizione di Ben Francis, diciannovenne che all’epoca stampava magliette da palestra. Tredici anni dopo il suo marchio vale più di un miliardo di sterline, produce capi di abbigliamento tecnico che intercettano micro-influencer e youtuber, ribaltando il modo di fare marketing nel fitness. Arriva così a competere sul terreno valoriale dei colossi con una strategia vincente di differenziazione: mentre molti brand parlano di lifestyle, Gymshark fa leva sulla comunità in palestra come elemento distintivo.

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 L’approccio omnicanale ha un tono aspirazionale ma accessibile, tipico dei brand challenger contemporanei. Niente testimonial miliardari. Solo persone che raccontano la loro giornata reale. Oggi il 40 % del fatturato arriva dagli Stati Uniti, mentre il flagship londinese è diventato hub esperienziale. Così questa anti-Nike della porta accanto da pochi mesi è sbarcata anche in America con una palestra social club. La crescita ruota su un ecosistema digitale diretto al consumatore, bypassando gli intermediari e parlando in prima persona al suo pubblico.

 Idee coraggiose

Ecco i challenger brand, quei piccoli diventati grandi che fanno paura a quelli ancora più grandi. Si tratta di realtà che ancora non sono leader di mercato, ma che adottano mentalità e strategie rivolte a sfidare lo status quo della categoria in cui operano. La crescita è esponenziale, la struttura leggera, i processi smart. Non avendo dimensioni o budget dei giganti, fanno leva su creatività, digital first, modelli diretti al consumatore e distribuzione rapida.

D’altronde le tecnologie digitali abbassano le barriere d’ingresso e amplificano visibilità e velocità di crescita. I challenger mostrano che non serve essere i più grandi per avere impatto: è più importante diventare rilevanti, veloci, coerenti. In un mercato mai come oggi interconnesso e instabile i piccoli possono dare maggiore fastidio ai grandi. Di più. Li spaventano. Così i brand challenger – espressione delle startup divenute grandi con proposte innovative, agilità nei processi, tecnologie scalabili e relazione continua con i clienti – si insinuano nei mercati noti.

È una messa in discussione di leadership consolidate che si rafforza con campagne marketing evolute e messaggi coraggiosi. Lo ha evidenziato pochi giorni fa il Marketing association, l’associazione americana di riferimento, in un rapporto dal titolo assai esplicito: «Perché i marchi sfidanti vincono con idee coraggiose». Dalle azioni alle narrazioni. Molti challenger costruiscono il loro vantaggio non solo con l’innovazione di prodotto, ma sul posizionamento narrativo forte.

«Oggi il racconto è parte del prodotto. I challenger non vendono solo beni, ma visioni. In un mercato saturo la narrazione diventa una tecnologia competitiva, serve a creare identità, costruire comunità e distinguersi dove l’innovazione tecnica da sola non basta», afferma Giulio Buciuni, docente di imprenditorialità e innovazione al Trinity College di Dublino e autore di «Innovatori outsider» per il Mulino.

 Il valore della velocità

A contare è la rapidità di esecuzione (e sperimentazione) rispetto ai colossi più lenti e paludati. «La velocità è la nuova barriera all’entrata. I challenger sperimentano in tempo reale, cambiano messaggio, canale e tono prima che i grandi abbiano finito una riunione. La «brave idea» non è solo creativa bensì organizzativa e nasce da team snelli, cicli decisionali corti e cultura del rischio. Ma il vero vantaggio dei challenger è relazionale. Trasformano il cliente in parte dell’impresa, costruendo fiducia e appartenenza.

Mentre i grandi difendono quote di mercato, gli outsider coltivano comunità. È così che la relazione diventa capitale e l’engagement un asset strategico», dice Buciuni.

Gli spazi di manovra in Italia

Ma in un mercato come quello italiano, dove i brand storici hanno un’eredità fortissima, che spazio resta per chi vuole affermarsi come novità? «C’è spazio per far dialogare tradizione e tecnologia. I nuovi brand vincenti non rompono con l’eredità manifatturiera, la aggiornano e trasformano il saper fare in saper integrare. È in questo spazio che la tradizione diventa piattaforma, non ostacolo», conclude Buciuni.

Lo sostiene anche Jay Samit, pioniere della trasformazione digitale e tra i massimi esperti mondiali di innovazione: nella storia dell’umanità non è mai stato facile come oggi raggiungere il successo. Siamo tutti a un solo clic di distanza da quasi otto miliardi di potenziali clienti.

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