La visita

Usa, Re Carlo incontra Trump: «Rinnoviamo la nostra alleanza»

Re Carlo III ha provato a ricucire, con una visita ricca di cerimoniale, un discorso al Congresso e un faccia a faccia privato con Donald Trump, il «rapporto speciale» tra Londra a Washington. Ma con una cortese riaffermazione della Nato e del sostegno all’Ucraina

dal nostro corrispondente Marco Valsania

RE CARLO III, DONALD TRUMP PRESIDENTE USA VISITA DI RE CARLO A WASHINGTON 7146

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NEW YORK - Non siamo sempre d’accordo, ma Gran Bretagna e Stati Uniti «hanno sempre trovato il modo di collaborare». Di più: hanno forgiato un’alleanza «tra le più grandi nella storia dell’umanità», che merita «riconciliazione e rinnovamento» in omaggio all’importanza di ciò che unisce le due nazioni, la «difesa dei valori democratici».

Re Carlo III ha provato a ricucire, con una visita ricca di cerimoniale, un discorso al Congresso e un faccia a faccia al riparo con Donald Trump, il «rapporto speciale» tra Londra a Washington.

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Un rapporto oggi ai minimi, logorato se non strappato dalle divisioni sulla guerra in Iran e da oltre un anno di presidenza Trump all’insegna di un’America First aggressiva e astiosa con gli alleati, colpiti anche da offensive commerciali a colpi di dazi e accuse di essere codardi e parassiti. Il premier britannico Keir Starmer si è ormai trasformato da leader favorito a persona non grata: «Non è Churchill», ha ripetutamente incalzato Trump.

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Non è una missione semplice quella di Carlo. In un segno dell’acrimonia, la visita ha coinciso con una nuova mini-bufera diplomatica: rivelazioni scomode del Financial Times su dichiarazioni private del nuovo ambasciatore britannico negli Usa, Christian Turner. A febbraio, parlando con alcuni studenti, ha liquidato la «special relationship» come cosa del passato, affermando che Washington ha ora un simile rapporto «probabilmente solo con Israele». E ha condannato le «straordinariamente» scarse ripercussioni dello scandalo di Jeffrey Epstein tra i politici americani, al contrario dell’Europa dove tra i travolti c’è il suo predecessore negli Usa.

La visita di stato del Re, distribuita su quattro giorni, ha avuto il suo culmine già ieri 28 aprile, all’indomani dell’arrivo sul suolo statunitense e il solenne cerimoniale ha dominato. L’incontro con Trump è stato strettamente a porte chiuse nello Studio Ovale (per evitare ogni rischio di screzi in pubblico). E i 20 minuti di intervento davanti al parlamento statunitense a camere riunite si sono fatti notare anzitutto per la rarità dell’evento. L’ultimo monarca britannico a parlare a Capitol Hill? La madre di Carlo, la Regina Elisabetta II nel 1991.

Carlo ha attentamente calibrato le sue parole, nel suo discorso e altrove. Ha ricordato che la forte partnership tra Londra e Washington in realtà «è nata da una disputa», riferendosi alla rivoluzione americana contro la corona britannica sotto lo slogan nessuna tassazione senza rappresentanza. E quando agli americani ha inviato un messaggio di sostegno alla Nato e impegno alla protezione dell’Ucraina, temi che scottano per Trump, sprezzante sull’Alleanza e frustrato con Kiev, lo ha fatto con toni alti: l’alleanza transatlantica ha radici nella «generosità d’animo e nel dovere di promuovere la compassione, favorire la pace, approfondire la comprensione reciproca e valorizzare le persone di tutte le fedi e anche senza alcuna fede».

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Parole facilitate dalla coincidenza della visita con uno storico anniversario Usa, il 250esimo anno dall’indipendenza.

Ciononostante Carlo ha ugualmente, per quanto velatamente, lanciato frecciate al presidente e alle sue politiche di rottura con l’Europa. Ha fatto riferimento esplicito all’intervento Nato a fianco degli Usa dopo gli attentati dell’11 Settembre 2001: «Quando la Nato ha invocato l’Articolo 5 per la prima volta, abbiamo risposto all’appello, come il nostro popolo ha fatto per oltre un secolo, fianco a fianco». Visiterà a New York il Memoriale alle vittime degli attentati nei prossimi giorni.

Ha poi continuato legando direttamente quell’impegno al sostegno adesso all’Ucraina: «Oggi quella stessa indomita determinazione è necessaria per la difesa dell’Ucraina e della sua gente coraggiosa, per assicurare una pace giusta e duratura». Ha difeso la spesa militare britannica e le sue forze armate, in particolare la marina militare raccontando di quanto aveva servito nei suoi ranghi, dopo le accuse di Trump che le portarei di Londra sono «giocattoli».

Il protratto cerimoniale ha contribuito in modo cruciale al clima disteso. Il Re è stato accompagnato dalla Regina Camilla, che si è intrattenuta con la first lady Melania.

È stato accolto da un saluto con 21 colpi di cannone e ha partecipato alla cerimonia di rassegna delle truppe, il massimo onore diplomatico concesso dagli Stati Uniti a capi di stato stranieri. In cielo hanno sfrecciato aerei militari. In serata Trump ha offerto un ricevimento e cena alla presenza di politici e celebrità di entrambi i Paesi.

Il presidente, in affanno nei sondaggi in patria e nel conflitto in Iran all’estero, è parso da parte sua pronto a lasciare in disparte le polemiche, almeno per una giornata e a far leva su onori e sfarzi, che gli sono tradizionalmente cari, in cerca di smalto e forse sollievo da polemiche. Si è attenuto ai saluti e discorsi scritti e reso omaggio ai reali britannici e ai legami tra i due popoli e paesi. Ha ricordato con nostalgia che sua madre era nata in Scozia e «amava la famiglia reale», tanto da aver avuto un debole per un giovane Carlo. E ha sottolineato «come prima che gli americani avessero una nazione o una costituzione, avevano una cultura, un carattere, un credo. Prima di proclamare l’indipendenza, gli americani portavano con sé il dono più raro, il coraggio morale, venuto da un piccolo ma potente regno oltreoceano».

Non è mancata una battuta leggera: accennando al tempo piovigginoso, Trump ha esclamato: «Splendida giornata britannica». Anche se la visita reale ha avuto luogo tra intensificate misure di sicurezza dopo lo sventato attentato a Trump sabato scorso alla cena annuale dei giornalisti della Casa Bianca.

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