World Cup 2026

Usa e Iran (e non solo): quando il calcio diventa il crocevia tra guerra e pace

Negli ottavi di finale della World Cup 2026, in programma il 7 luglio, Usa e Iran potrebbero sfidarsi in un intreccio tra calcio e conflitti bellici che ha avuto diversi precedenti nella storia

di Marco Bellinazzo

Lione, 21 giugno 1998.  Action Images

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C’era una data che i dirigenti della Fifa e i funzionari della Casa Bianca avevano segnato con il circoletto rosso prima dell’avvio dei mondiali: il 3 luglio, ovvero quando le nazionali di Stati Uniti e Iran avrebbero potuto più plausibilmente affrontarsi nei sedicesimi di finale a Dallas. Sarebbe accaduto se entrambe avessero terminato i rispettivi gironi al secondo posto. Le due vittorie conseguite dagli Usa contro con Paraguay e Australia e il primo posto conquistato nel Gruppo D hanno determinato però un altro scenario, per quanto meno probabile: se l’Iran dovesse a sua volta primeggiare nel nel Gruppo G, la sfida con gli Usa si potrebbe concretizzare agli ottavi di finale il 7 luglio a Seattle.

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Se invece l’Iran dovesse arrivare seconda o terza nel proprio raggruppamento (ai turni ad eliminazione diretta accedono le prime due e le 8 migliori terze dei 12 giorni) un confronto diretto contro la nazionale padrona di casa alla Fifa World Cup 2026 potrebbe aver luogo solo in semifinale o finale. Il match contro il Belgio stasera (ore 21) a Los Angeles diventa perciò decisivo (l’Iran giocherà poi con l’Egitto il 27 giugno).

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Intanto, l’Iran ha inoltrato alla Fifa un reclamo contro le restrizioni che la squadra sta subendo a causa dal regime di sicurezza che gli Stati Uniti hanno imposto, a partire dal ritiro forzato in Messico. Un regime che neppure gli accordi di pace in corso di formalizzazione hanno attenuato.

La potenziale sfida tra la nazionale a stelle e strisce e quella degli ayatollah, che da incrocio tra due paesi belligeranti potrebbe tramutarsi in un’occasione di pubblica riconciliazione, andrebbe ad arricchire quella parte di storia del calcio internazionale scritta sugli instabili confini tra competizione sportiva e conflitto politico.

Uno dei precedenti più iconici peraltro coinvolge proprio Usa e Iran ai mondiali francesi del 1998. La partita di Lione del 21 giugno arrivava infatti dopo quasi vent’anni di relazioni diplomatiche interrotte a seguito della crisi degli ostaggi del ’79. La vigilia del match fu caratterizzata da tensioni logistiche e protocollari. Secondo le regole Fifa, la squadra designata come “B” – l’Iran – avrebbe dovuto avvicinarsi per il saluto iniziale. Ma la leadership iraniana impedì un gesto considerato politicamente sensibile. La soluzione fu una mediazione: gli americani avanzarono simultaneamente ai giocatori iraniani che offrirono rose bianche agli avversari. Le squadre poi posarono insieme per una foto e la partita si disputò senza incidenti. Sul campo vinse l’Iran (2-1), ma fuori prevalse l’idea che lo sport potesse diventare un linguaggio comune di ritrovata concordia.

Stati Uniti e Iran si sono poi incontrati al mondiale del Qatar, il 29 novembre 2022 all’Al Thumama Stadium di Doha. Anche il quel caso si è registrato attorno al match un clima di tensione, tra dichiarazioni politiche e attacchi social, per quanto stemperato rispetto al precedente del ’98. A Doha la partita è stata vinta dagli americani.

Gli episodi in cui il calcio ha incrociato le crisi internazionali, diventandone cassa di risonanza o, in alcuni casi, valvola di sfogo, non riguardano però solo l’asse Washington-Teheran. Celebre è la cosiddetta “guerra del calcio” tra Honduras ed El Salvador, esplosa a cavallo delle partite di qualificazione al mondiale messicano del 1970, mirabilmente raccontata in un libro-reportage dal giornalista polacco Ryszard Kapuściński, «La prima guerra del football e altre guerre di poveri». Il conflitto centroamericano, durato poche ore ma con migliaia di vittime, scaturì da contrasti territoriali e sociali legati alle migrazioni tra i due paesi, ma il calcio ne fu il detonatore emotivo.

Nell’ultimo quadriennio il Mondiale e gli Europei, così come i Giochi olimpici, non sono stati investiti invece dalla guerra Russia–Ucraina, solo perchè dopo l’invasione su larga scala del 2022 del territorio ucraino, la Russia è stata esclusa dalle competizioni Fifa e Uefa e dagli eventi del Cio (anche se su questo fronte la squalifica di Russia e Bielorussia potrebbe a breve rientrare).

La storiografia calcistica racconta anche di altri Mondiali ed Europei disputati “all’ombra della guerra”. Due casi emblematici restano il Mondiale del 1938 e l’Europeo del 1992.

In un Vecchio continente sull’orlo della Seconda guerra mondiale, con l’ascesa del nazismo, le rivendicazioni territoriali e l’espansionismo tedesco, poco prima del campionato mondiale in programma in Francia nel 1938, si assistette addirittura alla scomparsa di una nazionale. Nel marzo 1938, in effetti, la Germania nazista dopo aver annesso l’Austria, ha sciolto la nazionale austriaca, integrando forzatamente i migliori giocatori nella propria selezione. All’epoca l’Austria era una delle squadre più forti, erede del Wunderteam degli anni ’30. Alexander Sindelar, simbolo di quella nazionale, rifiutò di aderire al progetto nazista, morendo poi nel 1939 in circostanze mai del tutto chiarite.

Al termine della Seconda Guerra mondiale, poi, la Coppa del mondo per la prima volta intitolata al suo creatore, Jules Rimet, da 25 anni alla presidenza della Fifa, ripartì dal Brasile. La Germania Ovest e il Giappone, le due nazioni ritenute le maggiori responsabili del conflitto, furono escluse in partenza, così come successo per i Giochi olimpici di Londra 1948. L’Italia, pur essendo stata parte del Patto tripartito, al contrario, venne invitata dagli organizzatori, quale campione in carica.

Nel 1992, il conflitto bellico nella ex Jugoslavia, con le violenze etniche deflagrate Balcani, portarono d’altro canto alla dissoluzione della nazionale jugoslava di calcio in procinto di giocare il campionato Europeo in Svezia. La Uefa, anche a seguito delle sanzioni internazionali dell’Onu, decise di escluderla dal torneo e di richiamare in fretta e furia la Danimarca che poi da ripescata si laureò campione continentale, battendo la Germania in finale.

Nell’intreccio tra calcio e geopolitica, tuttavia, la partita e i goal per eccellenza restano quelli inventati da Diego Armando Maradona contro l’Inghilterra, quarant’anni fa, nei quarti di finale del mondiale messicano. L’antefatto risale a quattro anni prima. Mentre l’Argentina di un giovane Maradona, campione in carica, il 13 giugno del 1982, scendeva in campo nel mondiale spagnolo e veniva sconfitta dal Belgio, il governo dei Generali si arrendeva alla Gran Bretagna nella Guerra delle Malvinas/Falkland, una battaglia durata 74 giorni e costata la vita a 650 militari argentini e 255 britannici.

Nel mondiale messicano del 1986, Argentina e Inghilterra si incrociarono il 22 giugno allo stadio Azteca. L’astuto goal di mano (la “mano de Dios”) e l’incredibile dribbling da centrocampo di Maradona (il gol del secolo), reso immortale dalla telecronaca di Víctor Hugo - «Barrilete cósmico, ¿de qué planeta viniste?» –, furono vissuti dagli argentini, e non solo, come la più dolce delle rivincite contro l’Impero britannico.

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