Unesco, come è cambiato il settore culturale negli ultimi 20 anni
Dall’adozione della Convention on the Protection and Promotion of the Diversity of Cultural Expressions del 2005, oggi «Re-Shaping Policies for Creativity 2026» fa il punto sul settore
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I punti chiave
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A vent’anni dall’adozione della Convenzione del 2005 sulla protezione e promozione della diversità delle espressioni culturali, l’Unesco ha pubblicato «Re|Shaping Policies for Creativity». Si tratta, a tutti gli effetti, di un rapporto di valutazione ex-post delle politiche culturali dei Paesi che hanno ratificato la Convenzione, che si pone l’obiettivo di misurare quanto i suoi principi siano stati tradotti nel tempo in azioni concrete. L’analisi, che offre anche un ulteriore livello di lettura sulla capacità dell’Unesco di orientare le politiche degli stati membri, si articola in dieci capitoli tematici, che spaziano dalla governance culturale agli ecosistemi digitali, dal ruolo della società civile al contributo della cultura allo sviluppo sostenibile, fino alle questioni legate all’uguaglianza di genere.
Il valore economico della cultura
Negli ultimi vent’anni il settore culturale e creativo ha conosciuto una profonda evoluzione, consolidandosi come infrastruttura politico e passando da ruolo principalmente conservativo a leva strategica per innovazione, coesione sociale e sviluppo dei territori. Eppure, nonostante questa trasformazione, il rapporto Unesco apre con un dato di natura economica, richiamando subito l’attenzione su una questione ancora irrisolta: la cultura deve essere considerata un bene pubblico o un settore orientato al mercato?
Una tensione che rimane al centro delle politiche culturali, anche a vent’anni di distanza. In questo quadro, il commercio globale di beni culturali ha raggiunto nel 2023 i 254,28 miliardi di dollari, raddoppiando rispetto al 2005. Una crescita significativa, ma tutt’altro che uniforme: nei Paesi sviluppati l’incremento medio annuo si è attestato all’1,8%, mentre nelle economie in via di sviluppo ha raggiunto ritmi ben più sostenuti, sfiorando l’8,5% annuo. In questo scenario, Cina (19%) e India (6%) si confermano i principali poli del mercato, affiancati da nuovi attori emergenti come Turchia, Malesia, Thailandia e Indonesia, sempre più dinamici negli scambi culturali globali. Secondo il rapporto, il comparto più rilevante negli scambi internazionali resta quello delle arti visive e dell’artigianato: le importazioni dei Paesi in via di sviluppo sono passate da 53 miliardi di dollari nel 2004 a 167 miliardi nel 2023. Nonostante contrazioni di mercato e tensioni geopolitiche, gli Stati Uniti rimangono il più grande mercato d’arte globale, con 4,3 miliardi di dollari di opere vendute all’asta, seguiti da Cina con 1,9 miliardi e Regno Unito con 1,4 miliardi. Il rapporto evidenzia inoltre la vivacità del mercato dell’arte africana, testimoniata dal debutto di quattro Paesi africani alla Biennale di Venezia 2024: Benin, Nigeria, Tanzania ed Egitto.
Cresce anche l’adozione di misure a sostegno dell’export delle belle arti: tra il 2021 e il 2024, il 72% dei Paesi aderenti alla Convenzione ha riportato politiche di supporto alla vendita di arti visive, in aumento rispetto al 48% del periodo di analisi precedente. Tra le iniziative più significative figurano l’Italia, con la riduzione dell’Iva al 5% per gli acquisti intracomunitari di opere d’arte; la Turchia, che offre incentivi fiscali e sovvenzioni a gallerie, musei e per la partecipazione a fiere internazionali; e l’Argentina, dove la notifica legale per l’import/export di opere è stata completamente digitalizzata, semplificando i processi e favorendo il commercio internazionale.
Occupazione, finanziamenti e governance: le sfide strutturali
Sul piano delle politiche pubbliche, il rapporto evidenzia come negli ultimi decenni ci sia stata una crescente attenzione alla creazione di posti di lavoro nel settore culturale: dal 2005, l’85% dei Paesi analizzati ha adottato misure specifiche, in aumento rispetto al 68% del periodo precedente. Le iniziative più diffuse, presenti nel 29% dei Paesi, riguardano l’integrazione dell’occupazione culturale nelle strategie nazionali e il miglioramento dell’accesso ai finanziamenti. Permangono tuttavia problemi strutturali, tra cui precarietà lavorativa, lavoro autonomo o intermittente, spesso con accesso limitato a pensioni, congedi e servizi di assistenza sociale. A questi si aggiunge il cosiddetto “Visa Wall”, un ostacolo persistente alla mobilità dei professionisti culturali e creativi, che colpisce in particolare gli artisti: solo il 96% dei Paesi sviluppati favorisce la mobilità in uscita, mentre appena il 38% facilita l’ingresso di professionisti provenienti da Paesi in via di sviluppo.
Sul piano erogativo, la situazione globale evidenzia segnali di stagnazione, con una spesa pubblica media che resta inferiore allo 0,6% del Pil, ben lontana dal tetto del 2% auspicato a livello europeo. Un’eccezione significativa è rappresentata dal Botswana, che nel 2024 ha registrato un aumento di quasi il 59% dell’allocazione di bilancio destinata alla cultura e alle arti.
Il rapporto evidenzia come la maggior parte dei Paesi che hanno ratificato la Convenzione abbia rafforzato le infrastrutture politiche per la cultura, adottando strategie di decentralizzazione e quadri normativi volti a favorire la cooperazione tra ministeri. I principali partner coinvolti sono il settore dell’istruzione (28,1%, in crescita dal 19%) e quello dell’economia, commercio e finanze (25%), come dimostra il caso della legge sulle Industrie Culturali e Creative, trasferita al Ministero del Made in Italy. Tuttavia, nonostante il 77% dei Paesi includa creatività e innovazione nei piani nazionali di sviluppo sostenibile, solo il 3% delle misure di cooperazione coinvolge agenzie dedicate all’innovazione, sottolineando l’esistenza di ampi margini per rafforzare il legame tra cultura e innovazione tecnologica.








