Sindacati

Una piattaforma unitaria per rinnovare le relazioni industriali in Italia

Una strategia condivisa dei sindacati per migliorare salari, formazione e partecipazione, puntando a un sistema produttivo più competitivo e coeso

di Daniela Fumarola

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Ci sono frangenti nei quali gli interessi del lavoro e quelli dello sviluppo si incontrano in modo

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evidente. Momenti come questo. L’Italia è chiamata ad affrontare trasformazioni profonde —

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tecnologiche, demografiche, ambientali — che mettono alla prova la capacità del suo sistema

produttivo di innovare e competere. In questo scenario, tornare a discutere delle regole che governano

il lavoro non significa guardare al passato, ma costruire le condizioni per affrontare il futuro.

Per questa ragione Cgil, Cisl, Uil hanno definito una piattaforma unitaria per aprire il confronto con

le associazioni imprenditoriali e costruire un nuovo accordo quadro su assetti contrattuali, salario,

rappresentanza, formazione, salute e sicurezza, partecipazione. Farlo significa assumersi una

responsabilità verso i lavoratori, le imprese e il Paese, nella convinzione che relazioni industriali più

moderne possano diventare un fattore di crescita, produttività e coesione sociale.

Le sfide che abbiamo di fronte rendono sempre più necessaria una strategia basata sulla qualità. È un

interesse comune. Le imprese che investono, innovano e competono sui mercati internazionali hanno

tutto da guadagnare da un sistema di relazioni di lavoro più maturo, fondato sulla contrattazione

qualificata, sulla partecipazione, sulla formazione continua e sulla sicurezza sul lavoro. Non si tratta di

oneri aggiuntivi, ma di fattori che accrescono produttività, capacità competitiva e valore aggiunto.

In cima alle priorità vi è la dinamica retributiva. Quando i salari perdono potere d’acquisto non si

indeboliscono soltanto le famiglie: si comprimono i consumi, rallenta la domanda interna e si

riducono le prospettive di crescita dell’intero sistema economico. A questo tema si collega il contrasto

al dumping contrattuale. La proliferazione di contratti “gialli” alimenta una concorrenza fondata sulla

riduzione di salari e tutele anziché sulla qualità. È una distorsione che penalizza insieme lavoratori e

imprese virtuose – che sono la stragrande maggioranza –, alterando le regole del mercato.

Maggiore valore aggiunto, crescita economica e qualità del lavoro sono obiettivi che si sostengono

reciprocamente. Una maggiore produttività deve tradursi anche in salari più elevati e in premi di

risultato aziendali e territoriali, attraverso uno scambio virtuoso che rafforzi contemporaneamente

competitività e coesione sociale. Serve un investimento straordinario sul capitale umano. L’Italia

continua a registrare il più ampio divario europeo nella partecipazione degli adulti alla formazione tra

lavoratori meno qualificati e più qualificati — circa il 10%, 50 punti percentuali in meno che in Europa

— e resta lontana dall’obiettivo europeo del 60% annuo. Per questo proponiamo di rendere effettivo,

universale e portatile il diritto alla formazione.

Al cuore dell’intesa vi è una convinzione chiara: le retribuzioni si determinano attraverso la

contrattazione collettiva. Non solo quella nazionale, ma anche quella decentrata, che deve crescere

per numeri e qualità. Il sindacato è e resta l’autorità salariale del Paese. In un sistema nel quale la

quasi totalità dei lavoratori dipendenti è coperta dai contratti collettivi, la risposta non è affidare ad

altri la definizione dei salari, ma rafforzare l’efficacia della contrattazione. Da questa impostazione

discendono le proposte contenute nella piattaforma. Sul salario giusto si prevede l’attuazione

contrattuale dell’articolo 36 su criteri di reale rappresentatività, come previsto nel decreto Primo

Maggio, assumendo come riferimento i parametri del Patto per la Fabbrica — Tem e Tec — da

declinare nei diversi settori.

Sulla rappresentanza proponiamo una metodologia fondata sul dato associativo e su quello elettorale,

da definire attraverso intese settoriali, confermando il ruolo del Cnel come sede di deposito e

valorizzazione dei contratti collettivi genuini. Fondamentale, poi, il riconoscimento del valore

strategico della partecipazione in tutte le forme regolate dalla legge 76 del 2025 come leva principale

per governare le transizioni.

Consegniamo questa piattaforma alle associazioni imprenditoriali come una base solida di confronto,

convinti che gli interessi in gioco possano convergere e che oggi esista uno spazio concreto per

costruire un nuovo accordo tra lavoro e impresa nell’interesse generale del Paese.

Segretaria Generale Cisl

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