Dazi globali bocciati, ma non scattano i rimborsi automatici
di Antonino Guarino e Benedetto Santacroce
di Miriam Carbone
2' di lettura
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Il mercato italiano del pet vale oggi oltre cinque miliardi di euro e cresce a ritmi che pochi altri settori possono vantare. Eppure, fino a poco tempo fa, il mondo del design guardava a questa economia con distanza, come se cani e gatti non potessero essere oggetto di progettazione seria. Qualcosa sta cambiando e Milano, nel corso dell’ultima design week, ne ha dato una dimostrazione concreta.
In via Feltre ha aperto il Pet Design District, primo distretto in Italia interamente dedicato alla progettazione per animali domestici, con dodici brand selezionati e un programma di convegni che ha messo intorno allo stesso tavolo designer, aziende, accademici e professionisti del comportamento animale. Co-curatrice del progetto è Amelia Valletta, architetta, zoo-antropologa applicata e fondatrice di The HAD Human Animal Design, oggi la voce più autorevole in Italia su questo tema. Ha costruito il suo metodo intrecciando due formazioni apparentemente distanti, quella progettuale e quella etologica, con un master in educazione e riabilitazione comportamentale del cane all’università di Parma. Il risultato è un approccio che non si limita all’estetica ma parte da una domanda precisa: come vive davvero questo spazio l’animale? Cosa percepisce, dove cerca rifugio, come interagisce con il proprietario nell’ambiente condiviso? La risposta è proprio «human animal design», l’evoluzione del pet design intesa non come categoria merceologica, ma come una disciplina che integra architettura, etologia e veterinaria per progettare ambienti e prodotti capaci di migliorare il benessere dell’animale e, insieme, la qualità della relazione con l’umano.
Tre i principi cardine del metodo HAD: benessere etologico, qualità della relazione e biosostenibilità. Finora il pet design si è macchiato di antropocentrismo del progetto, pensato per come appare al proprietario, non per come viene vissuto dall’animale. Una cuccia esteticamente curata ma costruita con materiali che trattengono il calore, o con proporzioni che costringono il cane a posture scorrette, non è un buon prodotto, qualunque sia il prezzo. Questo cambio di paradigma interessa un mercato ancora in larga parte immaturo sul piano progettuale, ma con una domanda sempre più sofisticata. I proprietari di animali domestici sono oggi consumatori informati, disposti a investire, attenti a qualità dei materiali, durabilità, coerenza con gli ambienti domestici. Chiedono oggetti che non si nascondano in un angolo, ma che abitino lo spazio con la stessa dignità di ogni altro arredo. L’Human Animal Design ne fa una questione culturale prima ancora che commerciale: formare progettisti capaci di leggere i bisogni animali è la condizione per costruire un’offerta all’altezza.
Non a caso Amelia Valletta dirige da anni i corsi di Pet Design presso Poli.design al Politecnico di Milano, il primo percorso formativo strutturato in Italia su questa disciplina. Il passo successivo è passare a hotel, spazi urbani, strutture sociosanitarie, mezzi di trasporto. Ovunque persone e animali condividano uno spazio, c’è un progetto possibile. E un mercato che aspetta di essere preso sul serio.