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Una nuova joie de vivre. L’effetto Blazy: cambiare col sorriso

Il direttore artistico di Chanel rilegge i codici della maison lontano da intellettualismi e citazioni pleonastiche. Agile come un funambolo fra l’esigenza di innovare e l’imponente attrazione dell’heritage.

di Jo Ellison

Il direttore artistico di Chanel, Matthieu Blazy, al Grand Palais di Parigi, dove sfila la maison. ©Indigo Lewin

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Se c’è qualcosa che ha caratterizzato finora il mandato di Matthieu Blazy da Chanel, è certamente il sorriso. A partire da quello sul viso della modella Awar Odhiang, che ha concluso la sfilata di debutto dello stilista lo scorso ottobre: camminando leggera tra i pianeti colorati sospesi nel Grand Palais, in una T-shirt di seta bianca e una gonna modello piña colada, ha sfoggiato il suo sorriso più ampio e, calcando quella passerella con la sua energia cosmica, si può dire abbia inaugurato un completo cambio di umore.

È stato quello che nell’industria della moda si chiama momentum e il climax di una stagione che ha visto il debutto di oltre una decina di stilisti. L’attesa per la visione di Blazy aveva raggiunto un crescendo molto prima della rivelazione della sua sfilata tra i pianeti. Poi di nuovo la magia, a dicembre, con la presentazione di Métiers d’art a New York in una stazione della metropolitana abbandonata. La collezione – sorprendente ed elegante che includeva anche un maglione di Superman – combinava savoir-faire e umorismo.

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Da sinistra, giacca ricamata di piume con cappuccio, abito in crêpe; blusa e gonna in chiffon con piume e 170mila perline in vetro (ricami Atelier Montex, applicati a moduli); top e pantaloni in velluto a colore degradante con ricamo di Lemarié a treccia di piume. Tutti i capi di questo articolo sono CHANEL Haute Couture P/E 26 e i prezzi sono su richiesta

Lo stilista franco-belga, 41 anni, all’inizio non sembrava il favorito nella corsa alla guida della maison, fondata a Parigi da Gabrielle Chanel nel 1910, ma secondo Bruno Pavlovsky, presidente di Chanel haute couture e moda, non c’era competizione. «Fin dal primo incontro, il modo in cui lui parlava del brand, di Coco e di che cosa Chanel potesse significare, non ci ha lasciato alcun dubbio», spiega. Il ruolo di Blazy come direttore artistico non riguarda il settore bellezza, gioielli e orologi, ma, come principale figura di riferimento per il pubblico, la sua influenza è comunque forte anche in questo mondo. Chanel è una maison ancora di proprietà privata dei fratelli Wertheimer, un grande impero con revenue che nel 2024 sono state di 18,7 miliardi di dollari. Per 36 anni la leadership creativa è stata nelle mani di Karl Lagerfeld: ora Blazy ha ricevuto l’incarico di scrivere un nuovo capitolo e di ridefinirne i codici, rispettando profondamente l’heritage del brand, come sottolinea Pavlovsky.

Nel backstage della sfilata, un dettaglio dell’abito di chiffon a sette strati applicati a punto. ©Indigo Lewin

A gennaio il designer ha debuttato anche con la sua prima sfilata haute couture – tra creazioni di impalpabili mussole dalle sfumature rosa, motivi a fungo e tanto romanticismo, il tutto sulle note di Nelly Furtado con qualche uccellino cartoon qua e là. «Il lavoro di Matthieu è meraviglioso e i suoi modelli sono incredibili: dai tessuti alle silhouette, è divino», commenta Nicole Kidman, che dal 2004 – all’inizio come volto del profumo N°5 – è legata alla maison. «Leggeri, liberi, naturali, vitali, essenziali e gioiosi», le fa eco Tilda Swinton che, quasi diafana, indossava alla sfilata un tailleur in bouclé filato d’oro, con l’orlo rifinito in rafia grezza. «C’è umorismo ed energia in questi abiti, hanno qualcosa di magnetico». Può essere che forse, dopo stagioni di lusso austero, cerebrale e silenzioso, la moda abbia ora riscoperto la gioia?

Incontro Blazy nel suo studio qualche giorno prima del debutto haute couture. Calmo, affascinante, con l’aspetto forse un po’ stanco, indossa la sua personale uniforme da stilista: jeans, sneakers e un maglione blu navy che ha disegnato lui stesso. Il maglione ha aperto anche la sua collezione Métiers d’art, un capo estremamente semplice che non ci si aspetterebbe di trovare da Chanel. «Lo amo», spiega, lisciando con le mani le cuciture sui lati. «Lo metto tutti i giorni».

Da sinistra, cappotto intrecciato a tre colori con filati fantasy in garza di lana; abito in chiffon di seta con profilo a catena e perle, borsa morbida nello stesso tessuto effetto trapuntato; mantella in charmeuse di seta con motivo arricciato punto smock. ©Indigo Lewin

Se anche fosse lui il responsabile del nuovo picco di serotonina nella moda, è troppo modesto per prendersene il merito, ma sembra contento di aver introdotto un po’ di leggerezza in un mondo piuttosto cupo. «Tutto è cominciato quando ho guardato un documentario su Fred Astaire», spiega. «Ho pensato che fosse incredibile vedere qualcuno così pieno di gioia – davvero in grado di intrattenere il pubblico – e al tempo stesso così competente. Spesso il moderno rischia di diventare un po’ cerebrale, ma io penso che si possa dire qualcosa di divertente ed essere contemporaneamente molto seri».

Da sinistra, abito in crêpe di lana con un tulle impalpabile, orecchini con strass e slingback in pelle scamosciata; giacca profilata di perle e cristalli su abito in chiffon con pieghe ispirate ai dipinti ottocenteschi di Watteau, realizzate da Lognon, e borsa coordinata morbida; tailleur in tweed con bottoni gioiello e frange sfumate, intarsiate a mano da Lesage.

Alcune parole – divertente, giocoso, carino – vengono usate con cautela nella moda, soprattutto quando si parla di questioni di stile contemporaneo. Blazy le utilizza tutte con una sicurezza disarmante priva di compiacimenti intellettuali. «Mi piace l’idea di fare qualcosa di carino», dice per esempio, mostrandomi un orecchino scintillante che ritrae un uccellino sospeso su una barra (un richiamo, forse, alla famosa pubblicità del profumo Coco del 1991 di Jean-Paul Goude). «È diventato quasi un termine volgare nella moda, ma a me piace dire carino, così come giocoso e anche grazioso. Utilizzo anche la parola nostalgia, perché sono un inguaribile nostalgico».

Manichini usati nell’atelier, numerati con le singole silhouette. ©Indigo Lewin

Blazy è nato a Parigi nel 1984. Suo padre è un esperto di arte pre-colombiana e sua madre un’antropologa, ha un fratello maggiore e una sorella gemella. La famiglia ha viaggiato molto e i Blazy da bambini sono sempre stati incoraggiati ad amare l’arte. «Non in modo didattico, avevamo grande possibilità di scelta. Ricordo quando andavamo per musei, eravamo liberi di gironzolare in autonomia», racconta ripensando alle gite di famiglia.

Ha studiato alla prestigiosa La Cambre di Bruxelles e lavorato da Maison Margiela, da Celine, sotto la direzione di Phoebe Philo, e con Raf Simons da Calvin Klein. È diventato direttore creativo di Bottega Veneta nel 2021, dove si è guadagnato una reputazione per la sua eccezionale maestria e per la sua predilezione per il trompe l’œil. Spesso propone capi apparentemente ordinari, ma in realtà straordinari, che provocano un attimo di esitazione, come una camicia di flanella in nappa o un denim di seta. «Sono belga, ho fatto mio l’adagio di Magritte Questa non è una pipa: penso che riesca a coinvolgere le persone, mi piace l’idea che dedichino un secondo sguardo alle cose».

Un particolare del fondo bicolore della gonna in tweed intrecciato in gazar di seta, con intarsi effetto piuma sfrangiati irregolarmente a mano. ©Indigo Lewin

Oggi, il suo studio è allestito per le prove degli abiti di alta moda. Cinque o sei look sono disposti sui manichini, ci sono mensole traboccanti di gioielli, qualche capo di lingerie dai colori sorbetto e scaffali pieni di scarpe. A differenza di molte altre collezioni, questa è stata creata senza bozzetti: «Sistemiamo gli abiti direttamente sulle modelle che dovranno indossarli», spiega lo stilista, alla sua prima sfilata haute couture in assoluto. «Si tratta di un processo straordinario, ma la magia accade solo alla fine».

Espressione di esclusività tra le collezioni di Chanel, l’alta moda serve solo poche centinaia di clienti e mostra le competenze dell’atelier, insieme alle 60 Maisons d’art e ai produttori – tra cui Lesage e Atelier Montex (ricamo), Lemarié (piume e fiori) e Massaro (scarpe) –, tutti con conoscenze specialistiche che il brand intende preservare e tutelare. Possono sembrare di nicchia, ma il loro valore culturale è enorme, l’apice creativo del marchio.

Parte della lavorazione del mantello con arricciature a punto smock. ©Indigo Lewin

In questo scenario, Blazy deve fare il funambolo, rispettando i codici tradizionali sui quali la casa ha costruito la sua fortuna, ma infondendovi al contempo qualcosa di nuovo. «La prima volta che ho consultato l’archivio, mi sono sentito sopraffatto», racconta. «C’erano così tanti pezzi interessanti che ero paralizzato. Poi ho fatto un passo indietro e ho iniziato a leggere i libri che parlavano di alcuni aspetti della personalità di Gabrielle che non hanno ancora fatto parte del mito promosso da Chanel fino a oggi. Per esempio, ho scoperto che amava le stampe animalier». Questa consapevolezza gli ha dato sicurezza per esplorare alcuni territori nuovi, e così ora Blazy sta giocando con le proporzioni per renderle più morbide e ampliando lo spettro dei colori al di fuori dei tradizionali nero, bianco e beige.

«Non serve che reinventi le classiche slingback o l’iconica borsa 2.55», dice riferendosi a quanto possa osare. «Ma forse possiamo guardare tutto da una prospettiva diversa: essere moderni non significa per forza essere dirompenti e pazzi. Basta un piccolo gesto, un piccolo cambio di rotta». Magari tagliare la leggendaria giacca Chanel lungo la linea mediana, come ha fatto per il suo look di apertura alla sfilata prêt-à-porter? Sembrava un gesto eclatante. Sorride. «Ma era un’idea semplice. È molto facile realizzare vestiti che provocano un wow! urlato. È veloce e si vince subito. A me invece interessano i vestiti che non urlano, ma che sono assolutamente ben fatti», dice abbassando la voce, come se Coco potesse sentirlo.

Le slingback bicolore in pelle e camoscio. ©Indigo Lewin

La sfilata haute couture al Grand Palais è cominciata con la visione di un uccello posato su un fungo, un’apparizione che Blazy aveva avuto durante un viaggio sui Pirenei e che rimanda alla sua idea delle donne Chanel come fossero uno stormo globale. «Gli uccelli sono liberi, hanno un punto di vista diverso, ho pensato che fosse una bella metafora per parlare della moda Chanel in generale. Volevo creare qualcosa che fosse davvero universale e potesse essere compreso da chiunque». Era preoccupato di come rendere la leggerezza ariosa degli uccelli: «Ho sfidato l’atelier, “Possiamo fare Chanel in mussola?”». La mussola non era considerata un tessuto sofisticato finché Chanel stessa non le diede risalto negli anni Venti. Blazy ha voluto spingersi oltre. «Possiamo fare tutto, anche i tailleur?», ha rincarato. Il suo primo look era il classico tailleur Chanel con gonna, reinterpretato in una trama rosa cipria, impreziosita da perle e accompagnato da una borsa 2.55 in mussola con tracolla intrecciata in filo d’oro. Nella borsa c’erano bustine di mussola, con lettere in mussola, ciascuna ricamata con messaggi personali delle donne che hanno sfilato. L’idea era nostalgica, romantica, ma dimostra anche un istinto commerciale infallibile: riprende l’usanza per cui le clienti della haute couture sono invitate a scegliere da un “repertorio di simboli” così da poter ricamare una loro storia all’interno dei look. Un gesto che riduce le icone della maison ai loro elementi più essenziali, riconoscendole al tempo stesso come presenze che sostengono e, insieme, abitano la casa come spiriti.

Ci sono stati anche gesti più audaci. Nello studio, Blazy mi indica una giacca e una gonna composte da minuscoli pannelli ovoidali, simili al piumaggio di un uccello, in un intreccio di giallo arsenico pallido e grigio. «Lo adoro. Tutti i pezzi sono tinti a mano e poi tagliati a mano. L’obiettivo è quello di farli sembrare un piccione bellissimo. Mi piace anche il colore. Sembra un po’ malato, ma in senso buono».

Quella del piccione malato forse non è il tipo di immagine che Chanel utilizzerebbe in fase di vendita, ma questo pezzo rappresenta la voglia di Blazy di spostare i parametri del gusto. «Si può agire con prudenza, seguendo il codice, le linee guida Chanel, molto chiare. Oppure si può osare, a volte fallire e poi riflettere. Senza rischi non ci sarebbe nemmeno il processo creativo, sarebbe una ricetta. Mi piacciono le sfide: preferisco percorrere un’idea ed esplorare. E, se non funziona, almeno ci abbiamo provato».

Nonostante il grande clamore che ha accompagnato le sue prime uscite, è difficile quantificare l’effetto Blazy. La sua prima collezione è appena arrivata in boutique. Nel 2024 i ricavi di Chanel sono scesi del 4,3 per cento, in un periodo di vendite piuttosto deboli avvertite da tutto il settore moda, ma Pavlovsky ha comunicato che i numeri sono migliorati nella seconda metà del 2025, dopo gli alti e bassi dell’anno precedente: «Non viviamo in un mondo normale: essendo tutto imprevedibile, è necessario adattarsi, ma quello che possiamo osservare è di sicuro un ritorno di molti clienti in boutique, anche negli Stati Uniti e in Cina. Di recente, abbiamo organizzato un summit sul retail con metà dei nostri top manager di boutique e i team di vendita. Mi è stato chiesto di dire una parola per concludere la conferenza e ho scelto fiducioso. Sì, dobbiamo, nonostante tutto, essere fiduciosi», precisa Pavlovsky.

Telaio dell’atelier Chanel. ©Indigo Lewin

Altro tema: il brand è stato criticato perché sta diventando troppo costoso, con il prezzo delle borse che è più che raddoppiato dal 2016 a oggi. «Stiamo lavorando sodo con Matthieu per costruire il giusto assortimento per la boutique. Non si tratta di essere costosi o convenienti, ma di trovare il giusto prezzo per ciascun prodotto. Chanel non è a buon mercato, non lo sarà mai, ma non dobbiamo nemmeno essere supercari», commenta Pavlovsky.

L’effetto Blazy è in piena ascesa e sono tanti i suoi outfit finiti sui red carpet: secondo Launchmetrics, che misura le performance dei diversi brand, il suo abito per Selena Gomez ai Golden Globes ha acquisito un valore di 7,2 milioni di dollari grazie all’impatto mediatico, sia per l’attrice sia per il marchio, superando tutte le altre comparse dell’evento. Michelle Obama ha indossato una giacca Chanel e orecchini a palloncino per promuovere il suo libro The Look. E il fatto che A$AP Rocky sia uno degli ambassador più recenti del brand fa sperare che (forse, un giorno) verrà creata anche una linea di abbigliamento maschile.

«Negli ultimi quattro mesi Chanel ha visto una crescita del 47 per cento nel tasso di ricerca su Re See», spiega la stilista e co-fondatrice della piattaforma vintage, Sabrina Marshall. «Si tratta di una cifra enorme nel mercato second-hand: Matthieu Blazy ha risvegliato un nuovo desiderio per il brand». Tami Kern, fondatrice di Kern1, negozio online che si occupa di rivendere rare giacche Chanel, sempre pre-loved, ha notato un picco di crescita simile: «Non è solo perché i clienti improvvisamente acquistano di più, è più specifico: vedo sia nuovi compratori che seguono in generale Matthieu Blazy e ciò che rappresenta, sia clienti storici alla ricerca di articoli che richiamano le sue indicazioni di stile. Per esempio, Blazy ha introdotto il grigio come nuova tonalità, come se avesse mescolato i codici bianco e nero storici della casa di moda, e i clienti hanno risposto immediatamente. Ho visto lo stesso effetto con la sfilata Métiers d’art: mi chiedevano se avessi modelli Chanel vintage con motivi animali. Le giacche rosse, che da tempo erano in magazzino, all’improvviso sono sparite dagli scaffali. Ultimamente, poi, noto interesse nell’acquisto dei total look: Blazy ha reso di nuovo importante il tailleur».

Cappotto multicolore in tessuto lavorato con fili a treccia e bottoni in cristallo. ©Indigo Lewin

La giornata dello stilista con il suo team inizia alle 9.30. «Prima mi dedico alle mie ricerche e alla stampa, poi è tutto un alternarsi di vestiti, scarpe, borse: dalle 9.30 alle 19.30 lavoro sul prodotto. Alle 19.30 c’è l’ultimo meeting, e poi ho tempo per me», spiega. Che cosa fa nel suo tempo libero? «Viaggio nel Sud Italia, dove vive il mio partner (un artista di cui preferisce non dire il nome, ndr). Nel mio primo anno qui, in realtà, non sono andato molto spesso, ma se non lavoro, in genere, mi piace spostarmi fuori città. Oppure vado per gallerie e musei, o cammino al parco. Mi rilassa osservare il mio compagno fare giardinaggio, così come mi diverto ad andare a ballare. L’impegno è tanto, ma quando non creo torno nei luoghi che mi danno stabilità: vado volentieri a trovare i miei nipoti, per esempio».

Se il peso delle aspettative lo turba, lo nasconde bene, ma ammette di sentire la pressione: «Soprattutto quando non sono al lavoro, di notte per esempio, la avverto: è enorme», confessa.

Da sinistra, doppiopetto in crêpe di lana con bottoni gioiello e abito coordinato con pieghe in organza e chiffon effetto piuma realizzate da Lemarié; camicia e gonna in organza ricamata con paillettes e foglie perlate (920 ore di lavoro e circa 10.680 elementi ricamati), spilla a forma di uccello con strass e perle; top e abito in chiffon con motivi ricamati a catenella da Lesage e ricami di Lunéville, stola in chiffon.

Dall’altro fronte, Pavlovsky è estremamente convinto di dover dare a Blazy abbastanza ossigeno creativo. Il designer supervisiona dieci collezioni all’anno e il manager vuole concedergli lo spazio di cui ha bisogno. Chanel sembra piuttosto premurosa nei suoi confronti, soprattutto in un periodo in cui le carriere degli stilisti sono più precarie che mai nella storia.

«Ho lavorato in moltissime case di moda, ma qui c’è una cultura che trovo straordinaria e questo dipende sicuramente da chi governa il brand. È una realtà in cui non mi sento affatto solo, si può parlare di tutto, di che cosa funziona e cosa no. Le relazioni quotidiane sono piacevoli e posso sicuramente affermare che il nostro è proprio un bel lavoro di squadra. Io guido, ma in questo viaggio siamo in tanti». Conferma Pavlovsky: «Le nostre conversazioni sono concrete, dirette». Quello che sta facendo ora è aiutare Blazy ad affrontare il «divario tra creare una collezione e guadagnare miliardi grazie a quella collezione: non si raggiungono certi risultati economici se non si ha un certo impatto diretto in boutique. Noi parliamo molto di creazione, perché è l’inizio e l’impulso di tutto, ma abbiamo 270 store in tutto il mondo a cui pensare. Ho fiducia in Blazy, è un bravo studente». E pur non sentendosi direttamente responsabile dell’impatto finale, è comunque «una parte molto attiva del dialogo di ogni giorno». Il successo può far paura, tanto quanto il fallimento, quando devi soddisfare e superare le aspettative. La carriera di Blazy è in forte ascesa, ha aperto le porte e ha fatto entrare una boccata d’aria: il suo Chanel è gioioso e inaspettato. Questo maestro assoluto della tecnica potrà anche essere il Fred Astaire della moda, ma la sua è una coreografia complicata. «Sento la pressione», torna a ripetere, poi fa un cenno con la mano a indicare tutto il suo studio. «Ma c’è una bella notizia: amo il mio lavoro».

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