Violenza contro le donne

Una Nessuna Centomila: «L’educazione sessuo-affettiva è prevenzione primaria»

Dalla scuola alle forze dell’ordine, percorsi formativi, protocolli e progetti culturali per riconoscere le sue nuove forme, anche digitali

di Nicoletta Labarile

8' di lettura

English Version

8' di lettura

English Version

«Quando abbiamo iniziato, la percezione diffusa era che la violenza riguardasse sempre un’altra donna. Ora, invece, c’è maggiore consapevolezza sul fatto che la violenza ci riguarda direttamente». Celeste Costantino, vicepresidente della Fondazione Una Nessuna Centomila, ricordando gli esordi della Fondazione individua il solco attraverso cui il cambiamento si sta muovendo: la consapevolezza. Per nutrirla e costruirla ogni giorno, dal 2022, Una Nessuna Centomila promuove la prevenzione e il contrasto alla violenza contro le donne lavorando sulla formazione a più livelli. Nelle scuole, con progetti dedicati all’educazione sessuo-affettiva. Nel mondo culturale, con il concerto-evento a supporto dei centri antiviolenza e il laboratorio artistico che chiama all’appello artisti e artiste. Nei territori, con il lavoro sinergico insieme ai centri antiviolenza. Nelle istituzioni, coinvolgendo le forze dell’ordine in percorsi di formazione dedicati alla prevenzione e al contrasto della violenza di genere. Il protocollo con la Polizia di Stato, presentato lo scorso 20 novembre, ne è un esempio.

«I femminicidi smuovono l’opinione pubblica: c’è più esigenza di comprendere e informarsi - spiega Costantino – Ma serve continuare a formarsi e agire su più livelli perché la violenza cambia forma continuamente: quella digitale lo dimostra». Formazione è la parola chiave che riassume l’impegno di Una Nessuna Centomila, per cui la violenza si estirpa nelle sue radici: «Il lavoro necessario sulla prevenzione primaria si fa con le nuove generazioni – spiega la vicepresidente Costantino - Si fa a scuola, decostruendo gli stereotipi e parlando di educazione sessuale».

Loading...

Educare all’affettività, dalle scuole si previene la violenza

Nonostante insegnanti, associazioni e studenti chiedano ripetutamente di inserire l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, in Italia non è obbligatoria. In Svezia lo è dal 1955, in Norvegia dal 1960, in Danimarca e Finlandia (in modo integrato) dal 1970. In Spagna dal 2020. Nel nostro Paese, dal 1975 a oggi si contano oltre trentaquattro proposte di legge, avanzate da schieramenti politici diversi, ma mai approvate.

Nel libro “Senza legge” (edizioni Tlon), Costantino – insieme a Giulia Minoli, Monica Pasquino, Alessia Crocini e Lella Palladino - ricostruisce anni di dibattiti, progetti, conflitti e resistenze istituzionali. Dai percorsi educativi nelle scuole alle rivendicazioni per i diritti delle persone Lgbtqia+, dalle piazze al Parlamento, dai centri antiviolenza ai teatri, le autrici esplorano il legame tra scuola, società, politica e prevenzione delle violenze di genere: nonostante il dibattito sull’educazione sessuo-affettiva vada avanti da anni, continuano a mancare risposte concrete dalle istituzioni. Anzi, spiegano le autrici, «Percorsi sull’affettività già approvati dai collegi docenti, costruiti nell’autonomia scolastica, vengono sospesi o fermati».

Per sopperire a questa mancanza, mettendo a sistema competenze che già esistono nelle scuole ma sono isolate e prive di un riconoscimento strutturale, è nata la ricerca “Educare all’affettività”, promossa dalla Fondazione Una Nessuna Centomila in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca attraverso il Centro di Ricerca Dipartimentale ADV - Against Domestic Violence e con il supporto di Gucci.

Lo studio prende le mosse dagli standard internazionali definiti da Unesco e Oms - che riconoscono l’educazione sessuo-affettiva come un diritto fondamentale per l’infanzia e l’adolescenza e uno strumento essenziale per la promozione della salute pubblica – e mette a sistema quattro condizioni fondamentali per rendere efficace qualsiasi progetto di educazione sessuo-affettiva: l’obbligatorietà normativa, la formazione qualificata dei docenti, il coinvolgimento di famiglie e servizi sanitari, il monitoraggio costante dei risultati.

«La ricerca si muove su due livelli – sottolinea Costantino - Il primo è stato quello della comparazione di dodici paesi europei in cui l’educazione sesso-affettiva già esiste, per individuare le buone pratiche. Il secondo riguarda il percorso di formazione universitaria e accademica che dovrebbero avere gli insegnanti per educare all’affettività nelle scuole». La richiesta di formazione dei docenti sta crescendo perché è la violenza stessa ad essere in evoluzione: «Ogni anno registriamo forme nuove di violenza online – spiega la vicepresidente della Fondazione - Da quello che veniva erroneamente chiamato “revenge porn”, oggi siamo arrivati con l’intelligenza artificiale ai “deep fake” pornografici. Le nuove forme di violenza passano dalla rete e dai telefoni, spesso dentro le classi: tanti docenti, come i genitori, non sono nativi digitali e non hanno gli strumenti per affrontare queste forme di violenza».

Per questo motivo, lo studio si concretizza in progetti operativi: un corso di alta formazione per insegnanti – in partenza a gennaio 2026 - basato sulle migliori pratiche europee, con lezioni online e laboratori in presenza; la pubblicazione di un volume scientifico-divulgativo destinato a scuole e istituzioni; seminari e incontri pubblici per creare reti territoriali; raccomandazioni per una legge nazionale affinché l’educazione sessuo-affettiva sia riconosciuta come strumento di cittadinanza, eguaglianza e prevenzione della violenza.

Oltre a strumenti di formazione adeguata, serve continuare ad abbattere i tabù e fare in modo che le scuole diventino luogo di confronto reale: «Non registriamo preoccupazione da parte dei genitori rispetto all’introduzione dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole – aggiunge Costantino - Davanti alla preoccupazione nei confronti della violenza, i genitori cercano dei punti di riferimento esterni alla famiglia a cui affidarsi: spesso perché hanno difficoltà ad affrontare certe tematiche. Oppure perché non sentono di avere gli strumenti adeguati per agire correttamente».

La violenza virtuale è reale

Non solo tra gli adulti. Docenti e genitori a diretto contatto con i più giovani lo sanno bene: oggi, tra gli adolescenti, la violenza si muove soprattutto online. Per questo, la nuova campagna della Fondazione Una Nessuna Centomila per il 25 novembre - “La violenza virtuale è reale” - trasforma l’intelligenza artificiale da potenziale pericolo a strumento di riappropriazione, utilizzandola per mostrare la realtà della violenza.

L’obiettivo è accendere i riflettori sul giudizio a cui le ragazze sono costantemente esposte, usando la finzione per mostrare la realtà della violenza e ricordando che, se una ragazza può essere inventata, manipolata o sessualizzata contro la sua volontà, allora è necessario prendersi cura del linguaggio e degli sguardi, non dei corpi. La responsabilità è di chi guarda: «Questa campagna nasce per invitare a guardare in modo diverso, in modo più consapevole. Intende mettere in discussione lo sguardo con cui troppo spesso le donne vengono osservate e raccontate – spiega Giulia Minoli, presidente della Fondazione Una Nessuna Centomila - Perché il modo in cui le vediamo e le commentiamo influisce sulla loro libertà».

Il protocollo d’intesa con la Polizia di Stato

Se dalle scuole si parte per prevenire la violenza, online e offline, nei centri antiviolenza e nei commissariati si agisce per intercettarla e contrastarla. Una Nessuna centomila lavora al loro fianco, con progetti di formazione che puntano a creare un dialogo tra tutte le parti coinvolte.

«Serve creare sempre di più il legame tra i centri antiviolenza e i commissariati – spiega Costantino - La sinergia non è a senso unico, ma ha un valore sostanziale: ad esempio, ci sono donne che non transitano attraverso i centri antiviolenza ma si rivolgono direttamente al commissariato. In questo caso la polizia deve essere in grado di intercettare la vulnerabilità e rivolgersi al centro antiviolenza». Il protocollo della Fondazione con la Polizia di stato, presentato lo scorso 20 novembre, nasce con questo obiettivo: rafforzare l’impegno comune nella prevenzione e nel contrasto della violenza di genere, attraverso iniziative formative e divulgative condivise. L’intesa ha già portato all’avvio di un primo ciclo di corsi per agenti in diverse città italiane, con il coinvolgimento dei centri antiviolenza per prevenire la vittimizzazione secondaria e migliorare le capacità di riconoscere i segnali della violenza, anche online.

«Il lavoro dei centri antiviolenza, per essere efficace, ha bisogno della collaborazione di una serie di soggetti istituzionali – personale medico, forze dell’ordine e magistrati - che siano formati per riuscire a portare avanti il percorso di “fuori uscita” dalla violenza nella maniera più corretta ed efficace» aggiunge Costantino, sottolineando: «Le donne devono essere certe che, quando si va a fare una denuncia in commissariato, ci sarà dall’altra parte una poliziotta o un poliziotto capace di capire quello che sta avvenendo». Il protocollo, quindi, diventa fondamentale per agevolare il confronto e, afferma Costantino, «Fare dei percorsi insieme che devono servire alla crescita».

La prima scuola nazionale di formazione per le operatrici

I centri antiviolenza, al centro dell’impegno della Fondazione, sono riferimenti fondamentali sul territorio. Ciò nonostante, spiega Costantino, «Il loro lavoro non viene adeguatamente riconosciuto a livello istituzionale, oppure non viene abbastanza preso in considerazione rispetto al percorso da fare a tutela delle donne».

La prima scuola nazionale di formazione per le operatrici dei centri antiviolenza, lanciata dalla Fondazione, risponde alle crescenti esigenze di professionalizzazione, aggiornamento e condivisione di buone pratiche tra le operatrici impegnate quotidianamente nel supporto alle donne che subiscono violenza. Si tratta di un programma articolato - costruito in collaborazione con esperte del settore, università, centri di ricerca e organizzazioni della società civile – aperto a tutti i centri antiviolenza italiani e gratuito per le operatrici dei centri. L’obiettivo, indica la vicepresidente, è «mettere a sistema le esperienze sui diversi territori, dando ai centri antiviolenza la giusta autorevolezza e visibilità». In questo modo, oltre a favorire la sensibilizzazione istituzionale, si offre concretamente un modello formativo replicabile che, nei suoi obiettivi, vuole essere sostenuto e riconosciuto anche a livello politico e legislativo.

Il concerto-evento per raccogliere fondi 

Anche la cultura può essere strumento di formazione. E Una Nessuna Centomila lo mette in pratica con il concerto-evento da cui nasce: il primo concerto a Campovolo nel 2022. «Siamo partite con un piccolo nucleo di riferimento di artiste che volevano spendersi sul tema, con Fiorella Mannoia presidente onoraria: in tre anni abbiamo visto triplicare la partecipazione» sottolinea Costantino.

Dalla sola vendita dei biglietti dell’ultimo concerto a Napoli, sono stati raccolti 500.000 euro destinati a dieci centri antiviolenza in tutta Italia: l’evento è diventato nel tempo un appuntamento simbolo, capace di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza maschile contro le donne e raccogliere fondi a supporto dei centri antiviolenza. «Oltre ai fondi che raccogliamo con la vendita dei biglietti, ci sono quelli che arrivano degli sms al numero solidale mentre il concerto viene trasmesso in tv – spiega Costantino - L’eccezionale interesse che suscita, stando ai numeri che ha fatto in termini di share ma anche di partecipazione via sms, testimonia un coinvolgimento sempre maggiore da parte delle persone».

Una crescita che riguarda anche gli artisti e le artiste: «Sono sempre più numerosi e scelgono di esporsi mettendo a disposizione la loro arte» specifica la vicepresidente della Fondazione, che aggiunge: «Il tipo di sforzo che noi chiediamo non è semplicemente quello di farsi testimonial della Fondazione, ma di far parte di un processo di formazione. Se c’è stato interesse nel voler condividere questa progettualità, significa che c’è l’esigenza di migliorare anche le loro condizioni: perché la violenza appartiene anche al mondo culturale e artistico di cui loro fanno parte».

In questa direzione si muove il laboratorio artistico che, nei suoi obiettivi, riporta quello di «Provare a costruire un nuovo cambio di paradigma cercando di condizionare tutto il mondo della cultura italiana con percorsi di contaminazione, confronto ed alleanze»: Manuel Agnelli, Malika Ayane, BigMama, Francesca Michielin, Paola Cortellesi, Piero Pelù Anna Foglietta, Chiara Gamberale, Edoardo Leo, Tosca, Paola Turci sono solo alcuni degli artisti e artiste che ne fanno parte.

Lavorare sulla cultura per cambiare le leggi

Agire sulla cultura serve a cambiare le leggi: la Fondazione, prima dell’approvazione dell’emendamento che modifica il reato di violenza sessuale per cui “senza consenso è stupro”, aveva sostenuto, attraverso un’assemblea alla Casa internazionale delle donne di Roma, il confronto tra le organizzazioni femministe, la relatrice del provvedimento Michela Di Biase e la prima firmataria Laura Boldrini.

«Si tratta di un risultato atteso e cercato che speriamo possa rafforzare ancora di più il contrasto alla violenza sulle donne» afferma Costantino e, riferendosi all’importanza di un impianto legislativo, continua: «Tutto quello che è stato messo in campo fino adesso, compreso il disegno di legge sul femminicidio, agisce soprattutto dopo che la violenza è già avvenuta. Ora è il momento di lavorare sulla prevenzione: nelle scuole, con l’educazione sessuo-affettiva. Un passo necessario per promuovere la salute fisica e mentale dei giovani, prevenire discriminazioni e violenze, e costruire comunità scolastiche più consapevoli, inclusive e rispettose».

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti