«Una leadership mondiale costruita con venti anni di investimenti»
L’intervista al Presidente della Federazione italiana tennis e padel Angelo Binaghi
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Chi conosce Angelo Binaghi, presidente della Federazione italiana tennis e padel dal 2001, sa che non ha un’indole incline alla diplomazia. Ma probabilmente, se Angelo Binaghi avesse avuto un carattere accomodante non avrebbe potuto attuare quella rivoluzione che ha issato il tennis italiano fino alla leadership mondiale, facendolo diventare un modello di studio di sport- business. Certo, la sorte ha voluto che un certo Jannik Sinner il 16 agosto di quello stesso anno nascesse una decina di chilometri a sud del confine con l’Austria; ma sarebbe un errore grossolano ridurre il successo del tennis tricolore all’ascesa del campione di San Candido.
La forza del movimento italiano va misurata infatti sulle performance di decine di atleti e atlete di alto livello, su una base in costante espansione, sulla capacità di attrarre e rafforzare grandi eventi, oltre che su una gestione incardinata sul rigore economico-finanziario e la costante ricerca di competenze.
Nessun risultato, ovviamente, è acquisito per sempre. Restano problemi non di poco conto, come la mancanza di strutture rispetto alla domanda di tennis, rapporti non idilliaci con le autorità politiche e temi di discussione, dai contributi pubblici alla governance delle Atp Finals.
Presidente Binaghi, la rincorsa al calcio è una provocazione o un obiettivo?
Un obiettivo. Siamo molto più vicini oggi in termini di praticanti e appassionati di quanto non fossimo 10 anni fa. E poi noi vinciamo e il calcio no. In quest’ottica non capisco perchè al calcio, che ha poco più dei nostri tesserati, vengano ancora assegnati da Sport e salute più del doppio dei contributi. Per il 2026, 35 milioni contro 16. Il modello di distribuzione che impone un tetto agli incrementi annuali è troppo assistenzialista e toglie risorse a chi se le guadagna sul campo.










