Un viaggio onirico nel mondo del tatto. Il senso più intimo e segreto
Toccare per credere? No, toccare per vivere. Non è un paradosso: la pelle è un’estensione del cervello. Un libro da regalare e mettere sotto l’albero.
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Privati dell’esperienza tattile, le nostre funzioni vitali si spengono. Si pensi ai neonati, che per crescere e diventare adulti sani e felici, hanno bisogno non solo di cibo, protezione e cure, ma di un accudimento fatto di presenza fisica, carezze e contatto epidermico. Questo è solo un esempio tra i tanti raccontati nel bel saggio che Marta Paterlini, neurobiologa e giornalista scientifica, ha dedicato all’argomento: La pelle che pensa (Codice Edizioni, 2025).
Basterebbe il titolo a incuriosire: un’esca intelligente che, questo è il punto, mantiene le promesse. Ci troviamo di fronte a un’indagine rigorosa, avvincente e davvero multidisciplinare tra storia, letteratura, filosofia, biologia e tabù sociali. Si parte dalle origini, dal mito omerico che conferiva al tatto un potere rivelatorio e vivificante, e si arriva alle recenti ricerche in ambito neurobiologico. La pelle che pensa è un viaggio avventuroso in cui Paterlini non perde mai la bussola e ci conduce, è il caso di dirlo, per mano tra le svolte di questa storia sensibile da ogni punto di vista.
Caso vuole che io stia scrivendo da tempo un racconto in cui il tatto è al centro dell’azione e rivela i caratteri. Molto più importante: mio padre è un internista in pensione. Partiamo da lui. Papà si lamenta che oggi i medici toccano i pazienti il minimo indispensabile, a volte mai. Dice: “Non visitano più”. Capita che afferri la sua borsa di pelle e corra a palpare l’addome di un conoscente per un secondo parere. Fino a qualche anno fa, l’idea che il dottor Muratori aveva del tatto nella prassi medica era essenzialmente diagnostica; l’uomo ha ottantuno anni e proviene da una scuola di clinici ospedalieri dediti alla costante e minuziosa osservazione del letto del malato, ma un’esperienza prossima e molto dolorosa lo ha portato a riconsiderare anche l’aspetto terapeutico del tatto. Una carezza vale di per sé, toccare cura, non solo emotivamente, la pelle non è tappeto inerte, come sente, pensa. Per farla breve, è un’estensione del cervello. Dunque la comunicazione tattile è un linguaggio che ci permette di conoscere e aiutare l’altro, ma soprattutto noi stessi. Proviamo a non toccarci mai il viso, basta un giorno, e capiremo quanto la vista, l’udito, l’olfatto, non siano sufficienti. L’autopercezione è garantita dal tatto. E la propriocezione, ovvero sapere dove siamo senza ricorrere alla vista, ha a che fare con l’equilibrio, e la sopravvivenza. Il primo requisito del pugile sul ring non è la forza, la resistenza, l’elasticità, ma la consapevolezza costante della sua posizione. Gli incontri di pugilato sono spettacoli di propriocezione.
Durante il regime d’isolamento impostoci dalla pandemia del Covid cosa ci mancava? Sui nostri dispositivi vedevamo gli altri, li ascoltavamo, quel senso di alienazione mai provato prima arrivava dall’assenza di contatto, un distanziamento fisico e dell’anima. Non ho la competenza per valutare, se non sul piano empirico e personale, le ripercussioni che l’isolamento ha procurato nei ragazzi, nei bambini, travolti dall’emergenza sanitaria in un momento per loro cruciale di crescita e di formazione, ma confido che chi legge sappia bene di cosa stiamo parlando. Tra l’altro esistono migliaia di studi, di articoli, dedicati alla questione. C’è letteratura, come si dice.
Abbiamo sperimentato il disagio procuratoci dalla carenza di contatti e al tempo stesso oggi non possiamo permetterci di toccare qualcuno senza consenso. Abbiamo, giustamente, rivendicato il diritto di stabilire dei confini tra noi e gli altri. Confini che non devono diventare una prigione, però, e il discorso sarebbe lungo. Altrettanto complesso è sintetizzare l’evoluzione percettiva nell’era del virtuale. Che è reale, perché esiste. Infine, il tema della sicurezza e della prevenzione, corroborati dallo sviluppo inarrestabile della tecnologia, pongono ulteriori interrogativi sul destino, per dire, di un abbraccio. Ripeto, non si tratta “solo” di trovare un riparo emotivo, né “solo” di empatia, abbracciando qualcuno, toccando qualcosa, avviamo percorsi conoscitivi. I bambini toccano tutto per farsi un’idea del mondo, di loro stessi rispetto al mondo. Il tatto è un antidoto, potentissimo, alla paura.









