Speciale Campiello/ I finalisti

Un viaggio interiore nelle mostruosità quotidiane

«Inverness», di Monica Pareschi, è una raccolta di racconti che si propone di esplorare quei sentimenti scomodi, a volte meschini e persino morbosi che formano lo schema nascosto delle nostre vite

di Redazione Domenica

3' di lettura

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Monica Pareschi, traduttrice, fra gli altri, di Charlotte e Emily Brontë, Willa Chater, Doris Lessing, Christopher Isherwood, Thomas Hardy, è tornata alla narrativa dopo dieci anni dal suo esordio con Inverness (Polidoro, pagg. 178, euro 15) ora in finale al premio Campiello

Ci può descrivere questo libro?

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Inverness è una raccolta di racconti che si propone di esplorare quei sentimenti scomodi, a volte meschini e persino morbosi che formano lo schema nascosto delle nostre vite. Che si tratti di desideri inconfessabili persino a noi stessi, paure umilianti o aspirazioni vergognose, esiste una trama del non detto che si intreccia all’ordito che forma il tessuto profondo della storia di ciascun personaggio di queste storie, e il cui rovescio solitamente occultato si rivela per caso, o anche per errore, illuminato da sprazzi di coscienza innescati da quel momento decisivo che è l’incontro con l’altro. Oltre a essere un luogo fisico, Inverness è anche un viaggio interiore attraverso le piccole mostruosità quotidiane che dicono di noi qualcosa di profondamente diverso dall’immagine socialmente accettabile che cerchiamo di proiettare all’esterno, dicono del male che ci abita e che ci rende così terribilmente umani.

Perché ha sentito il bisogno di raccontare questa storia? 

Sono una traduttrice letteraria, e ho passato molti anni della mia vita a dar voce alla scrittura altrui, praticando cioè quella forma particolare di scrittura che consiste nel riscrivere nella propria lingua i libri che nascono in un idioma e in una cultura diversi. Questo comporta sia un’ovvia capacità mimetica sia una meno ovvia ma imprescindibile competenza autoriale. Diciamo che in questo percorso può accadere di sentire la necessità di esplorare la scrittura in prima persona. A un certo punto, non senza titubanze e ambivalenze, ho deciso di ascoltare questo desiderio, di mettermi alla prova come scrittrice tout court, senza mediazioni.

Come ha deciso di raccontarla, attraverso quali scelte narrative e stilistiche?

Ho scelto di esplorare la forma del racconto – breve o lungo, quello che gli anglosassoni chiamano novella. Questo per più di un motivo. Se è vero che alcuni degli scrittori che più ammiro e che amo leggere sono autori di racconti – penso a mostri sacri come Čechov, Gogol, Flannery O’Connor, Katherine Mansfield, Carver, ma anche italiani come Federigo Tozzi o Tommaso Landolfi – c’è anche un motivo molto pratico per cui trovo questa forma più gestibile all’interno di una vita professionale già dedicata alla scrittura. Cerco di separare i due momenti, quello della traduzione e quello della scrittura in proprio, prendendomi ogni tanto delle brevi “vacanze” dalla mia attività quotidiana di traduttrice. Si può scrivere un buon racconto in due settimane, o anche in pochi giorni, e poi tornare a scriverne un altro anche dopo un tempo molto lungo passato a fare altro; per un romanzo occorrono a volte anni di scrittura costante, spesso quotidiana. C’è però anche un motivo formale che mi spinge a insistere in questa forma che trovo particolarmente congeniale: del racconto mi affascina la possibilità di narrare, attraverso soluzioni stilistiche particolarmente ardite come l’uso dei salti temporali e del non detto, intere vite in poche pagine, il che soddisfa anche la mia impazienza. Essendo poi una scrittrice che lavora molto sulla lingua – e molto meno sulla trama – è chiaro che la forma breve è il mio luogo letterario d’elezione.

Sta già lavorando al prossimo libro? Se sì, può anticiparci qualcosa?

Sì, in questo momento sto finendo un racconto lungo che dovrebbe far parte di una nuova raccolta, e su una sorta di memoir linguistico dove esploro le radici affettive della mia lingua autoriale.

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