Un regista particolare nell’Italia del sorpasso
A Roma Palazzo Braschi una mostra di disegni, mappe interattive e scatti, gli inizi al «Marc’Aurelio», le amicizie con Fellini, Gassman e Mastroianni
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Quando ormai era già l’autore delle nomination agli Oscar e il César per Una giornata particolare fungeva già da fermaporta, Ettore Scola si rammaricava per la leggerezza della battuta, «Lei Cheeta, io Tarzan, tu bona!», che aveva ideato per il principe de Curtis affiancando la batteria di sceneggiatori di Totò Tarzan. A spanne, non doveva avere più di 18 anni, visto che era nato nel 1931 a Trevico, nell’avellinese, e la commedia di Mario Mattoli uscì nel 1950. La frase, con tanto di foto di Totò impellicciato, tarzaneggia su una parete della mostra Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati, fino al 13 settembre al Museo di Roma per ricordare i 10 anni della scomparsa del regista e sceneggiatore di C’eravamo tanto amati.
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L’inizio al «Marc’Aurelio»
All’epoca, il liceale Scola era già un venditore usuale di battute e vignette al «Marc’Aurelio», culla della meglio gioventù cinematografara del Dopoguerra, da Steno, a Maccari, Age e Scarpelli, Marchesi, Metz e Fellini, spesso ritratto da Scola nei disegni e a cui dedicò il suo ultimo film, Che strano chiamarsi Federico (2013). Scola fu, invece, fierissimo quando con il manipolo degli sceneggiatori di Totò, Peppino e... la Malafemmina (Mastrocinque, 1956) andò a casa di Totò per leggere al principe, ormai quasi cieco, la famosissima scena della Lettera. Totò rise così tanto per le sgrammaticature e il latinorum, che gli altri gli rivelarono: «L’ha scritta il giovane Scola!» e fu la consacrazione.
A palazzo Braschi campeggia una foto del regista a dimensioni naturali, in giacca e cravatta e viso molto più adulto dei suoi sedici anni, sulla soglia del giornale satirico che lo distrasse dalla carriera di medico auspicata dal padre. «Era serissimo da giovane», spiega la figlia Silvia, che ha curato la mostra assieme ad Alessandro Nicosia e al nipote Marco Scola Di Mambro, responsabile dell’archivio del nonno. In una delle prime sale c’è la macchina da scrivere Everest con cui Scola comincia la sua carriera da «negro», ovvero sceneggiatore in ombra che vende dialoghi e idee senza risultare nei credit dei film.
L’amicizia con Alberto Sordi
Ne scriverà in tutto 89, spesso in coppia con Maccari, per Loy, Risi, Steno, Zampa, Pietrangeli. Il primo in cui viene “riconosciuto” è Un americano a Roma (1954) con Alberto Sordi, di cui aveva scolpito i personaggi radiofonici del Conte Claro e di Mario Pio. Tra le foto dell’esposizione, si vede Sordi testimone di nozze di Scola con l’amore della vita, Gigliola Fantoni, conosciuta al liceo, anche lei regista e sceneggiatrice. Alberto ed Ettore faticano a trattenere il riso perché il sacerdote celebrante si esprime con un accento tedesco fortissimo. Poi Sordi canta l’Ave Maria di Schubert con la sua voce scura. Questi dettagli originano dalla fortuna di vedere la mostra con il nipote. Marco, e la figlia, Silvia, che, come la sorella Paola, ha proseguito nel solco paterno del cinema. Assieme, le due sorelle, l’una sceneggiatrice, l’altra anche regista, gli hanno dedicato il documentario Ridendo e scherzando (2015) e il libro Chiamiamo il babbo. Ettore Scola, una storia di famiglia (Rizzoli, 2019). La famiglia (1987) non è solo uno dei titoli più belli di Scola, ma un tassello identitario di sé che poggia sulla sua ampia tribù tra moglie, figlie e quattro nipoti, cui si aggiunge il legame fraterno con alcuni attori e registi. Sordi, Gassman, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, Monicelli, Troisi, Vitti, Sandrelli sono di casa nel suo appartamento ai Parioli, tra risate e porte aperte anche ai bambini, nel segno dell’understatement, autoironia, dolcezza e malinconia che i personaggi dei suoi film rispecchiano.
Locandine, disegni e molto altro
Ma anche per il visitatore che non ha il privilegio di una guida così speciale la mostra riserva inediti tra scatti, manoscritti, oggetti, sceneggiature originali narrative, appunti personali, articoli di giornali e riviste, invettive antimilitariste (i soldati portano le bare al posto dello zaino), bozzetti di scena e caricature. Disegnava sempre: a penna e soprattutto con pennini di varie dimensione. Grandi locandine ricordano pellicole indimenticabili, di cui ha firmato le sceneggiature: Il sorpasso (1962), I mostri (1963) e Io la conoscevo bene di Pietrangeli, in cui rivela un occhio di rispetto, inusitato per il tempo, verso il femminile. Come accade anche per Sophia Loren in Una giornata particolare, dove la femme fatale lascia il passo alla donna delusa e sfiancata dai parti.








