Diplomazia culturale

«Un ponte di accordi con il Magreb. La strada? Riconoscere la doppia laurea»

Intervista alla rettrice dell’università Iulm, Valentina Garavaglia: «I double degree con atenei di tutto il mondo rappresentano opportunità preziosissime per gli studenti. Iulm ha attivi sette percorsi, dal Canada alla Finlandia. La sfida ora è con il Mediterraneo»

di Claudio Antonelli

Valentina Garavaglia, rettrice dell’università Iulm

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In momenti geopolitici complessi, la formazione e le attività universitarie sono un collante fondamentale. Il riassetto del mondo multilaterale, come l’abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni, può portare nuova linfa alle università? E come? Abbiamo chiesto alla rettrice della Libera Università di Lingue e Comunicazione Iulm, Valentina Garavaglia, il punto di vista di un ateneo con vocazione alla proiezione estera.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

«Le università non sono solo luoghi di formazione e ricerca, ma anche di diplomazia culturale. Favoriscono lo scambio e il dialogo permanente, soprattutto in un mondo attraversato da conflitti. La mobilità internazionale è linfa vitale per le Università. La contrazione demografica rende sempre più necessario aprirsi agli studenti stranieri. A questo si aggiunge la ricchezza portata dai progetti di ricerca europei che legano le università l’una all’altra e rafforzano la cooperazione su scala internazionale».

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Per far diplomazia culturale però le università devono essere un luogo neutro rispetto alla politica…

«Sì. Le università devono restare luoghi di dialogo. È proprio lo status dell’accademia che consente di costruire ponti: lo scambio tra Paesi accade tramite lo scambio di studenti, docenti e idee».

La presenza di studenti Ue ed extra Ue quanto pesa in termini numerici e di prospettive?

«Negli anni abbiamo incrementato il numero di immatricolati stranieri. Fino a qualche anno fa eravamo lontani dal 7% del 2025. Le proiezioni sul 2026 ci vedono arrivare al 10%. Oggi contiamo 79 nazionalità diverse all’interno della Iulm. È una scelta precisa: puntare su una pluralità di provenienze. Abbiamo comunità di studenti più numerose, come la comunità turca, ma siamo aperti all’integrazione di studenti di provenienze svariate, come i kazaki e gli uzbeki».

Strategia, oltre numeri?

«Abbiamo rapporti con Taiwan, Singapore, Giappone e Corea del Sud e guardiamo sempre con attenzione al bacino del Mediterraneo, dove vorremmo rafforzare la presenza in Libia, la Tunisia, l’Egitto e il Marocco».

Sul fronte Mediorientale quali accordi avete in essere?

«Nel Medioriente stiamo dialogando con la Sultan Qaboos University dell’Oman in virtù dei loro laboratori legati alle neuroscienze applicate. Collaboriamo anche con Dubai attraverso il programma Gems Education e con Doha tramite la Qatar foundation per la promozione della lingua e cultura araba».

Considera più stabili i rapporti con altre università o con fondazioni?

«Le collaborazioni più solide e durature sono quelle legate a progetti formativi e di ricerca di medio-lungo periodo. In questo quadro, i double degree con atenei di tutto il mondo rappresentano opportunità preziosissime per gli studenti. Iulm ha attivi sette percorsi double degree: dalla magistrale in Hospitality and Tourism Management, in collaborazione con università in Florida e Finlandia, alla partnership con la New York Film Academy, fino alla laurea triennale in Comunicazione d’impresa con la DBS (Irlanda) e con la Royal Roads University (Canada). La sfida è ora estendere questo modello anche all’area del Mediterraneo allargato e, perché no, all’Oriente».

Rimanendo sul Mediterraneo, lo scorso ottobre la Commissione ha lanciato il nuovo Patto. All’interno numerosi spunti per unire gli ambiti formativi delle due sponde. Che si aspetta?

«Costruire ecosistemi collaborativi è complesso, ma indispensabile: in questo contesto, programmi come Horizon 2020, Creative Europe e altre iniziative costituiscono una linfa vitale per i nostri ricercatori, offrendo risorse, reti e opportunità di cooperazione internazionale. Mi preme evidenziare, Mapping Media for Future Democracies, dedicato allo studio dei media Ue e al loro impatto sulla democrazia. Tuttavia, il nodo resta il legame tra progettualità e finanziamento: quando le risorse si esauriscono, spesso anche i progetti si fermano. L’obiettivo è renderli più autonomi e duraturi».

Il coordinamento tra università funziona per la proiezione estera?

«Il sistema universitario italiano, oggi, anche grazie al lavoro della Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, è meno frammentato che in passato. I tavoli di lavoro sull’Internazionalizzazione, in raccordo col ministero degli Affari Esteri, stanno contribuendo a rafforzare la rete diplomatica, intercettare i macro-trend e sviluppare missioni condivise. Siamo sulla strada giusta».

Abbiamo parlato fino ad ora di internazionalizzazione, che altro serve per essere attrattivi?

«Le università sono attrattive nella misura in cui lo sono anche le città in cui sono inserite. Accogliere studenti significa garantire loro condizioni sostenibili soprattutto a livello abitativo. Come ateneo non statale, stiamo investendo su questo aspetto: abbiamo due residenze per studenti. Abbiamo inoltre acquisito una nuova palazzina in via Russoli per ampliare l’offerta abitativa. È uno sforzo significativo, ma necessario per la mobilità dei giovani».

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