Energia

Un “piano città” per centrare gli obbiettivi energetici

Al 2030 da fonti rinnovabili il 40,1% dei consumi degli edifici. L’Italia non ha ancora consegnato a Bruxelles un piano per le case green

di Anna Migliorati

Quartiere Tuscolano, Roma

4' di lettura

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I punti chiave

  • • Ristrutturazioni a rilento e obbiettivi ambiziosi
  • • La soluzione in un mix di rinnovabili distribuite, accumulo, autoconsumo collettivo e mobilità elettrica
  • • Dal teleriscaldamento risparmi fino al 60%
  • • Il ruolo delle cer nelle politiche urbane integrate

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(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Sono le città la chiave di volta per centrare gli obbiettivi energetici. Senza intervenire sul tessuto urbano raggiungere la transizione voluta da Bruxelles è impossibile, non solo per quanto riguarda le cosiddette case green, che pure sono ormai una scadenza ravvicinata, ma anche in chiave di target climatici. Ecco perché l’Italia attende più che un piano casa un “piano città”.

Gli obiettivi

A dirlo sono i numeri, elencati ad uno ad uno dal SUR (Sustainable Urban Regeneration) Lab Bocconi: il settore edilizio è responsabile di oltre il 40% dei consumi energetici e oltre il 30% delle emissioni di CO2 in Europa e la quasi totalità degli edifici con prestazioni energetiche scadenti è destinato a rimanere in uso fino al 2050. Allo stesso tempo, si alzano gli obbiettivi: a fine gennaio è arrivato in Gazzetta Ufficiale il decreto con cui l’Italia ha completato il recepimento della Direttiva RED III, aggiornando il quadro nazionale sulle fonti rinnovabili. Il provvedimento porta il target nazionale al 2030 al 39,4% dei consumi finali lordi di energia e fissa per il settore edilizio il traguardo da coprire con fonti rinnovabili ad almeno il 40,1% dei consumi energetici degli edifici.

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Numeri che portano a dire che senza intervenire massicciamente sul dna energetico delle città è impossibile ridurre i consumi, contenere i costi per famiglie e imprese, raggiungere l’obiettivo di un parco edilizio a zero emissioni entro il 2050. Ma anche gli altri step intermedi ormai prossimi. Eppure, la macchina stenta a mettersi in moto. L’Italia avrebbe dovuto consegnare a Bruxelles un piano per la ristrutturazione degli edifici in linea con la cosiddetta direttiva case green entro il 31 dicembre 2025. Data che è stata disattesa, non solo, per la verità, dal nostro Paese.

L’occasione, però, è quella di ripensare più che ad un piano casa, ad un piano città. «La vera sfida non è solo ristrutturare, è integrare in modo intelligente energia, infrastrutture e servizi – dice Annamaria Bagaini, ricercatrice SUR Lab Bocconi e MUSA Spoke 1 - Urban Regeneration -. I processi di rigenerazione urbana rendono più efficace e sostenibile l’integrazione dei sistemi energetici rinnovabili nel tessuto urbano grazie allo sviluppo coordinato delle reti di distribuzione locali e all’integrazione di sistemi di accumulo. Questo consente di valorizzare la produzione rinnovabile distribuita e favorire un migliore bilanciamento tra produzione e consumo a scala urbana e di quartiere».

In sostanza, la chiave sarebbe intervenire in contemporanea sui consumi delle abitazioni, ma anche sulla produzione, sulle reti e, non ultima, sulla mobilità. «Le infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici non rappresentano soltanto un elemento della mobilità, ma diventano parte integrante del sistema energetico urbano, contribuendo a modulare i carichi, a distribuire in modo più equilibrato i punti di consumo e a rafforzare la gestione locale dei flussi energetici in interazione con produzione rinnovabile, accumulo e reti intelligenti», spiega Bagaini.

Dal teleriscaldamento fino al 60% di riduzione dei consumi

A livello, invece, di abitazioni, un nodo che sta arrivando ormai al pettine, una delle soluzioni arriva ad esempio dal teleriscaldamento, laddove c’è. Secondo una recente analisi Bocconi per A2A porterebbe da solo ad una riduzione dei consumi energetici fino al 60% e riduzione delle emissioni di CO2 pari a circa 1,78 milioni di tonnellate in 15 anni. Altri studi parlano di un potenziale di crescita del +400% rispetto all’attuale diffusione. In Italia sono operativi circa 340 sistemi di teleriscaldamento, con 5.000 km di rete e copertura di circa il 5% della domanda complessiva di calore.

«Rappresenta un sistema in grado di integrare fonti rinnovabili e recupero di calore a scala di distretto, producendo benefici per il sistema energetico come maggiore affidabilità e sicurezza dell’approvvigionamento, per l’ambiente per la riduzione delle emissioni di CO2 e degli inquinanti locali, e, non ultimo, per gli utenti finali migliore comfort indoor», si sottolinea.

Comunità energetiche modello da non abbandonare

Dall’altra parte, però, è il sistema delle comunità energetiche (Cer) nelle città che potrebbe rappresentare il vero tassello centrale nella transizione, anche dopo il taglio drastico dei fondi arrivato a fine anno: «Le Cer sono una soluzione innovativa che favorisce la partecipazione locale, promuove la proprietà collettiva degli impianti e genera benefici ambientali, sociali ed economici, contribuendo al raggiungimento del target nazionale di energia da fonti rinnovabili sui consumi finali lordi – dice Bagaini -. Possono intervenire riducendo i costi dell’energia, favorendo l’autoconsumo e la condivisione dell’energia prodotta localmente, nonché destinando una parte dei proventi a finalità sociali con ricadute dirette sui territori interessati. E, allo stesso tempo, rappresentano uno strumento rilevante anche sul piano sociale, poiché possono contribuire a contrastare la povertà energetica» che in Italia riguarda oltre 2,4 milioni di famiglie.

Tuttavia, proprio un recente studio condotto da Bocconi su un campione di Cer italiane non nasconde le difficoltà, tra barriere istituzionali ma anche economiche, socioculturali e tecnico-tecnologiche. «In questo senso, la transizione energetica urbana richiede una governance attenta e coordinata. Senza strumenti di pianificazione integrata e politiche sistemiche, anche gli interventi di rigenerazione e innovazione energetica possono generare effetti indesiderati, come fenomeni di green gentrification. Ovvero, aumenti dei valori immobiliari e dei canoni di locazione che possono determinare l’espulsione delle fasce di popolazione più vulnerabile», conclude Bagaini. Quello che si vorrebbe evitare proprio con un piano casa.

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