Fonti e storia

Un «patto marino» per testamento

Il testo scritto da D’Annunzio è stato appena acquisito dalla Fondazione il Vittoriale: ne rivela il volto di sapiente mediatoree le idee sul lavoro. Il presidente ci svela il significato dell’operazione

di Giordano Bruno Guerri

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Nel 1923 le masse dei lavoratori, reduci dalle trincee, premono per nuovi diritti mentre il fascismo si aggiusta al potere e fatica a contenere le spinte contrapposte di sindacati e grandi capitalisti. La Marina mercantile è il terreno di scontro tra la F.I.L.M. (Federazione Italiana Lavoratori del Mare), presieduta da Giuseppe Giulietti, e la potente classe degli armatori. E al Vittoriale nasce un’altra utopia sociale dopo quella di Fiume: immaginate Gabriele d’Annunzio non come il Vate del piacere, della poesia e della guerra, ma come un sindacalista d’assalto affiancato a un altro personaggio da romanzo, Giulietti, a cui d’Annunzio scrive con l’affettuoso appellativo di Fafin.

Romagnolo di Rimini, trapiantato a Genova, magnetico, scaltro e dotato di una retorica che perfino il giovane Mussolini gli invidiava, nel 1914 fu lui a prestare duemila lire a Benito (che si era appena dimesso dall’Avanti!) per fondare Il Popolo d’Italia. La sua “opera d’arte”, però, fu il dirottamento del piroscafo Persia nel 1919: una nave carica d’armi e champagne che consegnò ai legionari di Fiume garantendo la sopravvivenza economica della città. Fondò la Cooperativa Garibaldi, in aperta sfida ai giganti del capitalismo navale, condividendo con d’Annunzio quella che il Poeta definiva una “fraterna alleanza” nella battaglia politica per i diritti della “Gente di Mare”, alla quale d’Annunzio sentiva di appartenere.

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I documenti del Vittoriale

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Per il Vate, al culmine della fama, il mare non è un semplice elemento naturale. Nelle sue prime opere, l’Adriatico è celebrato come una forza primordiale: «O mare, o gloria, forza d’Italia». È un mare che «tempra i nervi e le canzoni», un «dio presente» a cui il giovane poeta si offre in un’adorazione quasi religiosa dimostrando una conoscenza tecnica e antropologica profonda della vita dei pescatori. Con la maturità, il mare assume una valenza più complessa, legata all’ideale del Superuomo e all’azione eroica. Celebre è il motto di Pompeo Magno di cui si impossessò: Navigare è necessario; non è necessario vivere, e il passaggio dall’estetica delle parole alla passione politica trova nel mare il suo catalizzatore. L’Adriatico cessa di essere solo il mare dell’intimità per diventare l’Amarissimo, il mare nostrum da rivendicare. Nel 1908, durante un banchetto per la tragedia La Nave, che contiene il celebre verso Arma la prora e salpa verso il mondo, d’Annunzio pronunciò un brindisi all’amarissimo Adriatico, infiammando il sentimento patriottico e irredentista contro l’Austria. Durante la Grande Guerra, sfiderà le «nere acque adriatiche» nell’impresa di Buccari e nel volo su Cattaro, vivendo il mare come uno spazio eroico. Infine, negli anni al Vittoriale, cristallizza questo rapporto nel monumento-reliquia della Nave Puglia, incastonata nella collina con la prora rivolta verso l’Adriatico e le terre irredente. Il mare, per d’Annunzio, è stato specchio della sua vita inimitabile, tanto da favoleggiare di essere nato tra i flutti a bordo di un brigantino.

Il cuore della recentissima – preziosa – acquisizione di documenti inediti da parte della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani rivela un d’Annunzio legislatore e mediatore instancabile che l’11 luglio 1923 invia a Giulietti il testo del nuovo Patto Marino, scritto interamente di suo pugno. Denominato da lui Pactum sine nomine (perché privo di firme che ne oscurassero la melodia popolare), il documento è un capolavoro di giustizia sociale che va oltre la retorica. Il patto chiedeva il riconoscimento della Cooperativa Garibaldi, l’intangibilità dei regolamenti organici del 1913, indennità per le famiglie dei marinai e la creazione di un collegio arbitrale per regolare i turni d’imbarco, evitando privilegi e persecuzioni. Per d’Annunzio, i marinai sono «la sua gente», la «dura stirpe che sa patire». Il Patto non è solo un contratto, è la «testimonianza di un fratello marinaio» contro le «avarizie ostinate».

I documenti mostrano come d’Annunzio fosse l’unico contrappeso morale capace di parlare da pari a pari con Mussolini e, al contempo, di difendere Giulietti dalle aggressioni squadriste. D’Annunzio usa il suo prestigio per «imporre la giustizia» al Governo, che accusa di temporeggiamento. Scrive al duce, il 18 luglio 1923: «Ma proprio tu, che non sei nato Temporeggiatore e che non vorrai morire Cunctator, proprio tu temporeggi e lasci temporeggiare!» Lo accusa di essere succube degli armatori, «rettili marini: Credo che tuttavia i rettili marini cerchino di avvinghiarti come un nuovo Laocoonte in atto di immolare non più il toro sacro a Nettuno ma il vitello d’oro all’oceanica fortuna d’Italia» (telegramma a Mussolini del 26 luglio 1923).

D’Annunzio trasforma una vertenza sindacale in un rito religioso di pacificazione nazionale ma, nonostante i telegrammi di Mussolini, che definivano il patto «bellissimo» e «santo», i documenti testimoniano il fallimento delle trattative. Gli armatori opposero una resistenza feroce, proponendo «codicilli» che d’Annunzio respinse sdegnosamente. Nel settembre 1923, a riprova dell’appoggio fascista agli industriali, ecco l’invasione della Casa della Gente di Mare di Genova. Seguirono le sdegnate proteste del poeta ormai disilluso riguardo le reali intenzioni delle autorità locali e del governo. Nella lettera autografa del 21 settembre a Mussolini si legge: «Ho la trista notizia che stasera a Genova un’accozzaglia di gente torbida e facinorosa ha invaso la Casa dei Federati col falso pretesto di non so quali divergenze amministrative. Mi sembra manifesto che anche questo atto di violenza sia premeditato e promosso dagli Armatori... Ti prego di illuminarmi su quanto è accaduto stasera, perché non è ingiusto in me il sospetto che sieno conniventi le autorità locali».

La “beffa di Gardone” – così definita in un telegramma del 16 agosto 1923 inviato a Costanzo Ciano, allora Sottosegretario di Stato per la Marina – lasciò il Vate in una «nera malinconia». Vedeva le promesse del duce smentite dal sindacalismo fascista, che nel 1924 avrebbe finito per assorbire o smantellare le organizzazioni indipendenti come la F.I.L.M. Ecco il testo integrale del telegramma, non lieve: «Con esemplare pazienza francescana ho atteso troppi giorni una comunicazione ufficiale del Governo sul Patto. stop. Il mio onore di gentiluomo irreprensibile non può ammettere che mi sia usata una così grossa villania dopo tante enfatiche assicurazioni. stop. Alla Beffa di Buccari puoi aggiungere ormai la Beffa di Gardone molto meno gloriosa. stop. non posso felicitarmi col presidente. stop. la sua severa definizione della pregiudiziale può essere estesa a tutta codesta beffa prolissa di cui oggi io sono vittima sprezzante. stop. L’intelligenza rimane all’eremo del Vittoriale non oscurata e non oscurabile. stop. Il Governo manca ai suoi impegni documentati, e mi fa ingiuriare da armatori che in altri tempi trafficarono col nemico. stop. Debbo renderne pubblica la dimostrazione. stop. Ci rivedremo presto a Roma. stop». A Roma non andò mai più.

I documenti acquisiti dal Vittoriale ci consegnano un’eredità fondamentale: l’idea di un lavoro che non sia solo fatica ma elevazione dell’uomo. Sebbene il Patto Marino non sia mai entrato integralmente in vigore, resta — insieme alla Carta del Carnaro — il testamento politico di un poeta che cercò di fondere l’antico municipalismo italiano con le necessità moderne del proletariato.

Testo del Patto Marino (Pactum sine nomine)

« Cristo ne presti gratia che possiamo andar di bene in meglio. » Biagio Assereto.

Noi siamo oggi convenuti per restaurare, nella ferma pacificazione degli animi e nella cooperazione leale delle volontà, le fortune della Marina mercantile italiana.

Dopo tanto sangue profuso e dopo tanta passione confusa e dopo tanto travaglio sofferto, l’Italia si rinnova dalle fondamenta.

Quegli uomini sinceri che sentirono il dovere di combattere, oggi sentono il dovere di costruire. E, in punto di costruire « la più grande Italia », si propongono di imitare nell’ardor silenzioso e nella misurata fatica quei costruttori della Cattedrale anonima che, dal primo architetto all’ultimo mastro di pietra, sacrificavano il nome e la fama e pur anche la mercede alla gloria di Dio.

Così conviene che questo patto sia sine nomine. E non vanamente si allude, in questa materia corale e religiosa, al titolo d’una Messa del nostro Palestrina composta sopra un tema popolare, sopra una pura melodia di popolo. Missa sine nomine.

Le necessarie firme dei varii mallevadori non rappresentano se non l’animo equo di tutti. Pactum sine nomine.

Ogni vera cooperazione, ogni vera concordia cooperatrice, non può essere afforzata e cementata se non dallo spirito di sacrifizio: da quello spirito che è – e deve essere – la nostra santa eredità di guerra, il retaggio dei nostri santi morti.

E, se giova nel patto invocare la testimonianza protettrice, noi vogliamo augurare che la nobiltà della rinnovata Patria possa non troppo tardi addimostrare il suo riconoscimento agli equipaggi della Marina mercantile accordando a essi la « polizza dei combattenti ».

E anche vogliamo augurare che il nuovo Governo d’Italia possa concedere agli equipaggi in navigazione il diritto di vóto politico guarentendone con opportuni modi la sincerità e sicurtà.

Ricordiamo, alla soglia di una vita più forte e più generosa, che le nostre stirpi marinare superarono in virtù espansiva ogni esempio di Atene e di Corinto.

Ricordiamo che popolarono le colonie più lontane; che diedero capitani a tutte le armate di tutti i mari; che portarono nell’Atlantico le costumanze del Mediterraneo; che prime trovarono e tentarono le quattro grandi vie delle Indie; che con gli statuti di Gazaria e di Romania iniziarono le Compagnie di navigazione; che con i lor brevi e i loro lodi e i loro decreti consolari dimostrarono di avere approfondito ogni sapienza nel governare il traffico; che stabilirono Banchi in tutto l’Oriente e che in tutto l’Oriente e altrove sparsero il benefizio mercatorio dei prestiti e dei cambi.

Né la gloriosa rivendicazione può qui esser terminata, né può essere tutta quanta inclusa in questo patto. Ma compirla sarà fiero cómpito d’altri; ché, quando la potenza della razza sente che il Passato esiste, sente anche vivo nel suo pugno l’Avvenire.

Per ciò la nostra fede in questo patto, evocando il popolo primo dei mercatori e dei navigatori in parlamento, risuscita il vecchio grido del Cintraco giurato: « fiat populus ». Risuscita il grido dell’unanime assenso: « Fiat! Fiat! »

Ed ecco le condizioni essenziali dell’accordo.

I. Il contributo dei marinari federati, che ha nome antico e recente di significato spirituale e di fraterna comunanza « Provvisione di benefizio », sarà obbligatorio nella misura del 2 %. Ma puramente volontario, nella misura del 3 %, sarà quello destinato alla Compagnia cooperatrice « Garibaldi ». E sarà nei contratti di arrolamento inscritta la formola riguardante l’uno e l’altro contributo, concordata e statuita. E dell’impiego socialmente benefico di esso denaro sarà data guarentigia onorevole.

II. Sarà interamente osservato l’impegno, assunto dal Regio Governo, di non sottoporre a nuova discussione i « Regolamenti organici » che determinano il servigio degli addetti alle Compagnie di navigazione. Essi regolamenti non potranno in ogni modo essere rifusi se non quando sia superato il disagio economico che tuttavia travaglia la nazione; e ogni ritocco sarà fatto con largo spirito di equità verso gli addetti e non con l’intento di menomarne il diritto acquistato.

III. Perché il patto primitivo, fermato fra il Capo del Governo e il Comandante Gabriele d’Annunzio, non sia in alcun modo violato o deluso, si considera disciolto il Consiglio consultivo allora eletto; e si statuisce che ogni richiesta degli Armatori, nei riguardi dei Navigatori e anche degli Amministratori marittimi, e ogni controversia fra gente di mare lavoratrice e datrice d’opra, sia sottoposta all’esame di una autorità giudiciale eletta per accordi e per suffragi a definire con arbitrato la differenza.

IV. Nelle linee marittime percorse con sovvenzione dello Stato e nei servizii transatlantici non liberi, gli addetti alle manovre di bordo o alla cura delle spese, se licenziati per infermità o per vecchiaia o per mancanza di officii, avranno diritto a una indennità equamente stabilita dal collegio arbitrale sopra mentovato, all’infuori dei loro istituti di previdenza.

V. Nei modi più opportuni e nel tempo più breve saranno restituite alla « Garibaldi » le somme di credito verso lo Stato; e a questa medesima Compagnia cooperatrice sarà agevolato l’acquisto delle navi-cisterne alla Regia Marina superflue.

VI. Tenendo per fermo che nel tempo della santa guerra ogni varietà di naviglio da traffico, senza eccezione, incorse in tutti i pericoli dei mari insidiati e che nessuna ricerca vale a determinar certamente le « cause ignote » per cui tante navi disparvero, saranno alfine concesse alle famiglie dei marinai in servigio su i due piroscafi italiani « Luigi Parodi » e « Gaspare » le giustissime indennità da troppo tempo attese nell’afflizione e nella miseria.

VII. Il collegio arbitrale sopra mentovato provvederà a regolare i turni degli imbarchi, considerando tutti i vantaggi del buon servizio per la buona nave nella buona rotta ed evitando qualsiasi esclusione persecutrice e qualsiasi privilegio odioso a danno della gente marina d’ogni mestiere e d’ogni comando.

A queste condizioni fondamentali del fraterno accordo giova aggiungere – nel nostro modo latino, religioso più che superstizioso – l’augurio unanime che la lunga costa italiana fertile d’uomini e d’opere sia per essere come un tempo tutta la Liguria « un solo cantiere » e che agli Italiani liberi sia rinnovato il titolo di gloria già a essi conferito dall’antico cronista Jean d’Auton: « I re del Mare ».

Per i Marinai e per gli Armatori e per tutti gli Italiani di buona fede e di buona volontà.

Gabriele d’Annunzio

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