Grandi creativi

Un oggetto in una stanza è come la bustina di tè in una tazza: parola di Bouroullec

Il designer e artista francese rivela come basta un dettaglio per diffondere un’atmosfera speciale dentro casa. L’importante è mantenere la curiosità e uno sguardo naïf.

di Fabrizia Villa

Ronan Bouroullec. ©yumi kurotani

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È difficile restare un foglio bianco, soprattutto se si hanno più di trent’anni di carriera alle spalle, collaborazioni con aziende come Cappellini, Mutina, Vitra, Cassina e Flos e si è esposti nelle collezioni permanenti dei principali musei di design del mondo. «Di fronte a un progetto», racconta Ronan Bouroullec, «è importante avere una posizione naïf, un desiderio di scoperta che parta dal presupposto che si ha molto da imparare», una disposizione mentale che, ammette, diventa sempre più difficile con il passare del tempo.

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“Untitled” (2022), artwork in ceramica su alluminio e Shaku Chair, in legno, sintesi di design e artigianato. Si ispira alla manifattura giapponese ed è firmata da Ronan ed Erwan Bouroullec, KOYORI (850 € + Iva). ©Studio Bouroullec

Un atteggiamento, quello del designer e artista francese, che spiega il suo costante movimento tra esperienze diverse, dal disegno al design, dalla moda alle produzioni artigianali. «Non mi sento e non voglio essere uno specialista, preferisco piuttosto essere un generalista che lavora con degli specialisti», spiega. È la stessa curiosità che lo ha portato a collaborare con Issey Miyake nel mondo della moda, ma anche con aziende e artigiani di straordinaria esperienza che lavorano con il vetro e la ceramica. «D’altra parte, quando giovanissimo ho iniziato a collaborare con Vitra, Rolf Fehlbaum mi invitò a riflettere sul tema del lavoro. Rimasi spiazzato, pensai a un errore di casting, non avendo mai lavorato in un ufficio in vita mia. Invece aveva ragione lui». Per anni la sua collaborazione nel settore ha avuto grande successo.

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Sarà per via del casting, ma il nostro discorso vira verso il cinema come metafora di questo incontro a Casa Mutina dove si festeggiano i quindici anni di collaborazione tra il designer e l’azienda modenese, che dal 2005 trasforma la ceramica coniugando tradizione artigianale e linguaggi contemporanei. «Il lavoro del designer è abbastanza simile a quello di un attore: si fanno film diversi con registi diversi. Io lavoro bene quando mi trovo in una situazione di dialogo con persone con cui condivido la stessa passione, lo stesso desiderio di far bene le cose, qualsiasi sia il settore», racconta. Tra questi c’è sicuramente il ceo di Mutina, Massimo Orsini, che lui preferisce definire un regista, per restare nella metafora. La loro è un’amicizia fatta di scambi (anche tennistici), dialoghi e progetti. È grazie a lui, primo tra tutti, che Bouroullec ha capito quanto l’aspetto espositivo sia centrale nella sua pratica.

Inchiostri di Bouroullec è una combinazione di vasi con otto elementi da incastrare tra loro con diverse combinazioni.Qui le versioni 2025 in vetro soffiato e colato dalla Fornace Simone Cenedese, Murano (prezzo su richiesta). ©Enrico Fiorese

Per il designer, infatti, le mostre sono uno strumento di analisi: «Disegno oggetti, ma difficilmente ho l’occasione di vederli tutti insieme. È un modo di osservare le cose piuttosto raro. Un oggetto in una stanza è come la bustina di tè in una tazza d’acqua: diffonde una certa atmosfera, un certo gusto, una consistenza. Metterne molti insieme in uno spazio espositivo diventa allora un modo per dimostrare che quegli assemblaggi possono generare armonia, calma e perfino bellezza. Esporre è anche un’opportunità per condividere il mio lavoro con persone che non necessariamente hanno i mezzi per acquistare quello che faccio». L’obiettivo a quel punto è la diffusione di cultura. È con questo spirito che, nel 2021, è nata la mostra The Sound of My Left Hand, prima personale del designer in Italia che ha visto riunite, senza definirne i confini, la sua pratica artistica e la poetica di oggetti di design, preludio della mostra-consacrazione Résonance con cui nel 2024 il Centre Pompidou ha reso omaggio a uno dei più amati e prolifici designer francesi.

«Sono state due occasioni importanti per sottolineare ancora una volta che per me non c’è gerarchia tra i mezzi di espressione. Credo, come Ettore Sottsass, che disegnare un posacenere sia complicato quanto disegnare un aeroporto. Amo molto occuparmi di progetti industriali, ma allo stesso tempo mi appassiona lavorare con gli artigiani, disegnare o anche ideare progetti di urbanistica. Lo stesso mi capita con i materiali: come per i colori, non ho delle preferenze assolute, né una teoria del colore». Ciò che lo interessa davvero, infatti, è quella che definisce la vibrazione degli oggetti, la loro imperfezione e imprevedibilità, quella qualità quasi magica che hanno per esempio materiali come il vetro e la ceramica di essere incontrollabili, non perfetti al decimo di millimetro. «Mi piace che a decidere siano la temperatura, la chimica, gli elementi naturali. Come quando il vento modifica la superficie dell’acqua o le fronde degli alberi vicino al mare». In un mondo sempre più sintetico, le persone sembrano aver perso la cultura dei materiali, dei colori. Per questo la sua ricerca è rivolta a forme più organiche e naturali.

Luce Sferica, lampada in vetro soffiato con tre lunghezze diverse, FLOS (da 3.850 €). ©Robert Rieger

Cresciuto nella campagna bretone, per Bouroullec il paesaggio diventa la risposta per ristabilire un equilibrio con la natura. «Ho la fortuna di avere una casa in Bretagna da cui si gode un bellissimo panorama e, quando lavoro a un nuovo oggetto, lo penso sulla terrazza di quella casa e mi domando: quel paesaggio lo accetterebbe o lo rifiuterebbe?». C’è poi un altro parametro importante su cui ama soffermarsi: il modo in cui un oggetto invecchia. «Per me in un progetto ha la stessa importanza che rivestono comfort e solidità, perché amo i segni del tempo sulle cose e penso che sia una riflessione ecologica fondamentale in questo mondo legato al consumo eccessivo e alla continua necessità di cambiamento».

Forse è proprio questa tensione verso la contemplazione che ha permesso a Bouroullec di restare quel foglio bianco ancora tutto da scrivere, di ritrovare un certo candore primitivo che gli consente di accostarsi sempre con curiosità e distacco ai nuovi progetti. Un punto di equilibrio da anni lo ha trovato nel disegno, quasi un esercizio di meditazione. «Disegnare per me è un po’ come camminare», dice. «È un modo di contemplare, ma anche di pensare». Non parte da un’idea precisa, i suoi disegni sono piuttosto un’associazione di tratti, di movimenti, proprio come lo è il passeggiare. «Un passo dopo l’altro, un tratto dopo l’altro, ciò che conta non è il risultato finale, ma la pratica stessa». Il disegno è anche la risposta immediata a quella «sinusoide tra piacere e depressione» che è il processo del design, «una disciplina formidabile, ma che richiede tempi lunghissimi, essendo un’attività collettiva e necessariamente lenta».

Finestra Giorno fa parte delle Editions, collezioni di oggetti in ceramica fatti a mano, firmati e numerati, e, sullo sfondo, Aria, partitura visiva da parete con listelli ed elementi circolari in grès porcellanato (quella in foto, 273 € al mq), MUTINA. ©GERHARDT KELLERMANN

Questa ricerca d’armonia, da qualche anno, ha per lui un alleato inatteso: Instagram. Uno spazio di libertà, un diario, come lo definisce lo stesso designer, che gli permette di presentare i suoi progetti, ma anche la sua arte per quello che è realmente, senza filtri o intermediari. «Trovo che spesso la disciplina del design sia fraintesa», spiega. «A volte passo davanti a una vetrina e vedo un mio oggetto disposto male, oppure accanto ad altri che non mi piacciono. In quei momenti mi sento come espropriato dal mio lavoro. Con Instagram, invece, è come se avessi un canale televisivo, una stazione radio o una rivista tutta per me, di cui ho totale controllo». Anche perché da sempre fotografa personalmente i suoi progetti e i suoi disegni: «Il modo migliore per me di trasmettere una certa sensibilità, quello charme a cui aspiro con il mio lavoro».

Un diario virtuale, il suo, che giorno per giorno, si arricchisce di progetti, disegni e collaborazioni, come quelle presentate allo scorso Salone del Mobile: una con B&B Italia e una collezione di arredi ancora una volta frutto di un dialogo profondo e di un’amicizia, nata quindici anni fa con Piero Gandini, già anima creativa di Flos. L’altra con Matera: «Per loro ho disegnato degli oggetti in marmo», spiega. «Ci tengo a lavorare con piccole realtà agli esordi, un modo per ricordare chi mi ha dato fiducia quando ero alle prime armi».

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