Un decalogo per legislatori volenterosi
È tempo di farla finita con le imposte sostitutive e i regimi speciali, ad esempio quelli per neoresidenti facoltosi
di Maurizio Logozzo
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È da apprezzare l’impegno del Governo a mettere mano a una riforma dell’Irpef da anni auspicata e continuamente rinviata.
Gli ostacoli che si frappongono sono tanti, sia di ordine politico, sia di carattere tecnico-giuridico: è compito arduo (ma improcrastinabile) riformare un’imposta vecchia di cinquant’anni, caratterizzata da una disciplina frutto di molteplici stratificazioni normative, la cui eccessiva onerosità per molti contribuenti è diventata insopportabile (stimolo all’evasione), insomma un’imposta per molti versi iniqua, che, col tempo, si è trasformata in uno strumento di disuguaglianza (Stevanato).
Su queste colonne si è aperto un vivace dibattito e ciascun intervento ha cercato di stigmatizzare profili fondamentali della “nuova Irpef”.
Il quadro da cui si parte è risaputo: la crisi dell’Irpef, caratterizzata dalla diffusione di regimi speciali e di imposte sostitutive, una imposta che grava quasi soltanto sui redditi da lavoro e da pensione. Si tratta di una tendenza che viola in modo significativo i princìpi di capacità contributiva e di progressività.
E veniamo ad alcune proposte schematiche, che tengono conto di quanto si è dibattuto negli ultimi anni.


