Grandi collezionisti

Un bijou per ogni giorno: decidere l’abito in base all’accessorio

Una collezione storica di collane, spille e bracciali fantasia. Patrizia Sandretto Re Rebaudengo apre le porte della sua casa per un servizio fotografico in cui veste le sue ultime acquisizioni, mai esposte.

di Maria Luisa Frisa

Patrizia Sandretto Re Rebaudengo davanti a“Greifbar 48” (2017), di Wolfgang Tillmans, indossa due collane di Billy Boy parte dei Surreal Bijoux dell’inizio anni Ottanta, appena entrate nella sua collezione. Per tute le immagini: foto di Simon171 con Simona Pavan , styling di Nicoletta Ferrari.

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Potremmo affermare che le collezioni di oggetti rispondono a una necessità e una libertà particolarmente sentite: hanno una stretta vicinanza con l’espressione individuale, con una logica in costruzione. Ogni persona ha un suo modo di collezionare oggetti, in cui l’interesse, la meraviglia, il desiderio si fondono con un aspetto più personale e privato: se Patrizia Sandretto ha raccontato a Hans Ulrich Obrist di scegliere ogni giorno un bijou diverso in sintonia con l’umore e gli impegni che l’attendono, a me ha spiegato che quegli oggetti sono diventati la sua signature e che le danno sicurezza.

Dall’alto in senso orario, le scatole originali autografate e gli orecchini pendenti disegnati dall’artista e, nella scatola di cartone, a sinistra, un pezzo anni Settanta di William De Lillo accanto a un’altra collana di BillyBoy.

Sorta di oggetti magici, una nuova tipologia di emblema, variabile, ma riconoscibile – anche se lei il family crest lo possiede davvero. Poiché ogni persona, scegliendo ciò che indossa, crea una narrazione di sé, questi bijoux sono anche gli oggetti magici di cui parla Italo Calvino nella “lezione americana” dedicata alla rapidità: «Diremmo che dal momento in cui un oggetto compare in una narrazione, si carica di una forza speciale, diventa come il polo d’un campo magnetico, un nodo d’una rete di rapporti invisibili. Il simbolismo d’un oggetto può essere più o meno esplicito, ma esiste sempre. Potremmo dire che in una narrazione un oggetto è sempre un oggetto magico».

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Patrizia Sandretto Re Rebaudengo indossa un macro collier di William De Lillo, designer belga naturalizzato americano. L’opera alle sue spalle è “The Color Blue Divorced from its Mystical Sensibility” (2023), di Justin Caguiat.

In questo perimetro d’azione, in questo spazio narrativo, s’inserisce l’elemento performativo. Il rapporto attivo tra corpo, abito e accessori. Mentre l’abito diventa impronta del corpo che lo indossa e ne definisce in qualche maniera postura e movimenti, la collana o la spilla si determinano come centro della propria coreografia personale e pubblica.

Spilla bouquet di Frank Hess per Miriam Haskell, 1935/1939.

Nei tanti ritratti di Patrizia Sandretto che troviamo in rete, nelle fotografie che la ritraggono in occasioni ufficiali, il punctum, come direbbe Roland Barthes, è sempre quell’oggetto fantasia, messo in evidenza dall’abito che, come ha raccontato lei, il più delle volte viene scelto o progettato in funzione del gioiello di cui diventerà superficie espositiva.

Collana a macchinine di BillyBoy nella scatola di latta originale, anni Ottanta.

Oggetti che risalgono fino agli anni Trenta del secolo scorso e che rispecchiano gli stili e le poetiche di autori che con i loro oggetti hanno definito la costume jewelry, anche nel senso di espressione. Tra questi, William Hobé, Joseff of Hollywood, Miriam Haskell. E poi, solo per citare alcuni altri autori, Robert Sorrell, Kenneth Jay Lane, Hattie Carnegie, Marcel Boucher, Robert Clark, Iradj Moini, o un’etichetta come Trifari. Il preferito di Patrizia Sandretto tra i designer di costume jewelry è tuttavia William De Lillo, che arriva in America nel 1950 dall’Europa, precisamente da Anversa. De Lillo, autore narrativo, astratto, fantasmagorico, incarna perfettamente un’idea di costume jewelry come linguaggio autonomo, dando un’interpretazione libera e sempre spettacolare di forme e funzioni, che diventa assoluta nella reinvenzione di motivi naturalistici. Per la loro qualità e autorevolezza rivendicano spazio nella collezione anche pezzi anonimi, mentre per scelta sono esclusi i gioielli fantasia griffati da brand di moda, come Schiaparelli, Chanel, Saint Laurent, Dior.

Collane di William De Lillo, una con spilla in parure

Il proprietario-autore diviene anche una sorta di curatore ogni volta che riattiva quei pezzi attraverso la sua persona in una rete di narrazioni in grado di mettere a fuoco la relazione unica che si instaura tra oggetti, tempo e spazio. Così quei manufatti si rivelano per ciò che sono: elementi necessari per dichiararsi al mondo, espressione di uno stile personalissimo, travalicando l’essere alla moda. Viene sempre da citare Giorgio Agamben, che ha definito la moda come una soglia tra «il suo essere e il suo non-essere-più alla moda». Se spostiamo questo concetto nell’esperienza quotidiana, ci rendiamo conto di come i pezzi della costume jewelry americana collezionati da Sandretto Re Rebaudengo sono una sorta di dispositivi strategici che agiscono in quello che è il tempo sempre presente della moda, riattivati ogni volta dal gesto che li seleziona e li riporta alla luce.

Catena con macro pendenti di BillyBoy.

I gioielli fantasia di Patrizia Sandretto sono tenuti a portata di mano, dentro mobili a cassetti. Naturalmente di tutti esistono fotografia e scheda, che permettono di ricapitolare e riorganizzare la collezione o di comporre moodboard tematici, stagionali o legati a occasioni d’uso.

Sandretto si è organizzata anche per portarli in viaggio, poiché non può disattendere le aspettative di tutti coloro che ogni giorno sanno di poter vedere qualcosa di diverso, di essere meravigliati dalla magnificenza di oggetti il cui valore risiede nello straordinario savoir-faire degli artigiani che li hanno lavorati e nell’immaginazione senza limiti di chi li ha creati.

Scatola e biglietto firmato da BillyBoy per la collana pezzo unico Le Jardin du Pavillon de Jade, del 1987.

Così, sono convinta che per Patrizia Sandretto Re Rebaudengo non possiamo semplicisticamente parlare di un collezionare oggetti – un collezionare anche oggetti – generato e affinato a partire da una certa tradizione di famiglia (la madre collezionava porcellane di Meissen e Sèvres). Credo piuttosto che quella sua pratica si sia venuta precisando in una presa di consapevolezza che collezionare è una forma d’arte. La particolarità insita nella sua raccolta di American costume jewelry è nel fatto che la dimensione privata (il collezionare) e la dimensione pubblica (il mostrare, nella quotidianità dell’agire nel mondo) sono fuse direttamente dalla sua persona: lo scegliere per comporre la collezione e lo scegliere per realizzare la rappresentazione di sé. Un aspetto probabilmente unico tra tutte le attività collezionistiche di Patrizia Sandretto.

Bracciale cuff con pietre, resine e cristalli di Wendy Gell, 1988.

Una raccolta di costume jewelry

“Costume Jewelry” è il libro appena edito da Taschen (100 €) che presenta quasi 600 pezzi parte della collezione personale di bijoux di Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, dagli anni Trenta al nuovo millennio. All’inizio del XX secolo, New York divenne l’epicentro del design dei gioielli in pasta di vetro grazie agli artigiani che in fuga dall’Europa portarono la loro arte negli Usa. La loro maestria inaugurò un’epoca di bijoux audaci, raffinati e più accessibili, dando vita a un vero filone.

Il volume ripercorre la collezione con le fotografie di Luciano Romano e i testi di Carol Woolton e Maria Luisa Frisa, critica di moda e curatrice, docente presso l’Università Iuav di Venezia, dove ha fondato il corso di laurea in Design della moda e arti multimediali, nonché autrice dell’articolo di queste pagine, tratto dal saggio presente nel libro. In questo servizio, HTSI ha chiesto a Patrizia Sandretto di indossare pezzi mai visti, né nel libro né alla mostra organizzata a ottobre alla Biblioteca Nazionale Braidense di Milano.

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