Un bijou per ogni giorno: decidere l’abito in base all’accessorio
Una collezione storica di collane, spille e bracciali fantasia. Patrizia Sandretto Re Rebaudengo apre le porte della sua casa per un servizio fotografico in cui veste le sue ultime acquisizioni, mai esposte.
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Potremmo affermare che le collezioni di oggetti rispondono a una necessità e una libertà particolarmente sentite: hanno una stretta vicinanza con l’espressione individuale, con una logica in costruzione. Ogni persona ha un suo modo di collezionare oggetti, in cui l’interesse, la meraviglia, il desiderio si fondono con un aspetto più personale e privato: se Patrizia Sandretto ha raccontato a Hans Ulrich Obrist di scegliere ogni giorno un bijou diverso in sintonia con l’umore e gli impegni che l’attendono, a me ha spiegato che quegli oggetti sono diventati la sua signature e che le danno sicurezza.
Sorta di oggetti magici, una nuova tipologia di emblema, variabile, ma riconoscibile – anche se lei il family crest lo possiede davvero. Poiché ogni persona, scegliendo ciò che indossa, crea una narrazione di sé, questi bijoux sono anche gli oggetti magici di cui parla Italo Calvino nella “lezione americana” dedicata alla rapidità: «Diremmo che dal momento in cui un oggetto compare in una narrazione, si carica di una forza speciale, diventa come il polo d’un campo magnetico, un nodo d’una rete di rapporti invisibili. Il simbolismo d’un oggetto può essere più o meno esplicito, ma esiste sempre. Potremmo dire che in una narrazione un oggetto è sempre un oggetto magico».
In questo perimetro d’azione, in questo spazio narrativo, s’inserisce l’elemento performativo. Il rapporto attivo tra corpo, abito e accessori. Mentre l’abito diventa impronta del corpo che lo indossa e ne definisce in qualche maniera postura e movimenti, la collana o la spilla si determinano come centro della propria coreografia personale e pubblica.
Nei tanti ritratti di Patrizia Sandretto che troviamo in rete, nelle fotografie che la ritraggono in occasioni ufficiali, il punctum, come direbbe Roland Barthes, è sempre quell’oggetto fantasia, messo in evidenza dall’abito che, come ha raccontato lei, il più delle volte viene scelto o progettato in funzione del gioiello di cui diventerà superficie espositiva.
Oggetti che risalgono fino agli anni Trenta del secolo scorso e che rispecchiano gli stili e le poetiche di autori che con i loro oggetti hanno definito la costume jewelry, anche nel senso di espressione. Tra questi, William Hobé, Joseff of Hollywood, Miriam Haskell. E poi, solo per citare alcuni altri autori, Robert Sorrell, Kenneth Jay Lane, Hattie Carnegie, Marcel Boucher, Robert Clark, Iradj Moini, o un’etichetta come Trifari. Il preferito di Patrizia Sandretto tra i designer di costume jewelry è tuttavia William De Lillo, che arriva in America nel 1950 dall’Europa, precisamente da Anversa. De Lillo, autore narrativo, astratto, fantasmagorico, incarna perfettamente un’idea di costume jewelry come linguaggio autonomo, dando un’interpretazione libera e sempre spettacolare di forme e funzioni, che diventa assoluta nella reinvenzione di motivi naturalistici. Per la loro qualità e autorevolezza rivendicano spazio nella collezione anche pezzi anonimi, mentre per scelta sono esclusi i gioielli fantasia griffati da brand di moda, come Schiaparelli, Chanel, Saint Laurent, Dior.

















