Il libro

«Un’assemblea costituente per liberare l’Italia da debito e burocrazia»

Nel volume “Liberale è, Predicare inutilmente” del presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto le proposte per la rivoluzione liberale che serve all’Italia

di Redazione Roma

3' di lettura

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«Ogni promessa è debito… pubblico». Nei giorni in cui da più parti si torna a invocare la spesa in deficit il presidente della Fondazione Einaudi Giuseppe Benedetto - nel suo nuovo libro, “Liberale è. Predicare inutilmente” (Rubbettino, 156 pagine) - ricorda che «liberale è chi sa che il debito è soprattutto una forma di tassazione differita, a cui prima o poi si deve far fronte».

Nel volume, fresco di pubblicazione e già disponibile in libreria e su tutte le piattaforme digitali, si affrontano i temi che da decenni bloccano il Paese compromettendo ogni possibilità di crescita. Benedetto affronta un viaggio dentro le contraddizioni più profonde dell’Italia: un Paese dove si tassa chi lavora, si premia chi spreca e si ostacola chi produce.

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Fare impresa da noi, si legge nel saggio, resta più difficile rispetto a quanto avviene in altri Paesi europei. Uno dei principali handicap che le nostre imprese devono affrontare riguarda la pressione fiscale, che qui è di circa sei punti percentuali più alta che in Spagna, la realtà che cresce più rapidamente in Europa occidentale da un paio di anni. Il nostro Paese è schiacciato sotto il peso del suo enorme debito pubblico. Ridurre la dimensione dello Stato, sostiene Benedetto, vuol dire essere liberali e uno Stato in cui la spesa pubblica è ancora il 51% del Pil e in cui la pressione fiscale arriva al 43% del Pil non è propriamente molto liberale.

L’altro grande scoglio contro cui sbatte chi vuole avviare un progetto in Italia è la lentezza della macchina pubblica. La burocrazia è il Moloch che immobilizza il nostro Paese, l’“Idra” la chiama Benedetto. Non solo un insieme di uffici, ma un humus culturale per cui a ogni problema si risponde con un nuovo modulo, una nuova legge, un nuovo controllo ex ante che blocca in modo indiscriminato l’attività produttiva.

Nella seconda parte del saggio ampio spazio è dedicato a quello che è divenuto un vero e proprio simbolo del malgoverno: le Regioni, quelle che, con profetica preveggenza, Malagodi, già nel 1970, aveva indicato come i nascenti centri di spreco. L’attuale assetto istituzionale ha moltiplicato i livelli decisionali e le vessazioni fiscali per i cittadini senza aumentare la qualità dei servizi, generando una deresponsabilizzazione diffusa. Nella visione di Luigi Einaudi e dei liberali del secondo dopoguerra, l’autonomia territoriale serviva a rendere trasparente il nesso fra imposte e servizi, a responsabilizzare gli amministratori, a premiare le soluzioni migliori. La Regione doveva essere un laboratorio di efficienza e innovazione. Il risultato reale, però, ha raccontato un’altra storia.

Al termine del ragionamento che il presidente della Fondazione Einaudi sviluppa lungo tutto il saggio vi è quella che lui individua come la soluzione alla ormai evidente impossibilità di portare a termine in Italia le tante riforme necessarie. Queste, ne è convinto, non si faranno mai perché impopolari e nessun governo si assumerà la responsabilità politica di attuarle. Non solo taglio della burocrazia e delle tasse, la riduzione della spesa improduttiva e la necessità per lo Stato di riappropriarsi di molte delle prerogative incautamente devolute alle regioni, ma anche la riforma della giustizia da poco bocciata al referendum. Con l’attuale sistema, gli attori politici cercheranno sempre di far prevalere il proprio interesse di parte rispetto all’interesse comune.

L’unica soluzione percorribile per Benedetto è l’istituzione di un’Assemblea costituente: l’idea della Fondazione Einaudi è di proporre una snella assemblea composta da cento membri di alto spessore eletti dai cittadini. Un luogo nobile, parallelo al Parlamento e in carica per un tempo predefinito, in cui lavorare per una riforma organica della seconda parte della Costituzione, sospendendo temporaneamente le appartenenze partitiche.

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