Scrittura & memoria

Un’alba per le donne negli anni cinquanta

Patrizia Gabrielli indaga l’attività di Alba de Céspedes all’interno della rivista «Epoca»: la sua rubrica di posta è lo specchio dei tempi e rivela i primi segnali di cambiamento di un decennio spesso sottovalutato

di Eliana Di Caro

Alba de Céspedes  Alamy Stock Photo

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Lo sguardo straordinariamente moderno sul mondo femminile e il tenace impegno per la democrazia di Alba de Céspedes (1911-1997) sono finalmente riemersi negli ultimi anni grazie alla meritoria ripubblicazione dei suoi scritti, e adesso un ulteriore tassello di conoscenza arriva dal lavoro di Patrizia Gabrielli, storica dell’Università di Siena che sa sempre offrire a lettrici e lettori preziosi contributi sulla storia di genere.

Il titolo – Dalla parte di lei (e di lui) – esplicita subito il tema prescelto: esplora la de Céspedes rubrichista di «Epoca» negli anni 50, una corrispondenza con lettrici e lettori cui la scrittrice dà il nome del libro che l’ha consacrata. Quel “di lui” aggiunto da Gabrielli vuol sottolineare l’attenzione anche agli uomini che si rivolgono numerosi a de Céspedes, in cerca di risposte sulle questioni più varie. Non è insomma una posta al femminile, escludente, ma un dialogo che punta a riflettere sulla società, a stimolare curiosità, a generare dibattiti. Il matrimonio, il lavoro, la famiglia sono al centro delle missive, giunte a migliaia tra il 1952 e il 1958: un termometro dei costumi e della vita sociale, un indicatore dei cambiamenti in corso.

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Uno dei meriti del saggio è quello di ricordare come gli anni Cinquanta – considerati una fase di stallo dopo la rivoluzione dell’Assemblea Costituente e prima degli anni Sessanta che preludono alle riforme della fase successiva – non siano in realtà così grigi e privi di segnali innovativi. Diviso in due parti, Dalla parte di lei (e di lui) presenta un excursus che fotografa l’Italia del tempo e fa comprendere come quel decennio, per quel che riguarda la dimensione sociale e culturale, abbia preparato la strada: una transizione lenta, fatta di piccole scosse, ma necessaria per il successivo exploit. Il passaggio generazionale dalle madri alle figlie che si ribellano al destino di angeli del focolare (cui le prime, votate alla soddisfazione dei mariti e alla crescita dei bambini, sono rassegnate) fa il paio con l’evoluzione nel gusto di abiti e accessori. L’accesso ai consumi comincia ad ampliarsi, la mobilità – con la Vespa di Vacanze romane o la Fiat 600 lanciata nel 1953 – non è più appannaggio solo dell’élite.

Le campagne si svuotano, la cementificazione dilaga, la ricerca disperata di lavoro costringe ad emigrare al Nord. Sulle spalle delle donne continua a pesare la fatica improba nei campi (basti pensare alle condizioni deprecabili delle mondine e delle raccoglitrici di olive), ma la battaglia per ottenere condizioni dignitose si concretizza nell’opposizione al coefficiente Serpieri che legittima la disparità salariale, una lunga lotta avviata proprio nel ’50. Se il mestiere di sarta rimane dominante (soprattutto con la crescita del settore della moda), si affacciano nuove possibilità per le italiane nel terziario: impiegate, commesse, assistenti sociali.

A tutto questo, ricorda Gabrielli, si accompagnano interventi legislativi con cui il Paese si lascia finalmente alle spalle residui “medievali” come lo ius corrigendi (cancellato nel 1956) o l’odiosa doppia NN sui documenti di identità che marchiava per sempre i “figli di nessuno” (1955): passi, questi, successivi a un provvedimento fondamentale per uno Stato che voglia definirsi civile, cioè la legge sulla maternità (1950). L’idea di respingere l’abominio del licenziamento di una donna “in caso di matrimonio”, invece, è evidentemente troppo avanzata per i tempi: la proposta di legge di Lina Merlin (1951) non passa al Senato.

La voce autorevole di Alba de Céspedes sulla società in evoluzione conquista la fiducia di chi legge, anche quando ironizza su alcune domande maschili («Pretendere che la donna sia pari all’uomo e sia in grado di svolgere le stesse attività è assurdo. Basta pensare alla differenza di forza fisica», scrive un lettore; «Vuol dire che le donne dovranno rassegnarsi a svolgere, nel nostro Paese, soltanto le attività di carattere intellettuale», risponde pronta). L’intento, però, è quello di farne una «palestra di vita», osserva Gabrielli. Sul lavoro, sui rapporti affettivi, sull’educazione Alba de Céspedes ha posizioni nette e inequivocabili.

Il diritto della donna a realizzarsi, sia economicamente che professionalmente, va salvaguardato e protetto dal senso di colpa che sopraggiunge nel momento in cui si pensa di trascurare la famiglia: è un diritto da difendere sempre, tanto più quando «si sono dedicati lunghi anni di studio, di sacrificio, di impegno», circostanza in cui la donna «deve, alla pari dell’uomo, impedirsi di compiere una rinunzia che inevitabilmente, col tempo, farebbe pesare sul proprio compagno».

Ricorda, Alba, anche le ricadute concrete sull’intera società di talenti femminili che, se mortificati, non avrebbero cambiato per sempre lo stato delle cose: «Forse Marie Curie ha avuto poco tempo per giocare con la sua bambina, ma, grazie a lei, molti bambini non perdono la vita». Né manca di soffermarsi sull’incomprensibile divieto alle italiane di entrare in magistratura, vulnus che sarà sanato solo nel 1963. Facendo eco alle ventuno Madri Costituenti, che si batterono con forza su questo tema uscendone sconfitte, la scrittrice smaschera la contraddizione di chi le giudica «incapaci di applicare quelle leggi che invece in Parlamento sono chiamate a proporre, discutere, approvare».

Una rubrica, dunque, che va ben al di là di poche righe da leggere distrattamente su una rivista: è un appuntamento formativo, un’educazione alla modernità, una sollecitazione a migliorarsi. Un invito all’esercizio critico proveniente da una voce libera, colta, rigorosa.

Patrizia Gabrielli

Dalla parte di lei (e di lui). Alba de Céspedes a “Epoca”

Pacini, pagg. 144, € 15

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