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Ci vuole una audacia psicologica e letteraria superiore alla mia per evocare un luogo in presenza di Guido Ceronetti, però lo stesso cercherò di farlo nelle righe che seguono. Perché audacia? Perché di fronte a un libro vertiginoso come il suo Albergo Italia noi viaggiatori del Terzo Millennio risultiamo infinitamente precari nel nostro sguardo. E la presenza di Ceronetti? Sarà presente perché mi prenderò la libertà di evocare il suo fantasma – anche se ormai sono una donna che porta più spesso i pantaloni delle gonne, cosa che lui trovava esecrabile.
Eccoci dunque negli anni Novanta in un delizioso borgo della Toscana, frequentato all’epoca soprattutto da gente piuttosto importante – dico solo che c’era proprio ai margini del paese la villa di Valentino dove il famoso sarto celebrò un compleanno con tanto di ospiti che arrivavano in elicottero; e poco più in là, nella campagna, c’era una casa (una delle tante, ovviamente) di proprietà degli Agnelli. In questo borgo, Cetona, alle pendici dell’omonimo monte, tra gli ospiti eleganti ce n’era uno che certo non trascurava il suo abbigliamento ma dell’eleganza aveva una sua precisa idea. Non golf sulle spalle nelle serate fresche, né Lacoste o camicie botton-down , ma una collezione di baschi da fare invidia a una modista parigina degli anni Quaranta. Sotto il basco sulle ventitré, e sotto un volto bianco come su una scena kabuki, in ogni stagione una scurissima palandrana che rendeva il corpo inafferrabile e sgusciante come quello di una marionetta. Non a caso: a Cetona Guido era arrivato proprio per stabilirvi, dopo la prima sede ad Albano Laziale, la nuova base del suo “Teatro dei sensibili”, animato da quelle che chiamava marionette ideofore: niente a che vedere con le marionette tradizionali del teatro popolare ma piccole creature da lui inventate come fantasmi destinati a suscitare nello spettatore bagliori di emozioni e frammenti di idee. Ma a Cetona il marionettista aveva anche affittato un normale appartamento, che si trovava a pochi metri da quello che in quegli stessi anni avevo affittato io come rifugio per week end e vacanze. Grazie a una comune conoscenza di cui si fidava, ero riuscita a vincere la sua sistematica diffidenza sociale – si aggirava sempre solo nelle stradine del paese senza rivolgere la parola a nessuno, benché avesse qualche amicizia tra i contadini dei dintorni che coltivavano piccoli orti antichi – e a stabilire con lui un rapporto di buon vicinato, se così si può chiamare la frequentazione di un misantropo per passione e ideologia.
Ceronetti però non mi incuteva quella soggezione che una persona giovane prova nei confronti di una persona più grande e rinomata perché sotto l’aspetto savonarolesco nascondeva un bizzarro e ironico spirito fanciullesco. Ogni tanto accompagnavo lui e l’unico amico che aveva nel paese a passeggiare lungo le stradine delle colline circostanti. Anche l’amico aveva scelto Cetona come rifugio ascetico ma reduce da tutt’altra storia: Sandro Viola era stato un giornalista dei più competenti, colti e brillanti in giro per il mondo come inviato di grandi testate, a differenza dell’astemio Ceronetti era un sapiente conoscitore di cocktail e un rigoroso e raffinato artefice di Martini, ma come lui passava le giornate con la sola compagnia di un libro. Nelle comuni passeggiate poche parole, un po’ di contemplazione, soprattutto quando la cima del Monte Cetona era coperta di nuvole bianche e grigie che s’intonavano perfettamente all’umore e all’abbigliamento di Guido, poi ognuno riguadagnava la sua solitudine.
Per questo fui molto sorpresa quando Guido mi invitò a cena a casa sua. L’appartamento lo conoscevo già, e non aveva nulla di speciale: poche stanze spartanamente arredate ma – a differenza del grande e tenebroso locale dove allestiva i suoi spettacoli, simile nella mia memoria a una cappella sconsacrata – normalmente luminose. L’unico arredo degno di attenzione era un leggio davanti al quale lui passava molto tempo sulle amate tracce dei testi gnostici o veterotestamentari, i versi del prediletto Rimbaud, certi latini spinosi come Marziale e Giovenale e tanto altro. Ma non avrei mai pensato che in quella casa ci fosse una cucina idonea alla preparazione di una cena e non avrei mai immaginato Ceronetti ai fornelli, e neppure seduto a tavola a mangiare: la sua estrema magrezza lasciava pensare che si nutrisse solo di tè, quel tè cui del resto aveva dedicato tanti pensieri finiti in un libretto, appunto i Pensieri del tè, pensieri non proprio leggiadri come quelli di due dame inglesi in conversazione, per esempio: «L’aggressore fiuta le riserve di paura che non sappiamo tenere sepolte» oppure «Così impregnati come sono ormai di menzogna umana, come possiamo fidarci degli astri?».
Invece non solo aveva preparato una cena, ma ne aveva scritto in bella calligrafia anche il menu, che mi mostrò quando arrivammo nella piccola cucina, una cucina da film in bianco e nero con poche e austere stoviglie. Purtroppo quando lasciai l’appartamento di Cetona quel menu finì tra gli oggetti persi e mai ritrovati, ma qualcosa ricordo: c’era un antipasto a base di bacche colte in un cespuglio alle pendici del monte – che assaggiai con un certo timore – seguito da una minestra di erbe del prato, poi un uovo (di questo non sono sicurissima), infine un dessert a base di baccelli di carruba. Guido in veste di cuoco era amabile e molto soddisfatto di sé. Purtroppo alla fine del pasto ci fu un piccolo incidente: ci dirigemmo entrambi al lavandino portando i piatti da lavare e io rimboccandomi le maniche ebbi la sventatezza di chiedere: Dove trovo il detersivo? Guido lanciò un urlo: Il detersivo? Sei impazzita? E giù improperi sulla mia natura di avvelenatrice pronta a spargere mostruose sostanze tossiche nel suo lavandino, e da lì nel suolo del paese e nelle vene della nostra povera Italia martoriata dalla chimica. Lavai i piatti con l’acqua che lui aveva messo a scaldare in un pentolone e, dato il tipo di alimenti che avevamo mangiato, vennero in effetti perfettamente puliti.