Ue, la Tanzania lavora allo “scongelamento” dei fondi bloccati dopo il voto
Il ministro degli Esteri Kombo è volato a Bruxelles per dialogare con le istituzioni dopo lo stop a 156 milioni di euro per le violenze elettorali
dal nostro corrispondente Alberto Magnani
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Nairobi - Quando è arrivato l’annuncio della sospensione di decine di milioni di euro in fondi Ue, lo scorso novembre, le autorità tanzane hanno reagito con freddezza. «Non moriremo di fame» ha replicato il ministro degli Esteri Mahmoud Thabit Kombo, già ambasciatore in Italia fino al 2024, facendo notare che Dodoma gode di un suo budget e potrà affrontare la stretta varata Bruxelles: il congelamento dei 156 milioni di euro allocati alla Tanzania nel suo Annual Action Plan, un documento operativo della Commissione europea, in risposta a una risoluzione del Parlamento europeo contro le violazioni dei diritti umani e la repressione del dissenso nelle elezioni presidenziali dello scorso 29 ottobre.
Le autorità tanzane hanno mantenuto una linea di savoir-faire e insistono sul progetto di «riconciliazione» nazionale dopo la frattura del voto, ma intanto i vertici stanno dialogando con Bruxelles per il ripristino dei fondi e di legami già ammaccati da pareri sfavorevoli dell’Eurocamera sull’involuzione repressiva della Tanzania nella presidenza di Samia Hassan.
Le tensioni post voto e la «riconciliazione» a metà
La Commissione ha accolto la richiesta del Parlamento Ue di uno stop ai fondi destinati alla Tanzania, plebiscitata da 539 voti favorevoli e indirizzata a un obiettivo specifico: la richiesta di chiarezza e interventi sui fatti dello scorso autunno, quando osservatori e organizzazioni internazionali hanno denunciato soprusi sull’opposizione e violenze in un voto ritenuto farsesco (il governo ha declinato responsabilità).
La presidente in carica Hassan, subentrata al potere nel 2021 ai tempi delle morte di John Magufuli, ha incassato ufficialmente una quota di consensi vicina al 100% e scatenato le ire delle opposizione contro il potere ultradecennale del Chama Cha Mapinduzi: il «partito della rivoluzione» che esprime la stessa Samia ed è ai vertici ininterrottamente dai tempi dell’indipendenza nei primi anni ’60.
Il governo ha prima escluso dalla competizione del doppio voto presidenziale e parlamentare di fine ottobre il partito di opposizione Chadema, imprigionandone il leader Tundu Lissu, per poi incassare accuse di una repressione sanguinosa del dissenso dilagato a urne chiuse. Fonti diplomatiche citate dal centro studi Chatham House parlano di 1000 vittime, un bilancio che ha appannato la reputazione internazionale di Dodoma e incrinato i rapporti con partner cruciali. La Ue ne è un esempio, come testimoniano lo stop ai fondi e il rush diplomatico per sostenere le cause della Tanzania.


