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Ucraina e Ue: tra aspirazioni europee e ostacoli politici, la lunga marcia verso Bruxelles

Mentre la guerra con la Russia entra nel quinto anno, l’Ucraina spinge per un percorso accelerato di adesione all’Unione Europea. Tra riforme interne, veti di alcuni Stati membri e complessità istituzionali, l’ingresso rimane un traguardo difficile da raggiungere, ma Bruxelles avanza con preparazioni tecniche senza precedenti

di Andrea Braschayko (OBC Transeuropa)

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Mentre l’invasione russa entra nel quinto anno, la prospettiva di un ingresso nell’Unione Europea per l’Ucraina rimane al centro del dibattito politico. Kiev spinge per un percorso accelerato, ma tra la necessità di riforme interne, i veti dei singoli Stati membri e le tensioni geopolitiche, il traguardo sembra ancora lontano. A Bruxelles, l’adesione viene vista come un’impresa senza precedenti: possibile, ma solo a condizione che il Paese dimostri progressi concreti in termini di Stato di diritto, governance e stabilità politica, anche in tempo di guerra.

La richiesta del 2022 del presidente Volodymyr Zelensky segna l’esito di un percorso iniziato nel 2013, quando il rifiuto del presidente Viktor Yanukovych di firmare l’Accordo di Associazione con l’Ue scatenò le proteste di Euromaidan. Decine di manifestanti persero la vita negli scontri a Kiev: una parte della società ucraina stava pagando con la vita per un’idea di Europa intesa come destino politico e morale, non solo come orientamento socio-economico.

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Ue-Ucraina: un rapporto complesso

Oltre alla cooperazione nella Politica Europea di Vicinato, la prospettiva dell’integrazione europea è stata storicamente vista a Kiev come strumento di modernizzazione e di uscita dalla stagnazione post-sovietica. Un tema che viene spesso evocato dai partiti pro-europei in campagna elettorale.

Per le capitali europee, però, le ambizioni ucraine — rafforzate dopo la Rivoluzione Arancione del 2004 — rappresentavano un delicato rischio geopolitico e istituzionale. Nei primi anni 2000, diversi Stati membri consideravano le relazioni con la Russia un interesse strategico prioritario.

Il 2014 segna una svolta: l’Accordo di Associazione UE-Ucraina viene firmato in due tappe, a marzo e giugno, ma entra pienamente in vigore solo il 1° settembre 2017, a seguito di resistenze pubbliche nei Paesi Bassi. L’accordo include un’Area di Libero Scambio Approfondita e Completa (DCFTA), allineando gran parte della normativa ucraina agli standard europei.

Nel giugno 2017, i cittadini ucraini con passaporto biometrico hanno ottenuto il diritto di viaggiare senza visto per soggiorni brevi nell’area Schengen (90 giorni ogni 180 giorni), con le consuete eccezioni UE.

Fino al 2022, l’adesione restava più una prospettiva lontana che un obiettivo concreto. La Commissione europea collegava i progressi alla realizzazione di riforme strutturali sullo Stato di diritto, la lotta alla corruzione e la riduzione dell’influenza oligarchica. Le fragilità sistemiche e il cosiddetto “affaticamento dell’allargamento”, conseguente all’ingresso dei Paesi dell’Est nel 2004 e agli anni di crisi economica e austerità, rappresentavano ulteriori ostacoli. L’ultimo allargamento era stato quello della Croazia nel 2013. Solo con l’invasione russa le prospettive ucraine sono diventate concrete: l’allargamento resta, in fondo, una decisione politica.

Requisiti e regole per l’adesione

L’adesione non è un premio discrezionale: è regolata dai trattati. Secondo l’articolo 49 del Trattato sull’Unione Europea, qualsiasi Stato europeo che rispetti i valori dell’UE può fare domanda. Ne segue un lungo iter basato su valutazioni della Commissione e decisioni unanimi degli Stati membri.

I criteri di Copenaghen del 1993 fissano le condizioni: istituzioni democratiche stabili, rispetto dei diritti umani e delle minoranze, economia di mercato funzionante, e capacità di assorbire gli obblighi derivanti dall’adesione, cioè adottare l’acquis Ue e affrontare la concorrenza nel mercato interno.

Tecnicamente, l’allineamento riguarda 33 capitoli, oggi raggruppati in sei cluster: “Fondamentali”, “Mercato Interno”, “Competitività e Crescita Inclusiva”, “Agenda Verde e Connettività Sostenibile”, “Risorse, Agricoltura e Coesione”, “Relazioni Esterne”. I Fondamentali si aprono per primi e si chiudono per ultimi, determinando ritmo e credibilità dell’intero percorso.

Quando la Commissione ha raccomandato lo status di candidato all’Ucraina, ha indicato sette priorità immediate: riforma della Corte costituzionale, riforma giudiziaria, misure anticorruzione, governance di SAPO e NABU, regole antiriciclaggio, implementazione della legge anti-oligarchi, allineamento della legislazione audiovisiva e revisione delle leggi sulle minoranze.

Veti e difficoltà politiche

Il percorso è rallentato dai veti nazionali. L’Ungheria di Viktor Orbán si oppone con forza, mentre la Slovacchia di Robert Fico condiziona il proprio sostegno a un’interpretazione rigorosa dei criteri. Entrambi i Paesi, insieme a partiti populisti di destra in tutta Europa, mettono in dubbio la sostenibilità dell’impatto ucraino sul bilancio Ue.

Roman Petrov, titolare della cattedra Jean Monnet di Diritto Ue alla National University of Kiev-Mohyla Academy, definisce la situazione “paradossale”: i cluster non sono ufficialmente aperti, ma il lavoro tecnico prosegue informalmente nel cosiddetto “formato Lviv”, in attesa dell’unanimità politica necessaria per avviare i negoziati formali.

Petrov avverte che “per ora i problemi maggiori riguardano Ungheria e Slovacchia. Ma i governi possono cambiare, e con le elezioni ungheresi di aprile, la situazione potrebbe evolvere. Tuttavia, una ondata di populismo anti-Ucraina potrebbe diffondersi anche in Europa occidentale, con Francia e Germania più a rischio”.

Le difficoltà di una “corsia preferenziale”

Molti analisti auspicano un allargamento più rapido, non solo per Kiev, ma anche per Montenegro, Moldova e Albania. Alcuni hanno ipotizzato un ingresso “membership-lite” per l’Ucraina già nel 2027: dentro l’Ue, ma senza pieni diritti e diritto di veto. Petrov replica che “non è realistico: senza piena adesione, questi scenari non esistono. Non esistono adesioni parziali con diritto di voto. L’unica opzione è la piena adesione”.

Anche il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha escluso qualsiasi formula light. La Germania resta un attore chiave nell’equilibrio europeo.

Secondo l’alta rappresentante Kaja Kallas, “il modello di allargamento richiede tempo, stabilità e riforme graduali. Oggi il contesto geopolitico è instabile e spesso coercitivo. Non si può fissare una scadenza, perché l’adesione arriva solo dopo riforme complete”.

Che prospettive ha Kiev?

Petrov spiega: “Finché la guerra continua, l’adesione non è possibile. La sicurezza, l’economia e il diritto lo impediscono. Gli Stati membri non sono pronti a garantire la sovranità di un Paese in guerra. Aiuti finanziari e militari sono una cosa; inviare contingenti è un’altra”.

A Bruxelles, l’adesione in tempo di guerra è vista come sfida senza precedenti, non come impossibilità. Il “formato Lviv” ha permesso di accelerare il processo, fornendo all’Ucraina criteri tecnici normalmente riservati ai negoziati formali.

Il cluster più avanzato è quello delle Relazioni Esterne, principalmente politico-diplomatico. I cluster del Mercato Interno e soprattutto dei Fondamentali (Stato di diritto e corruzione) richiedono riforme continue e risultati tangibili. Alcune riforme, come connettività e transizione verde, richiedono leggi, investimenti e capacità amministrativa, complicando ulteriormente il percorso in tempo di guerra.

Due fattori spesso sottovalutati: l’evoluzione dei rapporti Usa-Ue e la necessità di riforma interna dell’Ue, oggi inadeguata a un allargamento su larga scala. L’accesso simultaneo di Ucraina, Moldova e Balcani occidentali richiederebbe modifiche significative e negoziati complessi per tutti i 27 Stati membri.

Petrov conclude: “L’allargamento è prima di tutto politico. Senza unanimità, anche progressi significativi non bastano. Ogni parlamento nazionale deve ratificare l’adesione, sollevando questioni complesse su chi controllerà il processo e quali governi saranno al potere al momento dei voti”.

*Questo articolo rientra nella collaborazione giornalistica europea del progetto “EU Neighbours East”

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