Petrolio

Tutti i dubbi sull’accordo tra Stati Uniti e Venezuela

Molte compagnie petrolifere americane nutrono dubbi sulla fattibilità di un progetto che deve fare i conti con lo stato dell’industria venezuelana

Il segretario all'Energia degli Stati Uniti Chris Wright, a sinistra, incontra la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodriguez al palazzo presidenziale di Miraflores a Caracas, in Venezuela, mercoledì 2 settembre 2026.  (AP Photo)

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Il recente accordo tra Stati Uniti e Venezuela in campo petrolifero potrebbe modificare significativamente la struttura dell’intera industria petrolifera mondiale, così come parte della geografia del commercio internazionale di greggio degli stessi Stati Uniti.

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L’accordo non giunge inaspettato se si pensa alle dichiarazioni rilasciate dal presidente Trump all’indomani della destinazione di Maduro attraverso le quali non fece mistero delle mire americane sulle risorse petrolifere venezuelane. A dare peso ad esse l’immediato trasferimento di alcune decine di milioni di barili di petrolio venezuelano verso i porti americani. A tutto ciò va aggiunto il fondamentale tassello della nuova legge sugli idrocarburi adottata in tempi sorprendentemente rapidi dal Parlamento di Caracas, legge che abolisce il monopolio detenuto dallo Stato attraverso la società PDVSA. Dietro questo storico provvedimento il sostegno diretto degli Stati Uniti il cui contributo più visibile è stata l’introduzione dei Contratti di Partecipazione alla Produzione attraverso i quali le compagnie petrolifere private possono oggi ottenere il controllo operativo e commerciale dei giacimenti.

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I dettagli dell’accordo non sono ancora tutti noti, ma su esso gravano comunque dubbi di varia natura, a cominciare da quelli legali. Sia il diritto internazionale che la costituzione venezuelana sono molto chiari in tema di proprietà delle risorse petrolifere. Esse sono pubbliche e tali devono rimanere in quanto beni inalienabili, che restano protetti dall’imprescrittibilità del diritto di possesso dello Stato, la cosiddetta sovranità permanente. Rispetto a questo tema, la comunicazione delle presidenze americana e venezuelana appare non omogenea se non addirittura contradditoria. Se da un lato, infatti, Trump nell’annunciare al mondo l’accordo, ha parlato di “controllo” americano su significative risorse petrolifere venezuelane, dall’altro la presidente Rodriguez, nell’enfatizzare i vantaggi per il proprio paese, ha insistito sul fatto che il suo paese manterrà comunque la sovranità sulle proprie risorse.

Stando alle informazioni diffuse dalla Casa Bianca, agli Stati Uniti a fronte del proprio peso politico, della assistenza e copertura legale fornita e per aver eliminato l’embargo sul petrolio venezuelano introdotto dallo stesso Trump nel gennaio del 2019, sarà assegnata a titolo gratuito il 35% della North American Blue Energy Partners. Oltre alla partecipazione che sarà detenuta dall’Office of Strategic Capital del Dipartimento della Guerra, agli Stati Uniti è stata concessa una governance equivalente al controllo strategico ed operativo della società. Il Pentagono ha inoltre il diritto sul 20% della produzione acquistabile a prezzo di costo, nonché quello di prima scelta sul rimanente 80%.

Ammesso che si tratti di una forma di controllo compatibile con il contesto legale di riferimento, alcuni giuristi si pongono anche il dubbio se un governo provvisorio abbia il potere di vincolare risorse strategiche del paese all’interno di un accordo di così lungo termine. Desta inoltre sospetto la riforma lampo del sistema di selezione dei giudici del Tribunale Supremo di Giustizia, riforma che la comunità internazionale vede come il tentativo da parte del Governo venezuelano di assicurarsi la necessaria ratifica dell’accordo.

Al di là questi non secondari aspetti, esperti del settore, nonché alcune tra le stesse principali compagnie petrolifere americane, nutrono dubbi sulla reale fattibilità di un progetto che deve fare i conti con lo stato in cui versa l’industria petrolifera venezuelana. Uno stato ben rappresentato dal crollo della produzione passata dal picco di 3,3 milioni di barili giornalieri del 2006 a poco più di 1,1 milioni nel 2025, dopo aver toccato un minimo di 0,6 milioni nel 2021. Un calo risultante dalla significativa riduzione degli investimenti indotto da dinamiche di mercato non del tutto favorevoli così come dall’allontanamento dei partner internazionali che pose fine alla cosiddetta “Apertura Petrolera” degli anni ’90. L’industria si era fortemente indebolita anche a causa della perdita di competenze tecniche risultante dal licenziamento in massa di circa 19.000 dipendenti di PDVSA in seguito ad un lungo sciopero proclamato per indurre il presidente Chavez a dimettersi. Geologi, ingegneri e tecnici specializzati furono sostituiti con personale scelto sulla base della fedeltà politica ma non dotato di quelle competenze tecniche necessarie per la gestione del complesso e costoso processo produttivo del petrolio dell’Orinoco. I suoi costi sono ormai molto vicini a quelli che caratterizzano il petrolio di scisto americano che però al il vantaggio di essere pronto per la raffinazione.

Ma allora perché Trump ha da tempo nel mirino il petrolio venezuelano? Le risposta parte da alcuni elementi tecnici per sfociare inevitabilmente su questioni geopolitiche sempre presenti nell’agenda del Presidente americano.

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