Tutte le donne di Piero di Cosimo
La mostra parte dalla «Maddalena», dipinta come una giovane fanciulla, per raccontare la cultura materiale di mogli, religiose, artigiane e scrittrici
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«La bella penitente entrò in casa mia tutta ridente. [...] Vive e dorme nella mia camera, allato al mio letto, e lungamente ci guardiamo l’un l’altra con amore […]. Qualche volta mi par tanto bella, ch’io le domando: – Ma sei forse nata da Leonardo da Vinci, invece che da Pier di Cosimo? E subito mi risponde: – No, no, Morelli mi ha sempre assicurato ch’io discendo da Pier di Cosimo». È il racconto commosso e divertito che il barone e collezionista d’arte, Giovanni Barracco (1829-1914), fa a Giovanni Morelli, che gli aveva caldeggiato l’acquisto della Maddalena di Piero di Cosimo, gioiello al centro della mostra a Palazzo Venezia di Roma che, dalla grazia di quei lineamenti, prende spunto per raccontare le donne del Rinascimento fiorentino. Una, nessuna, centomila donne, quelle che Piero di Cosimo ha ritratto in filigrana dietro la pudicizia della sua Maddalena e quelle della Firenze ricca di fiorini e bellezza, di banchieri e mercanti.
Proprio il connoisseur Giovanni Morelli, dopo aver visto ricomparire l’opera a Roma a fine 1870, in una vendita organizzata dal Monte di Pietà, come Ritratto di donna in veste di Maddalena, la attribuisce a Piero di Cosimo, anziché ad Andrea Mantegna, e la fa comprare a Barracco, che la cede allo Stato italiano nel 1907 per 38mila lire. Se oggi la paternità della tela custodita nelle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini è certa, la datazione lo è meno perché, come sottolinea la curatrice della rassegna Edith Gabrielli, «Piero di Cosimo rimane un artista misterioso, enigmatico». Nato nel 1862 in una famiglia di artigiani benestanti, Piero di Lorenzo Ubaldini ruba il mestiere al padre Lorenzo, “succhiellinaio”, cioè fabbro specializzato nella lavorazione di piccoli oggetti metallici, e va a bottega come pittore e miniatore da Cosimo Rosselli. Oltre al patronimico, dal maestro deriva i volumi corposi delle figure e, seguendolo fra 1481-82 nel cantiere della decorazione a fresco della fascia mediana della Cappella Sistina in Vaticano, conosce Pietro Perugino, Sandro Botticelli e soprattutto Domenico Ghirlandaio. Sono una folgorazione come i chiaroscuri di Leonardo, le morbidezze di Filippino Lippi e la luce dei fiamminghi. Nel 1489-90 dipinge la Visitazione e santi realizzata per la Cappella Capponi in Santo Spirito, oggi alla National Gallery of Art di Washington, nel 1493 la Madonna in trono col Bambino e santi per la chiesa dello Spedale degli Innocenti, opera pienamente “alla Piero”. Proprio negli anni fra le due tele, si colloca la Madonna della mostra. È un fulcro di luce e dolcezza, non è più solo la santa che annuncia la Resurrezione, ma una giovane fiorentina del Quattrocento, così come faceva la coeva tradizione iconografica delle Fiandre. Il volto, l’acconciatura, i gioielli, l’attributo del vaso degli unguenti, come il libro devozionale e la lettera raccontano Maria Maddalena e il tipo femminile di quei decenni. La Maddalena trasfigura fanciulle, spose, mogli, monache e suore, artigiane e scrittrici, balie e schiave domestiche.
Per la curatrice e le consulenti storiche Fernanda Alfieri, Serena Galasso e Isabella Lazzarini il dipinto di Piero è il grimaldello per raccontare le donne nel Rinascimento fiorentino, dalla nascita all’educazione, dalla vita religiosa al matrimonio e la maternità, fino alla gestione della casa, la devozione, le occupazioni e la cura del corpo. Insomma, la rassegna, anche con video molto esplicativi, scollina dall’arte all’universo socio-culturale fino alla cultura materiale di quei decenni resi grandi dalla visione di Lorenzo il Magnifico. Dopo secoli, tessuti, ceramiche, vetri, posate sono lo specchio di un mondo che amava il bello, che aveva i denari per cercare l’eccellenza artigianale delle arti decorative e rendere più ricchi palazzi e ville. Anche le Antiche Cucine di Palazzo Venezia, che ospitano i manufatti, rendono il percorso intimo, quasi una visita nelle stanze di una famiglia dell’élite toscana del Quattrocento, che, come ricorda Francesco Guicciardini nella sua Storia d’Italia, «fioriva d’uomini prestantissimi nella amministrazione delle cose pubbliche, e di ingegni molto nobili in tutte le dottrine e in qualunque arte preclara e industriosa». E gli oggetti in mostra meglio non possono dimostrare questa raffinatezza, a partire da un “agoraio”, l’astuccio per gli aghi destinato alle bambine, con una lavorazione a niello e l’iscrizione “VERBB / UM / CH / ARO” (“Verbum caro factum est”, inizio di un’orazione alla Vergine), o del “vasellame d’amore” dal museo di Montelupo con scritte come “Nanina bell[a]” o “amore”, “ardente”.
Le donne spesso entravano in clausura ma non era infrequente che padroneggiassero la scrittura o il far di conto, basta osservare alcuni registri contabili. Nelle fasce ricche, la scrittura al femminile era diffusa, come si evince dalla lettera che Lucrezia Tornabuoni scrive al marito Piero de’ Medici, dopo aver incontrato Clarice Orsini, futura moglie di Lorenzo, e dunque sua consuocera: «e non credo che costì sia al presente più bella fanciulla a maritare». Della vita matrimoniale sono proposti preziosi tessuti usati come tovaglie – gli stessi dell’Ultima Cena di Ghirlandaio al Convento di San Marco -, bicchieri in vetro tipici della manifattura di Gambassi, cassoni nuziali, cofanetti portagioie e anche opere per la devozione pubblica (sono gli anni di Savonarola) e privata. Le donne pregano con i libri d’ore, davanti alla terracotta policroma della Madonna col Bambino di Michele di Niccolò Dini o al tondo in terracotta invetriata di Benedetto Buglioni.
La meraviglia è uno status symbol da esibire, come la classicità: nel 1428, Lorenzo Ghiberti inserisce in un sigillo con montatura d’oro una deliziosa corniola raffigurante Apollo, Marsia e Olimpo. Poi, nel 1487, Lorenzo de’ Medici lo acquista, facendo incidere “LAV.R.MED”, e, infine, Sandro Botticelli lo immortala nel Ritratto femminile (1480-5) conservato a Francoforte sul Meno. La classicità non passa mai di moda e vale ben più di milioni di fiorini.








