Il Rapporto

Tumore al seno, oltre 9 protesi su dieci inserite subito dopo la mastectomia

Per l’estetica Campania al top mentre la Lombardia attrae più pazienti per fini “curativi”: la geografia degli interventi nel Registro nazionale protesi mammarie che prelude al Registro unico di tutti i dispositivi medici atteso entro la fine dell’anno

di Barbara Gobbi

 (AdobeStock)

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Il 92% delle protesi al seno in ambito ricostruttivo - quindi per lo più in seguito a una neoplasia - è stato impiantato in Italia nell’immediato, dopo mastectomia conservativa e cioè con risparmio di cute e di capezzolo. Questo è il dato più rilevante per le pazienti, tra quelli messi in fila nel Registro nazionale degli impianti protesici mammari - istituito ufficialmente nel 2012 ma attivo dal 2023 - e di cui al ministero della Salute è stato presentato il Rapporto 2023-2025. Una bussola fondamentale per la verifica della sicurezza - grazie alla piena tracciabilità delle protesi su dati real world - e dei costi in termini di programmazione sanitaria basata sulle evidenze scientifiche. «Questo registro dimostra come siamo stati i primi in Europa a cercare di tracciare lungo tutto il percorso questi dispositivi anche in ottica di monitoraggio della spesa pubblica. Tutto ciò non va inteso come un limite ma come la possibilità di spendere meglio, che libera e quindi genera risorse», ha sottolineato Daria Perrotta, Ragioniere generale dello Stato.

Schillaci: test per l’efficienza del Ssn

Elementi che ha voluto evidenziare il ministro della Salute Orazio Schillaci: «Il registro degli impianti protesici mammari è un fiore all’occhiello della nostra sanità - ha sottolineato -. L’Italia è l’unica nazione ad aver previsto l’obbligatorietà dell’inserimento dei dati e questo ci fa ottenere una fotografia completa e omogenea. La raccolta dei dati avviene in tempo reale, elemento che ci consente aggiornamenti costanti. Una garanzia di sicurezza delle cure ai pazienti - ha precisato - ma anche uno strumento di monitoraggio dell’efficacia e dell’efficienza e un supporto per una programmazione saniutaria innovativa e bastaa sulle evidenze scientifiche. I dati mostrano oltre 68mila interventi chirurgici e quasi il 56% a fini ricostruttivi - ha riassunto il ministro - mentre il resto a fini estetici. I numeri danno la misura del nostro welfare sanitario e anche della sua capacità di garantire equità di accesso alle cure. Il Rapporto evidenzia in ambito ricostruttivo, quando c’è una neoplasia mammaria, che nel 92% dei casi la protesi è stata impiantata nell’immediato dopo una mastectomia conservativa. Un dato che riflette l’efficacia degli screening per il tumore: con questi test crescono le diagnosi tempestive e anche il ricorso a interventi demolitivi-conservativi e alla ricostruzione mammaria in un unico tempo. Per le pazienti che non devono sottoporsi a un nuovo intervento in un secondo tempo, questo equivale a una migliore qualità della vita e a un maggio benessere psicologico. In sintesi questo è un dato di chiara efficienza del nostro Servizio sanitario e di rispetto verso le persone».
Dal Rapporto emerge tuttavia un tasso di mobilità passiva «ancora troppo alto nelle regioni del Sud fino all’85% di interventi effettuati fuori regione - ha avvisato però il ministro -: ci sono territori dove bisogna intervenire per garantire equità di accesso alle cure».

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Verso il Registro dei dispositivi

Il Registro sulle protesi al seno - a compilazione obbligatoria e “real time” con 80mila pazienti oggi sotto stretto monitoraggio clinico e oltre 141mila procedure chirurgiche sotto attento studio e oltre 137mila protesi già impiantate - è una sorta di “prova generale”, alla base del disegno di legge “Registro unico nazionale dei dispositivi medici impiantabili” - il cui testo che monitorerà i 500mila dispositivi medici impiantabili esistenti che cubano una spesa di 7 miliardi - come ha annunciato il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, «è stato incardinato al Senato e speriamo di licenziarlo entro la fine dell’anno». «Intendiamo promuovere un modello di governance: il Registro unico dei dispositivi impiantabili comporterà un cambio di paradigma importante che ci consentirà di monitorare quanto si fa nelle strutture sanitarie e di poter intervenire in caso di anomalie e inefficienze. Fondamentale il ruolo delle Regioni anche nell’implementazione della Piattaforma informatica e su questa via dovremo proseguire», ha spiegato Francesco Saverio Mennini, Capo Dipartimento della Programmazione, dei dispositivi medici, del farmaco e delle politiche in favore del Ssn.

I dati

Tra il 1 agosto 2023 e il 31 dicembre 2025, sono stati registrati 68.776 interventi chirurgici. Di questi, il 55,7% è stato effettuato per ricostruzioni e il 44,3% per finalità estetiche. Complessivamente, 66.796 interventi hanno comportato l’impianto di una protesi mammaria, mentre 1.980 interventi hanno riguardato la rimozione. Il numero totale di protesi impiantate è di 112.924, a fronte di 33.605 protesi rimosse. In ambito ricostruttivo, nel 71,1% dei casi l’impianto è stato effettuato a seguito di una diagnosi di neoplasia mammaria, prevalentemente dopo mastectomia con risparmio di cute e capezzolo. In presenza di una neoplasia mammaria, nel 92% dei casi la protesi è stata impiantata nell’immediato dopo mastectomia conservativa: “un dato - rilevano dal ministero - che riflette l’efficacia degli screening e l’aumento di diagnosi precoci che favoriscono interventi demolitivi conservativi e una ricostruzione mammaria in un unico tempo”.

La geografia dei impianti

Il 37,4% degli interventi è stato eseguito in strutture pubbliche, il 33,6% in strutture private - dove per lo più si ricorre per motivi estetici per l’aumento del seno - e il 29,0% in strutture private accreditate. In regime pubblico vengono quindi realizzati i due terzi degli impianti.
La cartina d’Italia si colora diversamente a guardare le diverse finalità di impianto: per la chirurgia estetica, è la Campania (seguita da Lombardia e Lazio) la Regione dove si svolge il maggior numero di interventi per finalità estetiche; mentre per la parte ricostruttiva è al top la Lombardia, che attrae più pazienti (secondo è il Lazio) e per lo più dal Sud e dalle Isole. Da Basilicata e Molise, si parte soltanto verso lazio, Campania e Puglia e c’è un 100% di mobilità passiva: tutte le pazienti sono costrette a rivolgersi ad altre regioni per interventi sia estetici che ricostruttivi post mastectomia. La Campania, che registra il maggio numero di interventi, registra invece la più bassa quota di mobilità.

Si tratta di popolazioni diverse: da un lato parliamo di pazienti che desiderano aumentare il volume delle mammelle (77%) o ridare loro forma e volume. E si torna in sala operatoria, nel 32% dei casi, perché perché non si è soddisfatte del risultato. Seguono i due fenomeni più frequenti della contrattura capsulare e della rottura dell’impianto.

Gli interventi post tumore

Per ragioni ricostruttive, si va in sala operatoria per lo più in seguito a una diagnosi di tumore della mammella o perché il paziente ha un alto rischio di sviluppare il carcinoma della mammella (mastectomia profilattica) oppure se si vuole correggere deformità della parete toracica che abbiano coinvolto anche il seno. Se la Lombardia è il primo polo di attrazione (e ai minimi per mobilità passiva), è dalle Isole che arriva qui la maggior quota di pazienti. La ricostruzione è supportata dal Servizio sanitario nazionale ma in Campania, Sicilia e Lazio è ampia la presenza del privato. Il registro ci dice anche che nel 71% dei casi la protesi è impiantata perché c’è un tumore della mammella: diventa allora un utile strumento per capire l’evoluzione dell’assistenza e della qualità delle cure.
Sono oltre 53mila le nuove diagnosi di tumore al seno nel solo 2024 e se guardiamo alle analisi del flusso Sdo negli ultimi 10 anni, si è assistito nel tempo a una progressiva riduzione delle demolizioni parziali della mammella a fronte di un raddoppio delle mastectomie che dall’8% del 2010 sono passate al 16% del 2024. Questo significa che se abbiamo donne a cui viene fatto un elevato numero di mastectomia e la sopravvivenza è dell’88% a 5 anni e oggi ci sono oltre 925mila donne a cui è stato diagnosticato un tumore, diventa fondamentale che il Servizio sanitario nazionale garantisca loro una buona qualità di vita a chi debba riconoscersi in una nuova immagine e in un nuovo corpo. Quando si parla di trattamento demolitivo, quindi, non si può non pensare a quello ricostruttivo. E infatti quest’ultimo è aumentato nel tempo: nel 98% dei casi i (di fatto “le”) pazienti vengono ricostruiti proprio con le protesi mammarie e di qui l’importanza di avere un registro obbligatorio con cui monitorare i destinatari degli impianti e sorvegliare sulla loro sicurezza. Sebbene le mastectomie siano aumentate, è anche vero che il 92% delle ricostruzioni fatte oggi in Italia dopo tumore della mammella avviene in immediato dopo mastectomie conservative: il che vuol dire che sul territorio “stiamo lavorando bene - avvisano dal ministero - e che le diagnosi precoci e l’attività di screening sta funzionando. Perché se la donna arriva a poter essere sottoposta a una mastectomia conservativa, significa anche poter effettuare delle ricostruzioni immediate con migliori risultati estetici.

Tenuta dimezzata con chemio e radio

Poi il Registro protesi mammarie dice che dopo ricostruzione le donne tornano per contrattura capsulare e rottura e qui arrivano i primi dati, chemio e radioterapia condizionano la durata dell’impianto per l’insorgenza della contrattura capsulare. Mentre i pazienti che impiantano la protesi per finalità estetiche tornano per la contrattura capsulare dopo dieci anni, per le donne post tumore il nuovo ingresso avviene dopo neanche 5 anni. Un elemento critico su cui sono in via di definizione ulteriori approfondimenti. «Quello che stiamo facendo non è solo una raccolta di dati ma trasformare i dati stessi in valore per i pazienti, passando dall’intuizione alla conoscenza e dalla frammentazione alla visione sistemica. Analizzare e leggere meglio questi dati significa prendersi meglio cura delle persone», ha chiarito Antonella Campanale, dirigente medico della DG Dispositivi medici, Servizio Farmaceutico e Sicurezza delle Cure del ministero della Salute.

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