Tumore colon-retto, ecco la proteina spia: svela come evolverà e personalizza le cure
Si chiama CTHRC1 e viene prodotta da specifiche cellule sane del microambiente tumorale. In futuro potrebbe dire chi può avere maggiori vantaggi dall'immunoterapia
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I punti chiave
- Come si è scoperto il marcatore
- Cosa potrebbe cambiare
- Più spazio per l'immunoterapia?
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Cosa mi devo aspettare? E' questa la domanda che più frequentemente le persone che affrontano un tumore del colon e del retto si pongono, cercando di carpire i segreti della prognosi della malattia. In futuro, forse, per rispondere potrebbe essere d'aiuto una proteina “spia”, identificabile nelle cellule sane presenti nel microambiente tumorale. Come se non bastasse, le informazioni derivanti da questo invisibile segnalatore potrebbero rivelarsi utilissime in chiave terapeutica, aiutando gli specialisti ad identificare i pazienti che più potrebbero beneficiare dell'immunoterapia o di trattamenti mirati a inibire specifici target implicati nella proliferazione delle cellule neoplastiche.
La proteina in questione si chiama CTHRC1. E le cellule che la esprimono, diventando “scrigni” invisibili di conoscenza per gli oncologi, sono le CAF CTHRC1(+). Fanno parte di una popolazione di fibroblasti associati al tumore, i CAF appunto, cellule del tessuto connettivo che fanno parte del microambiente canceroso alterato e che, invece di contrastare il tumore, ne favoriscono lo sviluppo. A scoprire queste realtà, disegnando le conoscenze per il futuro, è uno studio apparso su Gut condotto da un team multidisciplinare di patologi, oncologi e biologi dell'Istituto di Ricerca dell'Ospedale del Mar (HMRIB), dell'Istituto di Ricerca in Biomedicina (IRB Barcellona) e dell'area oncologica CIBER (CIBERONC).
Come si è scoperto il marcatore
Il viaggio nell'invisibile degli esperti iberici (prima autrice Mar Iglesias), tra cui Alexandre Calon, coordinatore del Gruppo di Ricerca Traslazionale sul Microambiente Tumorale presso l'Istituto di Ricerca dell'Hospital del Mar e Clara Montagut, oncologa dell'Ospedale del Mar, è partito dallo studio del potenziale dei CAF CTHRC1(+) come marcatori predittivi della risposta al trattamento su campioni di quasi 3.000 pazienti. Esplorando poi l'RNA delle cellule tumorali i ricercatori hanno identificato i marcatori cellulari più interessanti come possibili “segnalatori” delle caratteristiche del tumore fino a determinare le proteine da esse espresse. Al termine del processo, quindi, si è arrivato a capire che proprio CTHRC1 è una proteina spia che può essere espressa dai fibroblasti del microambiente tumorale - CAF CTHRC1(+) – e che costituisce un biomarcatore per definire un tumore “immunologicamente caldo” ovvero sensibile all'immunoterapia oppure “freddo” cioè resistente all'immunoterapia. Queste osservazioni di laboratorio sono state infatti convalidate su campioni di pazienti sottoposti a diversi trattamenti in numerosi centri, fino a far dire a Calon in una nota che “il marcatore validato mantiene un'elevata capacità predittiva e prognostica in diverse coorti di pazienti”.
Cosa potrebbe cambiare
La proteina “spia”, in qualche modo, diventa anche strategica per definire cosa ci si può aspettare nel singolo paziente in termini di evoluzione della malattia. Il marcatore CAF CTHRC1 è infatti associato ad una elevata attività di una citochina nel microambiente tumorale. Si chiama TGF-beta e risulta in genere associata a una prognosi meno fausta. Questo fa spensare in futuro anche alla possibilità di puntare su farmaci che agiscano in combinazione sia come inibitori della proteina stessa sia del TFG-beta, pur se siamo solo all'inizio. Ciò che conta è aver aggiunto un tassello alle conoscenze sul ruolo che gioca il microambiente tumorale sull'evoluzione del quadro e sulla risposta alle cure. Uno degli autori, Eduard Batlle, ricercatore presso l'IRB di Barcellona e membro del CIBERONC, ricorda come nel corso degli anni “la ricerca ha dimostrato che il TGF-beta è un regolatore chiave di questo ecosistema, modulando il comportamento delle cellule stromali che circondano il tumore -. L'identificazione di CTHRC1 come fattore indotto dal TGF-beta esemplifica come la ricerca di base possa portare a biomarcatori clinicamente applicabili”.
Più spazio per l'immunoterapia?
I risultati dello studio potrebbero infine aumentare l'appropriatezza nell'impiego dell'immunoterapia in questa forma tumorale, aumentandone le possibili prospettive d'uso visto che al momento l'approccio viene proposto solo per una piccolissima percentuale di pazienti. dalla ricerca emerge infatti che la presenza di CAF CTHRC1(+) permette di determinare lo stato delle cellule immunitarie all'interno del tumore e la loro capacità di agire contro le cellule neoplastiche. “Questo biomarcatore migliora la selezione dei pazienti che potrebbero potenzialmente beneficiare dell'immunoterapia – è il commento di Clara Montagut -. Queste osservazioni potrebbero contribuire a guidare le strategie terapeutiche per i pazienti affetti da tumore al colon e al retto”. Inoltre, i risultati potrebbero essere applicabili ad altri tipi di tumore, come il tumore al seno e al polmone.


