USA

Trump: «Primo attacco sui dazi contro Canada, Messico e Cina»

Il presidente eletto ha annunciato tariffe del 25% sull’intero import da Canada e Messico e di un 10% aggiuntivo sulle merci in arrivo dalla Cina: uno strumento di pressione politica per fermare immigrati e traffici di droghe

da New York Marco Valsania e Luca Veronese

Il presidente eletto Donald Trump

3' di lettura

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Dazi sulle importazioni, come promesso, e fin dal «primo giorno» alla Casa Bianca: Donald Trump, fa tremare i mercati e gli equilibri economici globali, con la sua prima minaccia dettagliata sugli scambi internazionali da quando è stato eletto.

Il leader repubblicano ha preannunciato tariffe del 25% sull’intero import da Messico e Canada, due grandi alleati e partner. E un’ulteriore misura per colpire la Cina, il principale rivale strategico: un ulteriore aggravio del 10% da sommare a ogni «tariffa addizionale» e di sicuro ai dazi medi del 15% già in vigore dagli anni della sua prima amministrazione. Con una coppia di diktat sui social media, il presidente eletto ha affermato che i decreti presidenziali, in particolare su Messico e Canada, saranno tra i primissimi atti del suo day one alla Casa Bianca, il 20 gennaio. I dazi di Trump sono come sanzioni, con precisi fini politici, per punire i Paesi - ha accusato - che non frenano «l’invasione di immigrati illegali» e non fanno abbastanza per bloccare i traffici del fentanyl verso gli Usa.

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Il messaggio è forte: il presidente eletto difenderà America First colpendo gli scambi commerciali e l’offensiva è solo all’inizio. A Messico e Canada Trump ha detto che «hanno il diritto e il potere di risolvere facilmente il problema» legato al fentanyl e all’immigrazione. A Pechino ha ribadito che i colloqui sul fentanyl - uno stupefacente che ha causato 75mila morti negli Usa l’anno scorso - sono stati finora «infruttuosi» e che non sono stati rispettati gli impegni di colpire severamente, anche con la pena capitale, i narcotrafficanti.

Il candidato a segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha inoltre sottolineato apertamente come i dazi possano essere «un utile strumento per raggiungere obiettivi di politica estera». La minaccia al Messico è un deja vu: Trump anche nel suo primo mandato, annunciò tariffe all’import dal confine meridionale, salvo poi ritirare le misure quando il governo messicano decise un maggiore impiego delle forze armate contro i clandestini.

Le reazioni, nervose e incerte, non sono tardate, davanti ad una mossa che rischia di danneggiare le supply chain globali e ormai integrate. Dall’Europa, pur non coinvolta in questa prima stretta trumpiana, il ministro tedesco dell’Economia, Robert Habeck, ha ammonito che «occorre essere preparati» ad azioni simili nei confronti della Ue e della Germania e ha affermato che «la prima cosa è cercare il dialogo». «Non è una buona notizia», ha aggiunto l’Alto rappresentante Ue per la Politica estera, Josep Borrell, a margine del G7 di Fiuggi. «Sappiamo quali sono le contromisure - ha spiegato - ma simili passi non aiuteranno l’economia mondiale e creeranno molte difficoltà».

Canada e Messico stanno tentando di navigare le nuove acque turbolente con grande diplomazia per allontanare crisi. «Non è con le minacce, né con i dazi che riuscirete a fermare l’immigrazione, né il consumo di droga», ha affermato la presidente messicana Claudia Sheimbaum in una lettera pubblica a Trump. Il suo ministero delle Finanze ha poi ricordato che «il Messico è il principale partner commerciale degli Usa» e che il trattato di libero scambio nordamericano Usmca - rinegoziato proprio da Trump e da rivedere nel 2026 - «offre certezze agli investitori». Il premier canadese Justin Trudeau ha avuto un «colloquio positivo» al telefono con Trump. Il governo di Ottawa ha spiegato che il Canada «dà assoluta priorità alla sicurezza dei confini» e ha sottolineato che «il Canada è essenziale per l’approvvigionamento energetico Usa e l’anno scorso ha coperto il 60% dell’import americano di greggio».

Pechino ha invece fatto sapere che la cooperazione Cina-Usa «avvantaggia entrambi» e che «nessuno uscirebbe vincitore da una guerra commerciale». Dal governo cinese hanno anche rivendicato i progressi nella lotta agli stupefacenti e hanno confermato l’«apertura al dialogo».

Di certo gli interessi in gioco sono enormi, per gli stessi Stati Uniti: Cina, Messico e Canada rappresentano il 49% dell’import di beni negli Usa. Un quarto dei veicoli venduti negli Usa è prodotto in Messico e Canada. Washington importa il 97% del greggio venduto all’estero dal Canada e assorbe l’80% dell’export messicano.

Per Trump i dazi al commercio sono già, come promesso, lo strumento di forza per muoversi sulla scena internazionale. E siamo solo all’inizio.

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