Svolta epocale

Trump conquista le Big tech e nasce il turbo-tecno liberismo

Amazon, Apple, Google e gli altri giganti si sono inchinati al nuovo inquilino della Casa Bianca non solo per questioni di affari e di opportunismo politico

di Luca Tremolada

Il giorno dell’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump. Da sinistra a destra: Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Sundar Pichai e Elon Musk, tutti arrivati a Capitol Hill per il nuovo presidente. (Photo by Saul Loeb-Pool/Getty Images)

7' di lettura

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Il giorno dell’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca erano uno vicino all’altro. C’erano fianco a fianco Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Sundar Pichai e Elon Musk (ovvero Tesla, Facebook, Amazon e Google), tutti arrivati a Capitol Hill per rendere omaggio al nuovo presidente degli Stati Uniti. È stato scritto che in meno di cinque metri quadrati c’erano ricchezze per un valore di 912 miliardi di dollari, miliardo più o miliardo meno. Le immagini ritraggono volti tirati, schiene dritte, un po’ di tensione e pochissimi sorrisi. Sembrava per loro il primo giorno di scuola o la notte prima di Natale, come hanno commentato alcuni in Silicon Valley.

Il giorno dopo abbiamo capito qualcosa di più. Anzi, poche ore dopo, perché il 20 gennaio 2025, durante il suo primo giorno in carica, tra i suoi primissimi e numerosissimi ordini esecutivi, ha revocato con un colpo di mano quello del 2023, firmato dall’ex presidente Joe Biden, che mirava a mitigare i rischi associati all’intelligenza artificiale (IA) per consumatori, lavoratori e sicurezza nazionale. L’ordine di Biden richiedeva agli sviluppatori di sistemi di IA di condividere con il governo i risultati dei test di sicurezza prima del rilascio pubblico e introduceva standard per tali test, affrontando rischi legati a armi chimiche, biologiche, radiologiche, nucleari e di sicurezza informatica.

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In Europa l’avevamo giudicato un provvedimento tardivo e debole rispetto alla regolamentazione del nostro AI Act. Ora però non c’è più neanche quello.

Nell’ordine esecutivo si vuole creare un “Piano d’Azione sull’Intelligenza Artificiale” entro 180 giorni, con l’obiettivo di rafforzare la leadership degli Stati Uniti nel settore dell’IA. Questo piano prevede la revisione delle politiche esistenti per eliminare quelle che potrebbero ostacolare lo sviluppo dell’IA

La mossa di Trump è stata definita subito il primo passo di una deregulation più ampia che lascerà mano libera alle Big Tech. Da sinistra hanno commentato che siamo all’inizio di un’era di turbo-tecno-capitalismo che mette i giganti dell’Ai nella condizioni migliori per accelerare in un campo come quello dell’intelligenza artificiale che è terreno di scontro tra le superpotenze. Da destra si invoca una autarchia digitale, un nazionalismo delle tecnologie imperialista.

Qualcuno giustamente l’ha paragonata alla corsa allo Spazio nell’era della guerra fredda. Ma a ben vedere acquisire un vantaggio nell’Ai ha impatto maggiore di arrivare prima sulla Luna o su Marte.

Dalla comparsa nel 2022 di ChatGPT, l’AI generativa si è dimostrata la tecnologia trasformativa più potente dell’ultimo secolo. Possedere una superintelligenza può essere, in economia come in campo militare, una super-arma senza precedenti. In questo contesto, il laissez-faire di Trump, per come intendono il mercato in Silicon Valley, è l’inizio di un’età dell’oro. Senza l’obbligo per gli sviluppatori di IA di condividere i risultati dei test di sicurezza con il governo, potrebbe esserci una minore trasparenza nello sviluppo di sistemi di IA avanzati.

La mancanza di standard e linee guida potrebbe portare all’implementazione di sistemi di IA senza adeguate valutazioni dei rischi, aumentando la possibilità di discriminazioni, violazioni della privacy e altri impatti negativi sulla società. La deregolamentazione potrebbe dare alle aziende statunitensi un vantaggio competitivo nel breve termine, ma potrebbe anche portare a disallineamenti con le normative di altri paesi, complicando le collaborazioni internazionali e l’accesso ai mercati esteri.

Più soldi e meno regole. Al Summit di Parigi il messaggio è stato talmente recepitobene da mandare in corto circuito la strategia finora adottata dall’Europa sull’AI. La Commissione ha chiuso i lavori con investimenti (pubblici e privati) nell’ordine di 200 miliardi di euro. Che è una buona notizia se non prendiamo in considerazione il contesto. Meta, Google, Microsoft e Amazon hanno intenzione di investire nel 2025 secondo i calcoli del Financial Times qualcosa come 300 miliardi (cento in più) dopo averne messi altri 200 l’anno prima. Tra l’altro Parigi si è rivelato un flop politico, con Gran Bretagna e Usa che si sono sfilati dalle dichiarazioni comuni. Infine, cosa più grave di tutte, abbiamo assistito a un passo indietro, a un sintomo di cirsi di identità europea che si è riflesso nell’intenzione di rivedere le regole del nostro AI Act , il regolamento approvato l’anno scorso e che entrerà in vigore nel corso del 2025. Per ora l’idea è quella di ridurre gli obblighi burocratici per le aziende che sviluppano e implementano soluzioni di intelligenza artificiale. Ma in prospettiva non sappiamo cosa potrà accadere anche perché la svolta di Trump avrà delle conseguenze e genererà delle proteste da parte delle aziende che temono di perdere competitività rispetto al resto del mondo.

Quindi più soldi e meno regole, per essere sintetici.Nessuna governance mondiale per l’Ai in omaggio al prevalere degli interessi negli Stati Nazioni. Il paradosso è che questo accade proprio in un momento delicatissimo dell’evoluzione dell’Ai. Secondo gli esperti e gli addetti ai lavori non siamo lontanissimi dall’avvento dell’intelligenza artificiale generale (Agi), quella davvero in grado di simulare il ragionamento umano. Cinque anni, hanno detto a Parigi i ceo di Anthropic e Deepmind, paventando l’ipotesi che qualcosa possa finire fuori controllo. Che questa tecnologia diventi più che una minanccia verso l’umanità qualcosa di instabile e ancora di più inadffidabile . Idealmente, in ogni caso, si configura una vittoria a tutto campo per la dottrina Trump.

Si aggiunga che la prospettiva di sgravi fiscali e di ricchissime commesse pubbliche potrebbe stuzzicare ulteriormente l’appetito delle Big Tech, che nei fatti hanno reagito in modo piuttosto inusuale, con atti di sottomissione che sono sembrati più una liberazione che provvedimenti di piaggeria opportunista per ingraziarsi il nuovo inquilino della Casa Bianca. I tecno-nerd della Silicon Valley nascono ribelli, non rivoluzionari. In California, ai piani alti delle sedi delle tecno-multinazionali, in passato si è respirata un’aria sottile.

San Francisco e la Bay Area sono luoghi liberal, roccaforti di idee progressiste. La regione ha una lunga storia di sostegno a politiche liberali, come i diritti LGBTQ+, la giustizia sociale e l’ambientalismo, che spesso si allineano con l’ala progressista del Partito Democratico. Ingegneri, data scientist e programmatori che lavorano in Google, Amazon e Microsoft hanno fatto sentire la loro voce quando sono stati firmati accordi per usare la loro tecnologia per scopi militari.

Anche recentemente, nel 2024, ci sono state proteste legate a contratti tra Big Tech e il governo israeliano. Ad esempio, i dipendenti di Google e Amazon hanno organizzato dimostrazioni interne e sit-in contro il progetto Nimbus, un contratto da 1,2 miliardi di dollari per fornire servizi cloud e IA al governo e all’esercito israeliano.

È vero che negli ultimi anni c’è stata una reazione contro la “cancel culture” e l’eccessiva politicizzazione degli ambienti di lavoro, ma un cambiamento genetico così repentino nessuno se lo sarebbe aspettato. Ha stupito, per esempio, il cambio di passo repentino negli uffici del personale delle Big Tech, che in pochissimi giorni hanno smantellato i programmi su inclusione e diversity.

Qualcosa si è rotto, soprattutto ai piani alti. E forse, come suggeriscono i media di destra, la colpa è anche dell’amministrazione di Joe Biden, che ha adottato una linea dura contro le Big Tech, con azioni antitrust contro Google, Amazon e Apple. La Federal Trade Commission (FTC) di Lina Khan e il Dipartimento di Giustizia hanno spinto per smantellare il potere monopolistico di queste aziende. Biden ha cercato di aumentare le tasse sulle grandi corporation, mentre Trump ha ridotto le imposte sulle imprese con il Tax Cuts and Jobs Act del 2017.

Mark Zuckerberg, più di Elon Musk, che dal primo minuto ha sostenuto Trump, è il simbolo e il sintomo di un malessere che covava da tempo. E non solo nei confronti dei Democratici, ma della politica in generale.

Ci ricordiamo tutti, nell’aprile del 2018, Zuck in giacca e cravatta, con gli occhi sbarrati e balbettante mentre cercava di rispondere al Congresso degli Stati Uniti su temi come la privacy dei dati, la pubblicità mirata e il ruolo di Facebook come piattaforma neutrale. In quell’occasione è stato interrogato da 44 senatori su vari temi. Tra i più aggressivi – ma meno informati – c’erano repubblicani come Ted Cruz e Lindsey Graham.

Quella giornata deve essersela ricordata a lungo. Tanto che solo recentemente si è tolto il proverbiale sassolino dalla scarpa, rivelando di aver subito pressioni dall’amministrazione Biden per censurare contenuti relativi al Covid-19 su Facebook e Instagram. In una lettera indirizzata al Comitato Giudiziario della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Zuckerberg ha espresso rammarico per aver assecondato tali richieste, definendo l’interferenza del governo “sbagliata”.

Zuckerberg ha anche ammesso che, in vista delle elezioni del 2020, Meta ha temporaneamente declassato una storia riguardante Hunter Biden, basandosi su un avvertimento dell’FBI su una potenziale operazione di disinformazione russa. Successivamente, è emerso che il reportage non era disinformazione russa e, con il senno di poi, Zuckerberg ha riconosciuto che non avrebbero dovuto declassare quella storia.

Segnali di malessere sono arrivati anche dalla super inclusiva e super liberal Apple. Questa volta nel mirino non ci sono le agende sulla diversity, ma la rigidità delle regole europee.

Apple ha criticato con toni particolarmente aspri il Digital Markets Act dell’UE dopo che la prima app pornografica nota per iPhone è arrivata sui dispositivi dell’azienda nella regione. Non è la prima volta che Cupertino spiega all’Europa quanto sia giusto e innovativo il proprio ecosistema e quanto l’UE non sia capace di regolare le piattaforme tecnologiche, ma in questo caso sono sembrati più incisivi. In ultimo l’annuncio di volere investire più di 500 miliardi di dollari negli Stati Uniti nei prossimi quattro anni e la promessa di 20mila assunzioni. Annuncio commentato così: «Apple ha appena annunciato un investimento record di 500 miliardi di dollari negli Stati Uniti. La ragione è che ha fiducia in quello che stiamo facendo, altrimenti non avrebbe investito 10 centesimi. Grazie Tim Cook, grazie Apple!»

È una isteria collettiva o è come se in qualche modo si sentissero le spalle coperte. Ed è forse così che si sente tutta la Silicon Valley: protetta nei propri affari da chi sembra più interessato alle logiche da superpotenza che a spezzettare le grandi e influenti multinazionali tech.

Anche le prossime mosse del tycoon biondo lasciano ben sperare. Sanzioni, terre rare e forse un’apertura commerciale con i cinesi potrebbero essere mosse da scacco matto per guadagnare a vita la gratitudine di Wall Street e di quanti investono nelle Big Tech.

Più soldi mettono tutti d’accordo, ma non rendono felici. Anche perché tra loro i rapporti sono tutt’altro che banali.

Lo ha capito benissimo Trump che, al suo fianco – anzi, addirittura come co-inquilino – si è scelto il CEO più ingombrante e imprevedibile di sempre. La relazione tra Elon Musk e Donald Trump è quanto di più instabile possa esistere in natura.

Riproduzione riservata ©
  • Luca Tremolada

    Luca TremoladaGiornalista

    Luogo: Milano via Monte Rosa 91

    Lingue parlate: Inglese, Francese

    Argomenti: Tecnologia, scienza, finanza, startup, dati

    Premi: Premio Gabriele Lanfredini sull’informazione; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"; DStars 2019, categoria journalism

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