Concorrenza atlantica

Trump allenta il vincolo sul carbonio. E l’America lancia la sfida energetica all’Europa

Washington cambia le regole sulle emissioni delle centrali elettriche. Per l’l’Environmental Protection Agency la deregolamentazione vale 310 miliardi di dollari. Ma la partita non riguarda soltanto il clima. Gli effetti delle normative sono energia e gas meno costosi: così gli Usa puntano anche ad attirare nuovi investimenti industriali. Mentre Bruxelles farà i conti con il CBAM

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump (REUTERS/Evan Vucci)

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Gli Stati Uniti fanno una ulteriore virata sull’energia e la scelta di Washington rischia di aprire una nuova frattura economica con l’Europa. Il 14 settembre l’amministrazione Trump ha formalizzato, attraverso l’Environmental Protection Agency (Epa), la revoca della maggior parte degli standard sulle emissioni delle centrali elettriche introdotti nel 2024. L’agenzia ha inoltre proposto di cancellare gli standard federali ancora in vigore per il settore elettrico.

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I due provvedimenti hanno un peso specifico diverso. La revoca delle norme del 2024 è una decisione regolamentare definitiva dell’Epa, mentre la cancellazione degli standard ancora esistenti è per ora una proposta sottoposta al procedimento amministrativo. L’iter è ancora lungo. La direzione scelta dall’amministrazione, però, è chiara: ridurre gli obblighi che avrebbero imposto agli operatori investimenti rilevanti per la cattura e lo stoccaggio della CO₂, la sostituzione degli impianti più inquinanti o una riduzione dell’utilizzo delle fonti fossili. L’Epa stima in circa 310 miliardi di dollari il beneficio economico complessivo della deregolamentazione.

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Il punto, però, va oltre la politica climatica. Washington sta scegliendo di rinviare una parte consistente degli investimenti che nei prossimi anni sarebbero stati necessari per trasformare il sistema elettrico. Per molte centrali a carbone ancora operative, le regole del 2024 avrebbero significato installare sistemi di cattura della CO₂, modificare il combustibile o anticipare la chiusura degli impianti. Per le nuove centrali a gas destinate a funzionare come generazione di base erano previsti requisiti progressivamente più stringenti.

La loro cancellazione cambia quindi l’economia degli impianti già esistenti. Una centrale costruita e in gran parte ammortizzata non deve recuperare nuovamente il costo iniziale: deve sostenere combustibile, manutenzione, personale e nuovi investimenti. Se diminuisce anche il costo della regolazione, l’impianto può rimanere competitivo più a lungo. Chiaramente il tema della nuova generazione di centrali a carbone resta aperto.

Le proiezioni sui prezzi elettrici

I numeri dell’Epa mostrano quanto possa essere grande la differenza. Secondo le simulazioni contenute nella Regulatory Impact Analysis del settembre 2026, nel 2035 la produzione di carbone destinata alle centrali elettriche raggiungerebbe circa 388 milioni di tonnellate nello scenario di revoca delle norme, contro le 264 milioni previste mantenendo gli standard precedenti. Nel 2040 il confronto sarebbe tra 386 e 245 milioni di tonnellate. Nel 2045, invece, il divario diventerebbe enorme: 293 milioni di tonnellate nello scenario di deregolamentazione contro appena 19 milioni nello scenario regolato.

Anche il capitolo dei prezzi dell’elettricità va valutato sul medio termine. Nel 2030 l’Epa stima addirittura un prezzo medio nazionale dello 0,7% più alto nello scenario di revoca. Il vantaggio arriverebbe negli anni successivi, quando sarebbero entrati pienamente in vigore gli obblighi più costosi delle norme precedenti: nel 2035 il prezzo retail medio modellizzato passerebbe da 134 a 127 millesimi di dollaro per kWh, con una riduzione del 5,8%. Nel 2040 il vantaggio sarebbe dell’1,1%, nel 2045 del 2,6%.

L’impatto più interessante della deregolamentazione va infatti misurato sul gas. Mantenendo più carbone nel mix elettrico, nel 2035 gli Stati Uniti consumerebbero secondo l’Epa circa il 9% di gas naturale in meno rispetto allo scenario regolato. Il prezzo del gas consegnato alle centrali scenderebbe da 5,7 a 5,2 dollari per milione di Btu. E qui la questione esce dai confini del settore elettrico. Il gas è infatti anche una materia prima per l’industria chimica, i fertilizzanti, l’idrogeno e la raffinazione. Una decisione sulle centrali può quindi modificare indirettamente anche i costi di numerose filiere industriali.

Il Carbon Border Adjustment Mechanism di Bruxelles

Dal primo gennaio 2026 il Carbon Border Adjustment Mechanism è entrato nella sua fase definitiva e l’Unione europea continua a far gravare sulle imprese il costo della CO₂ attraverso l’Emissions Trading System. Nel frattempo si riduce progressivamente la protezione garantita dalle quote gratuite ai settori interessati dal CBAM: dal 97,5% previsto per il 2026 si passerà al 95% nel 2027, al 90% nel 2028, al 77,5% nel 2029 e al 51,5% nel 2030. Nel 2034 questa protezione scomparirà.

Le due sponde dell’Atlantico si trovano dunque davanti a traiettorie differenti. Gli Stati Uniti riducono il costo prospettico della generazione fossile e rinviano parte degli investimenti necessari alla sua trasformazione. L’Europa aumenta invece il peso economico delle emissioni nei bilanci industriali.

Il CBAM serve a impedire che un prodotto realizzato in un Paese con vincoli climatici meno severi possa entrare nel mercato europeo senza sostenere un costo equivalente per le emissioni incorporate. Ma non può cancellare tutte le differenze competitive. Può intervenire sul costo della CO₂ nei settori interessati, non sui prezzi dell’elettricità e del gas, sulla disponibilità della rete, sui tempi necessari per ottenere le autorizzazioni, sul costo del capitale o sulla fiscalità.

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È quindi la localizzazione degli investimenti la vera posta in gioco. Un’azienda che deve decidere oggi dove costruire un impianto destinato a funzionare per venti o trent’anni guarda al prezzo dell’elettricità, alla disponibilità di potenza, al gas, alla rete, agli incentivi, ai tempi autorizzativi e agli obblighi ambientali. Negli Stati Uniti, la nuova politica energetica riduce uno di questi costi proprio mentre cresce la domanda di elettricità legata ai data center e all’Intelligenza artificiale.

Nel 2025 le emissioni energetiche del settore elettrico americano sono state pari a circa 1,485 miliardi di tonnellate di CO₂ e carbone e gas hanno continuato a rappresentare la maggioranza della generazione. Washington non sta dunque intervenendo su una componente marginale del sistema, ma su una parte centrale dell’apparato energetico nazionale.

Che strada prenderanno gli investimenti?

Il confronto transatlantico, alla fine, può essere ricondotto a due strategie. Gli Stati Uniti stanno cercando di rendere meno costoso mantenere energia disponibile, anche attraverso l’utilizzo più lungo delle infrastrutture fossili esistenti. L’Europa sta cercando di rendere progressivamente più costoso emettere carbonio. Le due impostazioni non sono necessariamente incompatibili. Diventano però competitive quando un’impresa deve decidere oggi dove investire capitali destinati a rimanere vincolati a un territorio per decenni.

Il CBAM può attenuare una parte del vantaggio americano sui prodotti soggetti al meccanismo. Una generazione elettrica sempre più decarbonizzata può inoltre ridurre nel tempo la dipendenza europea dai combustibili fossili. Ma perché questa strategia funzioni anche sul piano industriale, l’energia a basse emissioni deve essere abbondante, affidabile e competitiva.

Per Washington la priorità è ridurre i costi regolatori e mantenere disponibile la capacità esistente. Per l’Europa la sfida è trasformare gli investimenti nella decarbonizzazione in un sistema elettrico capace di sostenere l’industria. Se non riuscirà a farlo, il rischio non sarà soltanto quello di importare più prodotti americani. Sarà quello di vedere i nuovi investimenti industriali — dalla siderurgia alla chimica, dai data center ai grandi impianti manifatturieri — scegliere sempre più spesso l’altra sponda dell’Atlantico.

La svolta americana del settembre 2026 non coincide quindi con la fine della politica climatica né con la cancellazione di ogni vincolo sulle emissioni. Segna qualcosa di più preciso: l’ingresso del costo della transizione energetica nel cuore della competizione industriale internazionale. E da questo confronto dipenderà anche una parte della futura geografia degli investimenti tra America ed Europa.

Charlye Ghezzi è analista geopolitico e specialista in tecnologia e sicurezza governativa

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