Ta vecchio e nuovo

Trump aggiorna la ricetta neocon e punta sul Bitcoin

Nel programma deregulation, tagli alla corporate tax, dazi, stop alle imposte sulle mance e aperto sostegno alle criptovalute

di Marco Valsania

4' di lettura

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Ci sono ricette conservatrici classiche: l’appello a sforbiciate alle aliquote fiscali per la Corporate America e alla deregulation, a cominciare da “drill baby drill”, promesse di trivellare fino al “dominio” mondiale nell’energia. Ma nella nuova versione della Trumponomics, dell’economia secondo Donald Trump, si impongono anche e soprattutto ingredienti eterodossi del neo-populismo conservatore, rafforzato dalla scelta quale vice di JD Vance: l’eliminazione di imposte su mance e benefit pensionistici, guerre commerciali a tutto campo, esodi forzati di immigrati, mano pesante sulla Federal Reserve, sacrificata ad una presidenza muscolare. Nel mezzo, spazio a recenti passioni, dalle criptovalute a TikTok. Quasi inesistenti al contrario vecchie menzioni di rigore fiscale.

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I piani del candidato repubblicano alla Casa Bianca hanno al cuore priorità familiari - dazi, sgravi e strette sui clandestini. In un mare di eclettismo, che tutttavia fa del Trump 2024 una versione sulla carta assai più aggressiva del grande improvvisatore salito alla ribalta nel 2016, parte dell’immagine di outsider incurante di accuse di alimentare caos o idee contradditorie.

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Le posizioni più nuove sono rivelatrici di quella che i media Usa hanno battezzato la “malleabilità” di Trump. Togliere imposte sulle mance è popolare nei servizi, in particolare nella ristorazione dove gran parte del reddito è generato dalla generosità dei clienti. Il salario minimo federale qui si ferma a 2,13 dollari l’ora. La sua amministrazione aveva tuttavia proposto semmai di trasferire le mance alle aziende per usarle a loro discrezione, per un danno ai lavoratori stimato in 5,8 miliardi l’anno. Senza contare i dubbi sugli effetti dell’esenzione: qualche aumento subito, a rischio di ridotta o assente previdenza futura.

Non è la sola posizione a sorpresa: se in passato Trump era stato un feroce detrattore di TikTok, parte della escalation di tensioni di sicurezza nazionale con la Cina (patria della casa madre ByteDance), oggi si atteggia a suo alfiere. «Salveremo TikTok» ha detto. E ha aggiunto senza batter ciglio: «A tutti coloro che sono su TikTok dico votate per me». Non manca, tra i critici, neppure il sospetto di favori al miliardario repubblicano Jeff Yass, grande investitore nella app. Ancora, ecco Bitcoin, che un tempo liquidava come speculativa e pericolosa: invita a donazioni e acquisti di prodotti elettorali in criptovaluta e annuncia la «difesa del diritto di estrarre Bitcoin». Di più: ad una conferenza sulla divisa digitale si è impegnato, parte della visione di fare l’America di nuovo grande, a trasformare il Paese in «capitale planetaria del cripto», «superpotenza di Bitcoin».

La deregulation delle criptovalute è in realtà cara alla nuova destra, contraria invece a progetti di più stabili valute digitali controllate dalle banche centrali. E l’arrivo di Vance al suo fianco segnala ulteriori ventate di populismo: il vice prescelto è noto per aver caldeggiato anche anatemi per il mondo imprenditoriale repubblicano, da aumenti del salario minimo a campagne antitrust sul big business. Il suo conservatorismo sociale lo vede promuovere incentivi fiscali alle famiglie perché abbiano figli, criticati da analisti conservatori come disincentivi al lavoro.

Il rilancio della lotta all’immigrazione e di dazi commerciali - i due capitoli forse essenziali - può essere letto nella stessa chiave. Se giri di vite sui clandestini integrano agende di legge e ordine, un clima da espulsioni di massa, «le più grandi della storia», al di là di drammi umani può traumatizzare interi settori: stando al Peterson Institute sottrarre anche “solo” 1,1 milioni di lavoratori provocherebbe recessioni e contrazioni economiche del 2,1 per cento. Sbandierati balzelli del 10% contro tutti i tremila miliardi dell’import - e del 60% contro la Cina - rappresenterebbero dieci volte i dazi decisi da Trump nel suo primo mandato e potrebbero causare terremoti e spirali inflattive, nonostante abbia promesso di eliminare il carovita.

L’accento su queste priorità è iscritto nella semplificata piattaforma del partito in 16 pagine voluta da Trump. Altri capisaldi potrebbero ancorare la sua “dottrina”, al di là di ogni volubilità, in forma più radicale che in passato. In una delle promesse più costanti, ha preannunciato di voler abbassare le tasse sulle imprese fino al 15% dal 21%, non solo rendendo permanenti ma ampliando tagli generalizzati delle imposte varati durante il suo primo mandato e già costati 1.700 miliardi alle casse pubbliche. La combinazione di sgravi e dazi, stando a Moody’s, avrebbero un costo netto per l’erario di 1.700 miliardi.

Deregulation e rafforzamento del potere esecutivo della Casa Bianca fanno inoltre parte del Project 2025, una più articolata agenda da America First sconfessata da Trump, che non ama ricevere dettami, ma preparata da un’armata di suoi fiancheggiatori. La rafforzata autorità alla Casa Bianca potrebbe condizionare pesantemente, sul fronte economico, istituzioni cruciali quali la Fed, la cui indipendenza è dai più ritenuta necessaria per la credibilità della politica monetaria : Trump ha asserito di volere voce in capitolo sui tassi di interesse. Ha spiegato: «Ho guadagnato un sacco di soldi e avuto grande successo. Credo di avere migliori istinti di chi sta alla Federal Reserve».

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