Trend negativo per l’industria del sughero
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La Sardegna va controtendenza e registra un calo delle esportazioni in materia di prodotti lattiero caseari e nell’industria del sughero. Anche se, in prospettiva, qualcosa comincia a muoversi. A evidenziare l’andamento è l’osservatorio di Intesa Sanpaolo sui distretti.
«Il distretto del Sughero di Calangianus, pur avendo un valore complessivo di export molto contenuto - si legge nello studio -, ha subito una flessione più marcata nel periodo gennaio-settembre 2024, con un calo del -11,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente». A livello trimestrale, il distretto ha mostrato una contrazione significativa nel primo trimestre con un calo del 28,9% e nel terzo trimestre con una flessione dell’8,9%, compensata in parte da un rimbalzo nel secondo trimestre che ha registrato un incremento dell’8,4 per cento.
A tracciare un quadro di quanto avviene nel sistema che riguarda il comparto è Giuseppe Molinas responsabile commercio estero dell’omonimo gruppo, che è leader nel settore. «La Sardegna è un produttore di materia prima - dice Molinas -. Prima il 70, 80% del sughero estratto veniva trasformato, ora, invece, se ne trasforma al massimo il 50%». Motivo? «Innanzitutto la concorrenza del Portogallo che vale il 50% del mercato mondiale mentre la Sardegna si ferma al 12% - argomenta ancora il manager - e poi la questione costi: una su tutte l’elettricità e il costo del lavoro. Basti solo ricordare che in Portogallo la manodopera costa il 40% in meno rispetto a noi. Se a questi elementi ci sommiamo anche le spese per il trasporto si capiscono le difficoltà che con cui si devono fare i conti».
Eppure il mercato ha un potenziale importante, come sottolinea il manager. «In Sardegna vengono estratti in media circa 140 mila quintali di sughero – spiega ancora Molinas – se consideriamo che il prezzo oscilla tra i 200 e i 250 euro a quintale, il valore che viene fuori è quello del comparto». Quello che manca, come argomenta, sono le altre lavorazioni.
«Purtroppo i costi elevati dell’energia non aiutano di certo - aggiunge - prima c’era una filiera che assieme alle grandi industrie univa le piccole realtà, fatte anche di aziende familiari che si occupavano di lavorazioni aggiuntive. Questo oggi non c’è». Quanto al futuro: «Servirebbe attenzione verso un piano di riforestazione in cui, seguendo anche il modello del Portogallo, si utilizzi la tecnica, come il ricorso degli impianti a goccia che permettono di fare il primo taglio a 10 anni e non a 40».


