Gender pay gap

Trasparenza salariale: entro il 7 giugno il recepimento della direttiva Ue

di Maria Paola Mosca

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Dal 7 giugno entra in vigore nell’Unione europea la direttiva per la trasparenza salariale, sforzo comunitario per soddisfare l’agognato principio di pari salario per pari lavoro. La norma, tra le altre cose, punta infatti a livellare il pay gap di genere, uno dei principali fattori di disparità tra lavoratori e lavoratrici. Secondo Eige, l’Istituto dell’Ue per la parità di genere le europee guadagnano annualmente il 77% di quanto prendono gli europei.

Entro qualche mese in Europa le imprese con più di 100 dipendenti dovranno fornire informazioni sui salari nelle offerte di lavoro, indicare i compensi previsti per le diverse posizioni a chi è assunto. E presentare rapporti periodici sulla disparità salariale di genere. Nei casi in cui si rilevasse una differenza superiore al 5%, non corretta entro sei mesi, si avvieranno processi di verifica delle retribuzioni aziendali. Da giugno inoltre viene spostato l’onere della prova: da quel momento spetterà al datore di lavoro dimostrare di non aver violato le regole.

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Fissando parametri rigidi, questa norma trasforma il tema dell’equità salariale da una vaga responsabilità sociale delle imprese (corporate social responsibility) a un requisito matematico e impone agli Stati modifiche anche sostanziali delle loro leggi. Nonostante la deadline si avvicini, però, per ora solo una manciata di Paesi è a buon punto nell’allinearsi alle richieste. E se molti sono attivi in processi di aggiornamento, in sette nazioni non ci sono ancora piani formali di recepimento.

Tra i 27 Paesi Ue, Malta e la Polonia risultano le più vicine a rispettare la deadline di giugno. Non troppo distante, poi, è anche il Belgio. Qui su scala nazionale esistono obblighi di rendicontazione degli stipendi che, se non rispettati, comportano sanzioni specifiche. A livello regionale, nell’area francofona vigono già alcune parti della direttiva, ma solo per il settore pubblico. Mentre nella regione fiamminga è stato approvato un progetto preliminare di allineamento alle indicazioni europee.

Caso unico è quello dei Paesi Bassi. Pochi mesi fa la nazione aveva annunciato lo slittamento del termine per il recepimento al 1° gennaio 2027. A fine 2025 però, la Commissione europea ha respinto il rinvio allertando che un ritardo porterebbe a una procedura di infrazione contro la nazione. Oggi la situazione è in evoluzione, anche dato il recente insediamento del nuovo Governo. L’Aja intanto ha proposto un piano di modifica di tre leggi che, tra le altre cose, proibisce alle aziende di chiedere ai candidati la loro storia salariale. Inoltre, per le imprese sopra i 250 dipendenti la rendicontazione dovrebbe comunque diventare obbligatoria da quest’anno.

Guardando ai Paesi Ue più popolosi, la Francia ha presentato una bozza di legge che, oltre all’obbligo di trasparenza retributiva in ogni fase del rapporto di lavoro, prevede la revisione dell’attuale indice di parità professionale. Il percorso però si è momentaneamente fermato: se era stata annunciata l’intenzione di passare la proposta al Parlamento entro l’estate, è intanto stata posticipata la riunione di presentazione ai sindacati e associazione dei datori di lavori prevista per fine gennaio. Senza però, per ora, una data alternativa.

In Germania la commissione di esperti nominata dal Governo la scorsa estate, ha presentato qualche mese fa le sue proposte di aggiornamento legislativo - con modifiche che riguardano, per esempio, i processi di assunzione e l’obbligo di valutazione congiunta delle retribuzioni con i rappresentanti dei lavoratori. Se il Consiglio dei ministri approverà il testo nel voto programmato a giorni, il piano verrà valutato dal Bundesrat, il Consiglio federale tedesco.

La Spagna parte da una base normativa già piuttosto avanzata: dal 2021 esistono strumenti come il registro retributivo aziendale, gli audit salariali e i piani di uguaglianza per le imprese, che anticipano alcuni principi della direttiva europea. Il lavoro di aggiornamento maggiore riguarderà qui la trasparenza pre-assunzione, per esempio l’obbligo di indicare le fasce salariali negli annunci e il divieto di chiedere la storia retributiva.

Grazie alla legge sulla parità retributiva del 2021, l’Italia è parzialmente conforme alle richieste comunitarie. Nel Paese però mancano alcune disposizioni, per esempio, in materia di diritto di informazione e protezione. A febbraio una bozza di aggiornamento è stata sottoposta al Parlamento che avrà tempo fino al 18 marzo per esprimersi. Da lì, poi, il testo tornerà poi al Consiglio dei ministri per l’approvazione definitiva.

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