Trasparenza salariale, come le imprese italiane possono prepararsi alla nuova direttiva
Le aziende italiane devono rivedere i processi HR e adottare criteri retributivi chiari per garantire equità di genere e competitività nel mercato del lavoro
di Tomaso Mainini*
4' di lettura
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Il 2026 sarà l’anno della parità di genere con l’entrata in vigore, a giugno, della Direttiva sulla Trasparenza Salariale. Il principio alla base della Direttiva è semplice ma ambizioso: a parità di lavoro (o di lavoro di pari valore), la retribuzione deve essere la stessa. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario costruire un sistema retributivo che renda comprensibile come e perché si arriva a una determinata fascia salariale, attraverso criteri chiari, verificabili e accessibili.
È evidente come la Direttiva richieda un’evoluzione profonda dei processi HR: le aziende dovranno indicare le fasce retributive negli annunci di lavoro, definire criteri oggettivi, neutrali e comunicabili, garantire maggiore accesso alle informazioni su ruoli e percorsi di carriera e strutturare sistemi coerenti di job description, job families e griglie salariali.
Uno strumento per combattere il gender pay gap
I dati, purtroppo, non sono molto favorevoli: secondo il Global Gender Gap Report del World Economic Forum, l’Italia si posiziona all’ottantacinquesimo posto nel mondo e al sestultimo in Europa, davanti soltanto a Macedonia del Nord, Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Turchia.
Una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro può generare un impatto positivo significativo sulla produttività e sulla competitività delle imprese. Negli ultimi dieci anni si registrano segnali di cambiamento, anche nei ruoli di leadership, ma è fondamentale continuare a investire in questa direzione.
Oggi la presenza delle donne nel mercato del lavoro è pari al 40,2% e solo il 28,8% dei ruoli manageriali è ricoperto da donne: dati che dovrebbero rappresentare un ulteriore incentivo per governi e imprese a rafforzare questo percorso. Ci sono, però, notevoli differenze in base ai settori. Uomini e donne continuano a concentrarsi in ambiti specifici, con una forte presenza femminile in quelli orientati alle persone. Nell’ultimo anno, le donne hanno lavorato prevalentemente nell’healthcare, nei servizi di cura (58,5%) e nell’educazione (52,9%), ossia in settori cruciali per l’infrastruttura sociale, ma spesso caratterizzati da retribuzioni più basse, minori capitali e limitato potenziale di carriera.







