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Brasile, rally al test elettorale
All’appuntamento col voto il Paese si presenta forte di un’economia in crescita e forti rialzi per azionario e valuta. E ora?
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Le utility italiane sono pronte a fare la loro parte per sostenere la transizione energetica del Paese, verso un modello più sostenibile, più sicuro e più competitivo, mettendo in campo nei prossimi decenni investimenti per centinaia di miliardi.
E' quanto emerge da uno studio realizzato da A2A e Teha presentato all'ultimo Forum di Cernobbio, che prende spunto dal fatto che quest'anno vedrà la sua conclusione il Pnrr, il più grande piano di investimento pubblico del secondo dopoguerra: 194 miliardi destinati all’Italia senza i quali il Paese sarebbe - secondo diversi osservatori - in recessione. Chi raccoglierà ora il testimone per dare continuità agli investimenti e rilanciare la competitività italiana? Il comparto energy&utility è pronto a farlo, - come illustrato da Roberto Tasca e Renato Mazzoncini, rispettivamente presidente e ad di A2A, e Lorenzo Tavazzi, senior partner e board member di Teha Group - allocando risorse in ambiti strategici per il futuro dell’Italia per rafforzare un sistema che deve affrontare sfide complesse, dalla competitività e dalla sicurezza delle proprie catene di approvvigionamento a un cambiamento climatico sempre più percepibile.
L’analisi di A2A e Teha stima che le aziende del comparto energy & utility possano attivare in Italia investimenti privati complessivi per 315 miliardi di euro entro il 2035 e 825 miliardi entro il 2050, pari a circa 33 miliardi di euro all’anno. Nei seguenti ambiti: generazione da fonti rinnovabili e nucleare, soluzioni per la flessibilità del sistema elettrico, infrastrutture elettriche e del gas (ancora necessario), data center, teleriscaldamento, ciclo idrico integrato, trattamento, riciclo e recupero dei rifiuti e biometano. Con la concentrazione maggiore di fondi sulla generazione, che va aumentata, su rinnovabili, reti ed efficienza della gestione idrica. Sono i settori critici dell’infrastruttura energetica italiana, nonché le classiche aree di azione delle utility, per loro natura al centro della grande sfida di questi anni, la transizione, con la capacità di tradurre gli obiettivi europei in sviluppo dei territori dal punto di vista economico, ambientale e sociale. Lo studio calcola anche i benefici delle risorse messe sul piatto. Ogni euro investito nel comparto può generare infatti un impatto pari a 4,1 volte il valore iniziale, configurandosi quindi come un motore di sviluppo che potrebbe contribuire ad aumentare del 10% la crescita annua del Pil fino al 2050, senza impatti sul debito pubblico, oltre che abilitare fino a 300mila nuovi posti di lavoro diretti. Gli investimenti porterebbero inoltre a una maggiore penetrazione delle rinnovabili, ad oggi la fonte più economica di generazione elettrica, con conseguenti risparmi. Lo studio li quantifica per le imprese in circa 80 miliardi cumulati al 2050: oltre al sollievo su margini e competitività, se venissero reinvestiti potrebbero significare altri 260 miliardi di valore aggiunto generato per il sistema economico nazionale.
In prospettiva si potrebbe arrivare a una completa elettrificazione dei consumi. Uno scenario in cui lo studio quantifica costi energetici (che comprendono i carburanti) inferiori per le famiglie fino a 1.000 euro l’anno (700 in uno scenario di elettrificazione solo parziale). Questo sviluppo potrebbe portare l’autonomia energetica nazionale (sempre considerando anche i carburanti) a salire dall’attuale 26% all’81% entro il 2050 con minore esposizione alla volatilità dei mercati. Non mancano i benefici ambientali: viene stimata una riduzione delle emissioni nazionali di CO₂ pari al 36% entro il 2050, corrispondente a circa 31 miliardi di euro di costo sociale del carbonio evitato. Sul fronte dei rifiuti urbani viene ipotizzato l’azzeramento dei conferimento in discarica (oggi di 4,4 milioni di tonnellate all’anno) con una riduzione del costo di smaltimento per il Paese di oltre 500 milioni nel 2050. Infine, le risorse potrebbero contribuire a migliorare la gestione idrica in Italia (ferma sempre al 42% dell’acqua prelevata dispersa), che ciclicamente si ripresenta con urgenza, specie dopo estati come quella del 2026. Fino a risolvere il nodo della depurazione, evitando al Paese sanzioni per l’inadeguatezza del sistema fognario fino a 1,5 miliardi di euro al 2050. Gli investimenti, sottolinea lo studio, potrebbero generare effetti ad alto valore trasformativo, strutturali, di lunga durata, potenzialmente superiori a quelli del Pnrr. Le utility devono tuttavia essere messe nella condizione di programmarli. Questo vuol dire, prima di tutto, iter autorizzativi più semplici, e un quadro regolatorio chiaro e favorevole.
Con il Pnrr «per alcuni anni abbiamo potuto contare su una leva straordinaria che ha sostenuto crescita e investimenti: oggi il compito è trasformare quell'eccezionalità in un metodo, dando continuità alla modernizzazione e orientando i capitali verso le infrastrutture strategiche e i servizi che incidono sulla qualità della vita. È la condizione per non disperdere la spinta degli anni scorsi e per rafforzare il sistema economico e produttivo del Paese», ha sottolineato Roberto Tasca, presidente di A2A. «In uno scenario internazionale attraversato da nuove competizioni tecnologiche, industriali ed energetiche, la sfida non è tornare a crescere, ma scegliere come farlo. Il settore Energy & Utility è il punto in cui la just transition incontra la politica industriale: qui gli obiettivi europei possono diventare investimenti concreti capaci di generare crescita duratura. - ha aggiunto - I dati di questo Position Paper lo confermano: le risorse del comparto potranno favorire la riduzione delle emissioni di CO2 del 36% al 2050 e ogni euro investito potrà generare un impatto economico pari a 4,1 volte il valore iniziale. Valorizzare questo potenziale significa sostenere la competitività ma anche lo sviluppo sostenibile dell’intero sistema-Paese».