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Transizione ecologica, la vera riforma è il coordinamento

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La transizione ecologica oggi in Italia rappresenta l’evoluzione della politica ambientale dal vecchio insieme di interventi dedicati alle singole tematiche di specifico interesse alla visione moderna e sistemica di una strategia di sviluppo integrata. La politica economica e fiscale si intreccia quindi in modo inesorabile con le dinamiche industriali passando per il ruolo cruciale della disponibilità di energia pulita e sicura. Di questa evoluzione ne parla il volume edito da Carocci “L’economia italiana e la transizione ecologica”, mettendo in luce le barriere e i colli di bottiglia che negli ultimi venti anni hanno in parte rallentato questo processo, e su cui è possibile intervenire per favorire la trasformazione e l’accelerazione dell’economia italiana. Il messaggio ultimo di tale analisi è infatti una visione del sistema Italia ingaggiato fortemente nel processo di transizione verde, ma che procede a velocità irregolare, e soprattutto con una regia di coordinamento ancora da affinare.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il punto principale messo in luce dai numerosi contributi accademici che il volume raccoglie è che l’Italia ha una buona dotazione di strumenti, tra cui il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec), e lo stesso Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Il problema è la loro capacità di produrre effetti in modo sinergico, senza sovrapposizione di regole e utilizzo inefficiente di risorse finanziarie pubbliche e private. La transizione rallenta dunque a causa di una mancanza di coordinamento: la ricetta di politica economico-ambientale necessita infatti un insieme di strumenti coerenti, con responsabilità definite, dati interoperabili e valutazioni degli effetti economici, ambientali e distributivi.

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La prima evidenza riguarda il rischio climatico. L’Italia è tra i Paesi europei più esposti agli eventi estremi: tra il 1980 e il 2023 le perdite economiche da fenomeni atmosferici e climatologici superano i 133 miliardi di euro, con appena il 4% coperto da assicurazioni private. Alluvioni, siccità, frane, ondate di calore e incendi non sono più shock eccezionali, ma fattori ordinari di instabilità per imprese, infrastrutture e bilanci pubblici. Risulta quindi importante quanto mai la diffusione della cultura della prevenzione e un sostanziale cambio di paradigma nella progettazione della strategia di interventi, passando dalla ricostruzione dopo il danno alla gestione integrata del rischio, combinando pianificazione territoriale, coperture assicurative e dati predittivi (Marin et al., 2021).

La stessa esigenza emerge sulla protezione della biodiversità. L’Italia dispone di uno dei patrimoni naturali più ricchi d’Europa, ma il 43% della flora e quote rilevanti di anfibi, pesci d’acqua dolce, uccelli e mammiferi risultano minacciate. Finora la tutela è stata affidata soprattutto ad aree protette e vincoli amministrativi, strumenti questi di certo necessari, ma insufficienti. La perdita di capitale naturale riduce servizi ecosistemici essenziali per agricoltura, turismo, qualità dell’acqua e resilienza climatica. Servono strumenti economici, finanza per la natura e pagamenti per servizi ecosistemici, tema oggi centrale anche per imprese e mercati finanziari (Flammer et al., 2025). La valorizzazione del capitale naturale resta ancora oggi un dibattito aperto, laddove la teoria economica non riesce a consolidare metodologie di valutazione che vengano universalmente riconosciute. Al tempo stesso, il capitale naturale di cui l’Italia è dotata potrebbe costituire un motore economico di rilievo se efficacemente inserito nelle strategie di sviluppo di lungo periodo.

Energia e industria mostrano la parte più ambivalente del percorso italiano. Dal 2005 al 2023 l’intensità energetica si è ridotta sensibilmente, le emissioni sono scese e le fonti rinnovabili hanno guadagnato spazio nella generazione elettrica. Tuttavia, la dipendenza dalle importazioni resta elevata e la crescita delle fonti pulite è frenata da iter autorizzativi, limiti delle reti, accumuli insufficienti e frammentazione regolatoria. In tal senso, il nodo fiscale è altrettanto decisivo. La tassazione ambientale pesa in modo significativo sul gettito, ma resta concentrata su carburanti e trasporti ed è spesso più orientata al bilancio pubblico che alla correzione delle esternalità negative. Anche gli incentivi, dal Superbonus alle agevolazioni per l’efficienza, hanno avuto effetti rilevanti ma non sempre progressivi o efficaci. Obiettivo della finanza pubblica verde dovrebbe essere quindi quello di riallineare entrate, spese e obiettivi: un carbon pricing credibile determinato dall’andamento del mercato dell’Emission Trading europeo (ETS), la definitiva revisione dei sussidi dannosi, il sostanziale aumento degli investimenti in partenariato pubblico-privato in reti elettriche, acqua, adattamento climatico e rigenerazione urbana, innovazione circolare e riduzione degli scarti di produzione e consumo.

Infine il mondo delle imprese e il mercato del lavoro sono due elementi fondanti di questa trasformazione. Eco-innovazione, economia circolare e transizioni gemelle digitale e verde possono aumentare produttività e competitività, ma la diffusione resta disomogenea. Le grandi imprese e alcuni distretti del Nord sono più avanti, mentre molte Piccole e medie imprese (Pmi) scontano carenza di competenze, insufficienza del credito finanziario e difficoltà nello sfruttare sinergie con enti di ricerca e università nel processo di sviluppo delle traiettorie tecnologiche. La politica industriale che emerge deve quindi essere mission-oriented: non sussidi generici, ma incentivi legati a obiettivi verificabili, filiere locali, partenariati pubblico-privati e trasferimento tecnologico (De Lipsis et al., 2026). Al tempo stesso le politiche sociali devono attivamente intervenire nella riqualificazione delle competenze dei lavoratori al passo con la veloce trasformazione tecnologica. Le evidenze raccolte non confermano l’idea di una transizione verde necessariamente distruttiva per l’occupazione complessiva. I rischi sono concentrati in settori e territori specifici, mentre nuove opportunità si aprono ad esempio in settori quali energia, edilizia sostenibile, gestione dei rifiuti, servizi ambientali e manutenzione delle reti. Il problema è l’offerta di competenze: solo una quota limitata di lavoratori svolge mansioni con contenuto verde elevato, e senza investimenti nell’istruzione e nella formazione continua, la transizione resterà un obiettivo macroeconomico senza capacità operativa.

Riferimenti bibliografici

De Lipsis, V., Deleidi, M., Mazzucato, M., & Agnolucci, P. (2026). Macroeconomic effects of public R&D. The Economic Journal, ueag061.

Flammer, C., Giroux, T., & Heal, G. M. (2025). Biodiversity finance. Journal of Financial Economics, 164, 103987.

Marin, G., Modica, M., Paleari, S., & Zoboli, R. (2021). Assessing disaster risk by integrating natural and socio-economic dimensions: A decision-support tool. Socio-Economic Planning Sciences, 77, 101032.

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