Tra suono e silenzio, l’arte di Manuela Scannavini
Allo Spazio Sferocromia le tele astratte, sottratte a ogni appiglio figurativo, procedono per pulsazioni cromatiche più che per descrizioni
di Damiano Laterza
2' di lettura
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C’è, nello Spazio Sferocromia, quella particolare quiete che solo gli ambienti d’artista sanno custodire: le pareti dello studio di Umberto Ippoliti hanno conservato negli anni una memoria stratificata, che ora restituiscono con discrezione alle opere di Manuela Scannavini. Quando il suono si fa segno è la sua prima personale, e colpisce la maturità con cui un’artista all’esordio si presenta al pubblico con un progetto di tale compiutezza.
L’urto
Il punto di partenza è il dialogo con le composizioni del Maestro Carmelo Travia, in particolare Silver Smoke e Zirconio. Non siamo, va detto subito, dalle parti della sinestesia di maniera: Scannavini non illustra il suono, ne riceve l’urto e lo restituisce in segno. Le sue tele astratte, sottratte a ogni appiglio figurativo, procedono per pulsazioni cromatiche più che per descrizioni; il colore vi abita come una funzione vitale, e una sorta di onda interna lega le opere fra loro, tanto che la mostra finisce per somigliare meno a una sequenza di quadri e più a un’unica installazione meditativa.
La curatrice Eugenia Querci, parlando di «ritratto fedele di un percorso», coglie in effetti il senso più intimo di questa raccolta. Le tre grandi tele centrali ne sono il fulcro: superfici dominate dal bianco, attraversate da neri di taglio quasi chirurgico, in cui si avverte uno slittamento continuo tra ciò che emerge e ciò che si nasconde. Non vi si cerchi la consolazione, e nemmeno il dolore in posa: piuttosto la sospensione di chi attende qualcosa che non arriva, e nell’attesa si fa attento. Un’oscillazione, più che un dramma.
Il merito di Scannavini sta anche nel non essersi affidata a un solo linguaggio. La mostra è un piccolo organismo a tre voci — pittura, musica, parola — e l’ibridazione, che in altri casi finisce per disperdere il discorso, qui lo concentra. Ne sono prova il video con la giovane ginnasta Sofia Biancari, dove il nastro della disciplina entra in dialogo col gesto pittorico in una coreografia di Giulia Rosolin, o il video-racconto di otto minuti, da ascoltare in cuffia, in cui la voce di Francesca Ritrovato presta i tratti a un’autobiografia che non è la sua: un cortocircuito di prestiti reciproci che riporta alla mente certe pagine più viscerali di Giulio Marzaioli.
Tra le matericità delle prime opere — resine, foglie di loto, superfici che chiedono di essere toccate — e la grana sottile delle ultime carte si misura un percorso intero, dal corpo al respiro. Quando il suono si fa segno non promette rivelazioni, e proprio per questo, a chi sa fermarsi, finisce per consegnarne qualcuna.










