Tra storia e futuro, il progetto che rilancia lo storico hotel di Campo Imperatore
Visita all’hotel che fu carcere di Mussolini nel 1943 e che diventerà hotel di lusso per i sempre più numerosi turisti che salgono sull’altopiano
di Chiara Beghelli
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«O ra l’albergo, all’esterno tutto nero di bitume per preservare le pareti dall’umidità, è come una nave ancorata sopra un mare di neve. Così oggi il Gran Sasso d’Italia si è lasciato ammirare per la prima volta da un gruppo di gente seduto in poltrona (…). La sua solitudine è finita, e la sua conquista sarà la più facile di tutte le conquiste. Chiunque, partendo da Roma in automobile, potrà farla tra il pranzo e la cena, e se non avrà voglia di pattinare, sciare o arrampicarsi, senza neppure cambiarsi d’abito»: era il 19 novembre 1934 quando Luigi Bottazzi firmava sul Corriere della Sera la sua cronaca della prima ascesa ai 2.130 metri di Campo Imperatore con la nuova funivia basata ad Assergi.
Un’opera imponente che rendeva per la prima volta accessibile quelle ampiezze e quelle vette anche a chi alpinista non era. «Ci siamo ritrovati in un luminoso salone di albergo, che ci sarebbe parso scavato nella roccia», prosegue, riferendosi a quello dell’altrettanto nuovissimo hotel Campo Imperatore, con i suoi «tre piani, 36 camere, tre appartamenti di lusso, sei dormitori». In quell’edificio quasi cento anni fa culminava il progetto di rendere il comprensorio quella che oggi definiremmo una “destinazione”, la “Grande Aquila”, capace di attrarre almeno 30mila turisti l’anno da tutto il Centro Italia. Era sorto in appena quattro anni di lavori su un terreno donato dal marchese Alfonso Dragonetti de Torres e dava ospitalità al principe Umberto come a centinaia di dopolavoristi, che soggiornavano in ambienti da reali suddivisi in turni, fra dicembre e marzo.
Alle pareti del salone descritto da Bottazzi oggi sono appese le planimetrie che guidano i lavori da quasi 4 milioni di euro avviati la scorsa estate per riportare l’albergo al suo originario splendore. Gli arredi residui dell’ultima gestione (l’hotel ha sofferto un lungo declino, fino a chiudere del tutto nel 2016) non impediscono di godere del generoso panorama sugli Appennini. Lo stesso sul quale probabilmente si rincorsero i pensieri cupi di Benito Mussolini, l’ospite più celebre dell’hotel di Campo Imperatore, che nella stanza numero 201 trascorse i giorni della sua prigionia fra il 28 agosto e il 12 settembre del 1943.
Nelle settimane concitate che seguirono la caduta del fascismo, il 25 luglio di quell’anno, il duce fu infine condotto lassù in gran segreto, per poi essere liberato da militari tedeschi inviati da Hitler stesso a bordo di alianti e che atterrarono a poche decine di metri dall’ingresso dove ora ci troviamo. Venerdì scorso è morto a 101 anni Ferdinando Tascini, l’ultimo dei carcerieri di Mussolini che era ancora in vita. «Questo luogo è stato protagonista di una vicenda centrale della storia italiana – nota Pierluigi Biondi, il sindaco dell’Aquila (appena nominata Capitale italiana della cultura per il 2026) che ci accompagna nel sopralluogo –. Se Mussolini non fosse stato liberato probabilmente non sarebbe nata la Repubblica Sociale Italiana, non ci sarebbe stata la guerra civile fra il ’43 e il ’45. La storia non si scrive con i se, ma questo albergo è davvero protagonista di uno dei periodi ancora più dibattuti nella nostra storiografia. Per questo, una volta finiti i lavori (che si conta di chiudere abbastanza in fretta, compatibilmente con il fatto che possono essere condotti solo in estate, nda) dovremo finalmente trovare dei gestori che siano in grado di trattare questo bene con l’attenzione e l’intelligenza necessarie».
Il Comune dell’Aquila è proprietario della struttura e il progetto approvato vuole garantire la sua natura di bene storico, avendo insieme ben presenti desideri e richieste del turismo contemporaneo. Per questo nell’area al piano terra occupata oggi da un noleggio sci, un pronto soccorso e un presidio delle forze dell’ordine sorgerà una Spa con piscina, saune, sale massaggi. Le stanze, ora oggettivamente troppo piccole, saranno allargate e ridotte di numero, per un totale di 80. Ma concessioni contemporanee a parte, l’idea è tornare al progetto originario, quello di Vittorio Bonadé Bottino, prolifico architetto che firmò anche lo stabilimento Fiat di Mirafiori come le strutture alberghiere del Sestrière e l’hotel Principi di Piemonte a Torino, con le loro forme monumentali, austere e funzionali insieme.















