Tra lucidità e disgregazione la Emma di Duncan Macmillan
All’Ambra Jovinelli fino al 15 marzo People, Places & Things, per la regia di Pierfrancesco Favino e con Anna Ferzetti
4' di lettura
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Un’attrice che dimentica le battute mentre è in scena non è soltanto un incidente teatrale: è una fenditura nella realtà. Da quella crepa, nel testo di Duncan Macmillan - People, Places & Things - filtra tutto ciò che normalmente resta nascosto sotto la superficie delle nostre vite: la dipendenza, la vergogna, la memoria dei luoghi e il peso degli incontri. È una frattura che non riguarda soltanto il personaggio, ma lo spettatore stesso, improvvisamente costretto a interrogarsi su quanto fragile sia il confine tra interpretare una vita e viverla davvero.
La scena iniziale è già un vertigine. Emma, attrice di talento e inquietudine, sta interpretando Nina nel Gabbiano di Čechov. Kostja le parla, lei risponde, ma qualcosa si incrina. La voce non obbedisce più, il gesto perde precisione e la coscienza si sfalda. Non è chiaro se sia Nina a cadere o Emma a smarrirsi. Teatro e realtà cominciano a sovrapporsi come due lastre di vetro che non coincidono più. Macmillan costruisce da questa frattura uno dei testi più intensi della drammaturgia britannica contemporanea.
People, Places & Things
People, Places & Things non racconta semplicemente la dipendenza, ma la mette in scena come un dispositivo di percezione alterata, un sistema di difese che la mente costruisce per non guardare troppo a fondo. Il linguaggio è spezzato, frammentario, quasi musicale. I dialoghi si moltiplicano, le voci diventano coro e i tempi si sovrappongono. Tutto concorre a restituire la sensazione di una coscienza che tenta disperatamente di proteggersi da se stessa. Il titolo è già una mappa esistenziale: persone, posti, cose. Tre coordinate elementari attraverso cui ciascuno costruisce la propria identità, eppure proprio queste coordinate possono trasformarsi in trappole della memoria. Un luogo può diventare un archivio di colpa; una persona uno specchio in cui non si vuole più guardare; un oggetto il detonatore di ricordi che si preferirebbe cancellare. La regia di Pierfrancesco Favino coglie con lucidità questa tensione. Nelle sue note scrive che le cose, i posti e le persone compongono «la mappa del nostro viaggio su questa terra», ma anche il territorio in cui si annidano le ferite più difficili da affrontare. Il percorso di Emma diventa così un attraversamento di questa geografia emotiva: la discesa negli abissi della dipendenza e, allo stesso tempo, la faticosa risalita verso una possibile forma di verità. Al centro di questo viaggio sta Anna Ferzetti, che affronta il personaggio con una precisione quasi chirurgica. Il suo lavoro non indulge mai nell’enfasi melodrammatica: Emma prende forma attraverso minimi scarti di voce, esitazioni del corpo, improvvisi lampi di ironia. Il risultato è un ritratto mobile, continuamente in bilico tra lucidità e disgregazione. Ferzetti attraversa da tempo con naturalezza cinema e palcoscenico. Dopo il successo cinematografico nel film La grazia di Paolo Sorrentino e altri recenti lavori sul grande schermo (Domani interrogo) l’attrice torna al teatro con una prova che ne conferma la maturità interpretativa. Accanto a lei si muove un ensemble di grande solidità scenica. Betti Pedrazzi costruisce una presenza di notevole autorevolezza, capace di coniugare rigore e umanità; Thomas Trabacchi modula il proprio personaggio con un equilibrio sottile tra ironia e inquietudine; mentre Totò Onnis aggiunge alla tessitura drammaturgica una sensibilità interpretativa che contribuisce a dare respiro corale allo spettacolo. Il risultato è un organismo teatrale compatto, in cui ogni voce partecipa alla costruzione di quella coscienza collettiva che il testo evoca. Anna/Emma ne è al centro non interpretando semplicemente una donna che lotta contro la dipendenza, ma incarnando la vertigine di un’identità che cerca di ricomporsi. Macmillan, del resto, non è interessato alla cronaca della disintossicazione. Il suo sguardo è più radicale: interroga la nostra epoca, ossessionata dall’immagine e dalla performance permanente di sé. Emma è attrice anche fuori dal palcoscenico, come se la vita contemporanea chiedesse a tutti di recitare continuamente un ruolo convincente. A un certo punto del testo emerge una frase che suona quasi come una confessione universale: «La verità è che non so più chi sono senza tutto questo». In quella breve ammissione si concentra il cuore della pièce. La dipendenza diventa metafora di ogni identità costruita su un fragile equilibrio di abitudini, relazioni ed illusioni. Il teatro, allora, torna a essere ciò che è sempre stato nei suoi momenti più alti: uno specchio capace di incrinarsi davanti allo spettatore. Attraverso Emma, attraverso le persone, i posti e le cose che abitano la sua memoria, il pubblico è invitato a riconoscere la propria topografia interiore. Quando le luci si abbassano, resta la sensazione di aver attraversato non solo una storia ma una coscienza. Forse, il segreto del testo di Macmillan sta proprio qui: ricordare che la distanza tra ciò che siamo e ciò che fingiamo di essere è molto più sottile di quanto si voglia ammettere e che basta un attimo, sul bordo di un palcoscenico, perché quella distanza si dissolva.
Duncan Macmillan, People, Places & Things, regia di Pierfrancesco Favino, con Anna Ferzetti, Betti Pedrazzi, Thomas Trabacchi, Totò Onni; Roma, Teatro Ambra Jovinelli, fino al 15 marzo








