Tra i governi europei e Bruxelles va in scena la battaglia della Co2
Al via il Cbam, dazio ambientale sulle merci importate da paesi terzi in sei settori - Fari puntati anche sulla revisione dell’Ets: il tema sarà al centro del vertice Ue del 19 e 20 marzo
di Chiara Bussi
4' di lettura
I punti chiave
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Da una parte il sentiero della decarbonizzazione per centrare gli obiettivi climatici: un taglio del 90% delle emissioni di gas serra entro il 2040 rispetto al 1990 e l’orizzonte della neutralità climatica al 2050. Dall’altro l’esigenza di preservare la competitività dell’industria europea nel bel mezzo della crisi in Medio Oriente con i suoi risvolti geopolitici e sui costi dell’energia. In questo contesto va in scena la battaglia della Co2 sul terreno del Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere e degli Ets, il sistema europeo di scambio di quote di emissione di gas a effetto serra.
I comparti più coinvolti dal Cbam
Il primo è entrato nel vivo quest’anno. Fa parte del pacchetto di misure Fit for 55 della Ue e si applica a determinate merci ad alta intensità di carbonio in sei settori chiave (ferro e acciaio, alluminio, cemento, fertilizzanti, energia elettrica e idrogeno) importate da Paesi terzi nel territorio doganale della Ue. Le aziende che rientrano nel perimetro sono tenute ad acquistare certificati Cbam in proporzione alla CO₂ incorporata nei prodotti importati. Entro il 31 marzo dovranno presentare la domanda di autorizzazione come dichiarante Cbam. Nel 2026 il costo si applica solo al 2,5% del prezzo pieno, ma la quota crescerà negli anni successivi fino a raggiungere il 100% nel 2034. L’Italia, che importa numerose materie prime da Paesi extra Ue, è la più esposta all’impatto economico della misura secondo la società di consulenza iSustainability, con almeno 3mila imprese interessate dal nuovo meccanismo.
Le richieste di Assofond
Tra i comparti più coinvolti c’è quello delle fonderie, fortemente dipendente dalle importazioni di materie prime essenziali come ghisa in pani, ferroleghe e alluminio grezzo, soggette al Cbam. «Il meccanismo - spiega Fabio Zanardi, presidente di Assofond - è molto complesso e la situazione ad alta incertezza. Il prezzo di questi input produttivi fondamentali per il settore è al momento impossibile da quantificare, dato che dipenderà dal valore dei certificati Cbam, che saranno certi solo quando gli importatori potranno acquistarli (a partire da febbraio 2027), e dalle effettive quantità di CO2 attribuibili ai prodotti, non certificabili prima di settembre 2026. Fornitori e acquirenti non sono dunque al momento in grado di fissare un prezzo e questo sta determinando un blocco delle vendite con un rischio concreto di paralisi». Da qui le tre richieste dell’associazione a Bruxelles: «Occorre - dice Zanardi - estendere il periodo transitorio che si è concluso il 31 dicembre scorso al biennio 2026-2027, trasformandolo in un periodo di valutazione per stabilizzare i prezzi e scongiurare lo stop produttivo. Inoltre, per evitare che il Cbam si traduca in uno svantaggio competitivo per le imprese Ue più virtuose sul piano ambientale, è urgente escludere dal meccanismo pani di ghisa e lingotti di alluminio importati da Paesi extra Ue e allargare il perimetro a 35 codici doganali a valle per comprendere anche i semilavorati». Le istanze sono state accolte dal governo italiano, in pressing sulla Commissione Ue per una revisione del meccanismo.
La riforma dell’Ets
Gli occhi sono puntati anche sull’Ets1, l’Emission trading scheme. Introdotto nel 2005, riguarda oggi il settore elettrico, l’industria energivora, l’aviazione civile e il settore navale. Secondo lo schema i comparti industriali che emettono più CO2 devono acquistare permessi per ogni tonnellata. Il costo pagato dalle imprese per comprare questi permessi costituisce la base finanziare le politiche di transizione. La Commissione Ue, pur difendendo lo strumento, ha già preannunciato un aggiornamento delle regole entro luglio. Era invece previsto nel 2027 ma è slittato al 2028 il debutto dell’Ets2 che riguarderà il settore dei trasporti su strada e la climatizzazione degli edifici.
Nel frattempo a fine febbraio l’Italia e altri dieci Paesi hanno affilato le armi chiedendo una profonda revisione dell’Ets. Roma si è spinta oltre invocandone la sospensione in attesa delle nuove regole. E nel decreto bollette ha inserito una misura di scorporo dell’Ets dal costo del gas per la produzione elettrica, stimando un risparmio di 3 miliardi di euro all’anno per famiglie e imprese. La misura, al vaglio della Commissione, entrerà in vigore dal 2027. A premere per la sospensione temporanea dell’Ets 1 «per essere ripensato completamente» e lo stop all’Ets2 prima della sua entrata in vigore è anche il Presidente di Confindustria Emanuele Orsini. Intanto la scorsa settimana l’Europa ha aperto ufficialmente il dossier: il tema della riforma dell’Ets sarà in agenda al vertice Ue del 19 e 20 marzo. I leader chiederanno che il riassetto riduca la volatilità e l’impatto sui prezzi dell’elettricità.



