Gestione Aziendale

Tra geopolitica e dazi, come le imprese si preparano a un futuro di instabilità

Con un ordine mondiale frammentato e tensioni economiche in crescita, le aziende devono adattare strategie e supply chain per affrontare rischi e volatilità crescenti

di Massimo Donaddio

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L’instabilità geopolitica, la polarizzazione sociale e la crescente frammentazione e contrapposizione tra Stati stanno cambiando profondamente il modo in cui organizzazioni pubbliche e private gestiscono il rischio, mentre l’accelerazione tecnologica ridefinisce gli equilibri economici a velocità sempre più sostenuta. Secondo la 21ª edizione del Global Risks Report, pubblicato dal World Economic Forum in collaborazione con Boston Consulting Group (BCG) il 50% dei leader globali interpellati (1.300 personalità nei campi delle imprese, della finanza, dei governi, delle istituzioni internazionali) si attende nei prossimi due anni uno scenario “turbolento” o “tempestoso”, quota che sale al 57% su un orizzonte di dieci anni, mentre solo l’1% degli intervistati si attende uno scenario tranquillo, in entrambe le prospettive temporali.

A livello generale, ben il 68% dei leader di imprese, finanza, governi e istituzioni internazionali interpellati prevede un ordine globale multipolare o frammentato entro dieci anni, mentre solo il 6% immagina una rivitalizzazione dell’ordine multilaterale guidato dagli Stati Uniti.

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Nel breve termine, invece, il rischio globale numero uno è rappresentato dal “confronto geoeconomico”, ovvero l’uso strategico di strumenti economici come sanzioni, dazi e screening degli investimenti per perseguire obiettivi geopolitici, indicato dal 18% dei rispondenti, seguito dal conflitto armato tra Stati al 14%. In un contesto già segnato da tensioni commerciali, sanzioni, controlli sugli investimenti e uso strategico delle catene di fornitura, la competizione economica si afferma come principale fattore di instabilità: non è più una conseguenza delle tensioni politiche, ma diventa un terreno di confronto.

Non sorprende, quindi, che nella graduatoria dei rischi globali salgano rapidamente anche la recessione economica e l’inflazione, rispettivamente all’11° e al 21° posto, entrambe in aumento di otto posizioni rispetto al 2025, mentre il rischio di scoppio di una bolla speculativa guadagna sette posizioni, attestandosi al 18° posto. Segnali che riflettono un sistema finanziario esposto a correzioni improvvise, soprattutto in presenza di shock geopolitici o di cambiamenti repentini delle aspettative sui tassi.

Le imprese, quindi, sono sempre più chiamate a riallineare strategie e posizionamenti, sapendo che ogni scelta - da quelle di mercato a quelle etiche – può avere conseguenze rilevanti, anche a livello reputazionale.

I costi dell’instabilità

«L’instabilità commerciale genera un costo economico immediato per le imprese, ma soprattutto un costo legato alla volatilità del quadro regolatorio. Dopo la sentenza della Corte Suprema USA che ha annullato l’uso dello IEEPA (International Emergency Economic Powers Act) per imporre dazi, le tariffe “reciproche” sono state sostituite da un dazio globale ad valorem del 10% per 150 giorni sotto la Section 122, riducendo la tariffa media ponderata dal 15% a circa il 12%», spiega Mattia Rodriquez, Managing Director e Partner di BCG. «Gli effetti sono molto diversi per Paesi e settori, ad esempio, per l’Unione Europea l’impatto è limitato: la tariffa media effettiva passa da circa il 12% a circa l’11%, mentre il Regno Unito resta stabile intorno all’8%. Tuttavia, resta aperta la possibilità di un nuovo aumento con lo studio di ulteriori misure ai sensi delle Section 301 e 232». «Il costo dell’instabilità, quindi - prosegue Rodriquez - non si esaurisce nei dazi, ma nella necessità per le imprese di rafforzare le capacità di pianificazione per scenari, valutare l’esposizione per prodotto e supply chain rispetto ai concorrenti e preparare risposte strutturali su footprint industriale e commerciale. Dove compro, dove produco e dove vendo diventano scelte sempre più geopolitiche, a prescindere dal settore».

Come difendersi

Diventa fondamentale, quindi, per le imprese e il management, compiere i passi giusti per difendersi da questa pericolosa instabilità. Come fare? «Con un livello di instabilità destinato a rimanere elevato, i leader stanno spostando l’attenzione dalla gestione dell’emergenza alla resilienza competitiva sul lungo periodo», avverte Lorenzo Capucci, Project Leader di BCG. «In questa ottica, il primo passo è procedere per scenario planning, aggiornando e raffinando le ipotesi tariffarie per testare conto economico e supply chain, anche attraverso l’istituzione di team interni dedicati alla gestione dei dazi. È poi essenziale condurre analisi di esposizione e impatto a livello di prodotto, alla luce delle modifiche a esenzioni e carve-out previste dalla Section 122 e dalle possibili nuove indagini ai sensi delle Section 301 e 232. L’eventuale possibilità di rimborso dei dazi IEEPA già versati può rappresentare un potenziale beneficio da valutare. In parallelo, occorre rafforzare la trade compliance, ridurre strutturalmente l’esposizione alle misure tariffarie tramite diversificazione dei fornitori e strategie di near- o re-shoring, e investire in competenze geopolitiche interne per orientare decisioni strategiche e di capitale».

Guardando alla realtà che ci circonda, potrebbe sembrare che l’era del libero commercio sia finita per sempre e si apra un’era di confronto/scontro geoeconomico. In questo scenario, la sfida per le imprese è quella del migliore posizionamento per restare sui mercati, riallineando le strategie e sapendo che ogni scelta - da quelle di mercato a quelle etiche – può avere conseguenze - anche reputazionali - rilevanti.

Il nuovo scenario

«Occorre riconoscere che la competizione geoeconomica è diventata strutturale e destinata a durare», osserva ancora Mattia Rodriquez. «In questo contesto, la geopolitica non è solo un fattore di rischio: può incidere su reputazione, posizionamento competitivo, accesso ai mercati e capacità di influenzare il quadro regolatorio». «Per restare competitive nei mercati internazionali - prosegue l’esperto - le organizzazioni devono sviluppare quello che chiamiamo il “muscolo geopolitico”, ovvero capacità strutturate di previsione e pianificazione in base alle dinamiche geopolitiche, per tradurre segnali politici in decisioni operative e strategiche. Le imprese più “allenate” non si limitano a chiedersi cosa sta accadendo, ma valutano quando e come agire, trasformando l’analisi geopolitica in scelte concrete su investimenti, mercati e catene del valore. Il vantaggio nasce proprio dalla capacità di collegare i segnali politici a variabili economiche misurabili e di integrare stabilmente questa lettura nei processi decisionali». «Non si tratta quindi di abbandonare i mercati globali - conclude Rodriquez - ma di integrarvi stabilmente una lettura geopolitica. Le imprese che sapranno collegare i segnali politici a variabili economiche misurabili e incorporare questa analisi nei processi decisionali avranno un vantaggio competitivo strutturale».

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